Libera, controversa, da indagare. La fanfiction raccontata da Chiara Codecà

Si è parlato tanto negli ultimi mesi di alcuni casi editoriali nati come fanfiction su internet e che hanno catturato un vasto pubblico di lettori adolescenti e non. Per saperne di più abbiamo rivolto alcune domande a Chiara Codecà, esperta in materia.

Quando è pubblicata su web, la fan fiction è riconoscibile come genere a sé; eppure, quando viene ripubblicata in libreria “cambia genere” e viene presentata come qualcos’altro: fantascienza, paranormal romance, erotismo… a seconda del caso. Cos’è, secondo te, che ci dovrebbe spingere a considerare la fan fiction come un genere letterario vero e proprio?

Per poter rispondere alla domanda è importante prima chiarire cos’è la fanfiction: letteralmente è fiction scritta da fan, ovvero una storia scritta da qualcuno che è fan (cioè appassionato) di materiale originale (libro, serie tv, film, fumetto, ecc.) che usa come spunto di partenza per la propria storia, rielaborandolo in modo più o meno dichiarato. Come si capisce dalla definizione non è nulla di nuovo, solo che prima di internet era condivisa in circoli locali, e se veniva pubblicata l’editoria la chiamava con altri nomi: pastiche, omaggio o apocrifo.

In fondo non è che la pratica, antica quanto la narrazione, di fare proprie storie amate, rielaborandole e condividendole con altri. L’evoluzione digitale del racconto attorno al fuoco. Quindi più che un genere la fanfiction andrebbe considerata come uno strumento e una pratica, oltre che, nelle sue caratteristiche attuali, parte di un fenomeno culturale vero e proprio, la fan culture. Ne esiste di ogni genere e sottogenere letterario, e ne esiste molta non facilmente classificabile, cosa che può portare a fare qualche riflessione sulla differenza tra genere e categoria. Comprende sia storie immediatamente identificabili come rielaborazione di altri testi (magari perché di questi mantengono nomi, argomenti, tracce narrative), sia storie che si affrancano quasi completamente dalla fonte di partenza.

Quando una fic (diminutivo del termine fanfiction usato per definire una singola storia, non tutta la categoria) viene pubblicata, di solito mantiene il genere in cui l’autore l’aveva inserita online – una storia di fantascienza probabilmente resterà tale. Nella tua domanda citi l’erotismo: molti giovani amano certa fanfiction proprio perché comprende un erotismo verso il quale sono curiosi e che lì trovano più facilmente che in libreria. Per esempio, in proporzione c’è molto più erotismo omosessuale nelle fanfiction piuttosto che nell’editoria tradizionale.

In caso di pubblicazione ovviamente vengono rimossi i riferimenti al materiale di partenza, non farlo significherebbe sicuramente una causa per infrazione del diritto d’autore. Il primo libro degli Shadowhunters di Cassandra Clare era stato originariamente messo online come fanfiction di Harry Potter: quando l’autrice l’ha rimaneggiato per la pubblicazione ha tolto ogni riferimento all’opera di J.K. Rowling. Questo ha evitato alla Clare problemi legali con la scrittrice inglese, ma non la recente accusa di plagio da parte di un’altra autrice di fanfiction – la causa è in discussione proprio in questo periodo. Anche After nasce come fanfiction (in questo caso i protagonisti erano i membri degli One Direction), e anche qui i riferimenti alla band sono scomparsi. L’autrice di Outlander, Diana Gabaldon, ha ammesso che il protagonista maschile della saga, Jamie, è ispirato a un personaggio della serie tv inglese Doctor Who.

Incontri qualche similitudine, a parte quella del pubblico di destinazione, tra fan fiction e serie TV?
 Pensiamo, per esempio, a Bates Motel (serie basata sui personaggi del romanzo Psycho di Robert Bloch del 1959 e sul film diretto da Alfred Hitchcock, ponendoli prima dei fatti narrati e messi in scena in precedenza) o a Dickensian (serie di Tony Jordan che inserisce, nel contesto unico dell’indagine per l’omicidio di Ebenezer Scrooge nella Londra vittoriana, molti dei personaggi dell’immaginario dickensiano), o anche agli spin off o prequel delle serie TV di successo.

Il migliore mercato televisivo ha capito da tempo che raccontare storie basate su premesse non originali (da cui il legame con la fanfiction) ma con fan in altri media è un enorme vantaggio perché significa poter contare su un bacino di pubblico precostituito: gli appassionati di Dickens o di letteratura vittoriana probabilmente daranno almeno un’occhiata a un prodotto come Dickensian; i fan di Psycho, di Hitchcock, o in generale di thriller, potrebbero essere più attratti da Bates Motel che da altri show. Ecco perché tanta tv – ma soprattutto tanto cinema, le serie tv hanno autonomia maggiore – ripropongono continuamente storie già fatte: reboot, remake, sequel e prequel vanno per la maggiore, e non è un caso. Un prodotto completamente autonomo deve reggersi solo sulle proprie gambe. Inoltre alcuni degli autori più originali degli ultimi anni non si vergognano di essere a loro volta fan (penso a Steven Moffat e Ron Moore, per esempio) e sono in grado di passare senza difficoltà dalla letteratura alla serialità tv: Patrick Ness, autore dello splendido Sette minuti dopo la mezzanotte, sta lavorando a una nuova serie tv a tema fantastico spin-off di Doctor Who.

