Anne nella bolla

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Il 12 giugno 1942, ad Amsterdam, la neo tredicenne Anne Frank riceve in regalo il suo primo diario segreto. Ragazzina vivace, impertinente, intelligente, dotata di una grande capacità di vedere il mondo con ironia e incontenibile buon umore, accoglie il dono con gioia.
Anne Frank (fonte: web)
Anne Frank (fonte: web)

12 giugno 1942

Spero di poterti confidare tutto, come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che mi sarai di grande sostegno.

(Diario, Anne Frank, La Repubblica – L’Espresso, pag. 3)

Anne inizia fin da subito a raccontarsi il mondo con estrema vivacità: nonostante le leggi razziali incombessero come un velo nero sulla aperta e accogliente Olanda, nonostante i molti divieti, nonostante il disagio di non poter vivere appieno la sua incipiente adolescenza, pure Anne apparentemente non subisce restrizioni alla sua libertà: esce con le amiche, va a scuola (frequenta, in anticipo sull’età, il Liceo Ebraico, l’unico Liceo che potessero frequentare i ragazzi ebrei olandesi), gira per gelaterie e parchi pubblici. Amatissima dai suoi genitori, che la viziano e cercano di creare intorno a lei un ambiente sereno, i primissimi mesi raccontati nel Diario ci mostrano una bambina felice.

Domenica 5 luglio 1942, improvvisamente, il TEMPO smette di procedere con linearità e si interrompe.

Perché Anne è considerata da tutti poco più di una bambina piccola: non viene messa a parte dei segreti di famiglia, sa poco del lavoro del padre, i discorsi da grandi in sua presenza sono interrotti o proseguiti in tedesco, lingua che lei conosce ma non perfettamente. Anne stessa si interessa poco di quel che accade in famiglia: sa che mobili e vestiti già da molti mesi sono portati nelle case di amici e conoscenti (in realtà nell’Alloggio segreto), ma questo non la preoccupa.

Domenica 5 luglio 1942, però, improvvisamente, il TEMPO smette di procedere con linearità e si interrompe. Anne e la sua famiglia ricevono la visita della polizia che cerca la sorella Margot, decidono di scappare di casa, e corrono a rifugiarsi in un appartamento segreto, talmente segreto che ad Anne i suoi genitori non avevano comunicato nulla fino a quel momento.

Mercoledì 8 luglio 1942

Cara Kitty,

Da domenica mattina a oggi