Ma più che i punti in comune è interessante notare la differenza fondamentale tra fanfiction e tv: la prima è libera di essere eversiva perché esiste all’interno di un’economia di libero scambio, la seconda invece segue le leggi di mercato, per sopravvivere deve per forza attrarre pubblico. Una demarcazione radicale. Non è un caso che molte delle serie tv più interessanti degli ultimi anni sono state prodotte da canali via cavo e non da canali in chiaro: contando su un pubblico di abbonati i canali via cavo sono liberi dai vincoli del mercato basato sui passaggi pubblicitari. Gli altri canali invece devono rivolgersi a un pubblico più ampio possibile, cercando di non scontentare nessuno. E quando hai paura di scontentare qualcuno non osi.

Le fan fiction sembrano lavorare sempre un po’ a lato, sulle zone oscure dei personaggi e delle serie “d’autore.” Questo per ora ha prodotto strane spirali di significato: che rapporto c’è tra “elaborazione” e “interpretazione” nella fan fiction? Come collabora la scrittura della fan fiction a nuove costruzioni di senso?

Tanta fanfiction si dedica a esplorare le “zone oscure” dei protagonisti perché questa è sempre stata la grande libertà del lettore. Si faceva quando non esisteva la rete e si fa oggi sulla vetrina mondiale di internet, spesso scrivendo sotto nickname, cosa che offre la protezione dell’anonimato dal giudizio esterno, visto che l’esplorazione di tematiche ignorate o controverse – per esempio non eteronormative – spesso attira critiche.

Poi: più che di “elaborazione” e “interpretazione” il discrimine per chi studia la fanfiction – e in generale i fanworks – è tra “derivativo” e “trasformativo” (rispetto al materiale di partenza); la fanfiction del primo tipo non porta contenuto e valore originale, la seconda invece ha una chiara voce autoriale ed è un’opera originale a tutti gli effetti. In entrambi i casi la fanfiction resta uno straordinario strumento di indagine di senso perché implica l’analisi critica del contenuto che si usa come fonte. È ovvio che può portare lontano dalla direzione intesa dai creatori originali, ma è un atto d’amore nei confronti di un testo. In un’epoca in cui si discute di calo dei lettori, l’urgenza di scrivere e leggere fanfic andrebbe riconosciuto come un segnale positivo a prescindere dalla qualità letteraria della singola storia – qualità mediamente bassa, per inciso, com’è ovvio che sia in una pratica priva di requisiti minimi e senza un controllo qualitativo d’ingresso. Le eccezioni, però, possono essere sorprendenti. In generale la fanfiction non pretende di essere valutata con stessi parametri dell’editoria, vuole semplicemente continuare per la propria strada. È un bacino creativo enorme e diffuso che supera barriere linguistiche e culturali, è completamente autoregolamentato, ha elementi comuni con la pratica del racconto orale grazie alla costante e vicendevole impollinazione creativa tra autori e – e qui mi ricollego al punto della vostra domanda in cui parlate di “spirali di significato” – al suo meglio esplora interpretazioni non ancora sdoganate dalla società. Per tutte queste ragioni è un errore riderne. Un errore comune e anche comprensibile a un’occhiata superficiale, ma editoria e giornalismo farebbero meglio a guardare oltre la superficie delle cose.

Per fortuna c’è anche molto fermento: Cory Doctorow scriveva in difesa della fanfic già dieci anni fa, e altri ancora prima; nel 2014 il valore letterario della fanfiction è stato il tema di un corso all’Università di Princeton; lo stesso anno io ho tenuto una conferenza all’Università di Londra sulla fanfiction di Sherlock Holmes tra letteratura e serialità tv. Nel 2015 il Festivaletteratura di Mantova ha ospitato un evento sulla fanfiction – sono di parte perché ero tra gli ospiti, ma l’ho trovata un’ottima iniziativa: la sala era piena di ragazzi interessati e increduli di vedere il tema validato da un festival letterario. E le iniziative proseguono, stimolando una conversazione che spazia dal diritto d’autore alla misoginia istituzionalizzata, fino al ruolo sociale della rete. È per questo che l’argomento appassiona: perché è in essere, vivo e vivace, e parla della società in cui viviamo.

I libri di fan fiction possono essere uno strumento utile a comprendere quali siano i gusti dei ragazzi e delle ragazze in fatto di letteratura?

Sicuramente sono un indice di interesse per incrociare i gusti dei lettori, sì. Ricordandosi che editoria e fanfiction non devono per forza convergere, visto che l’autonomia reciproca consente libertà.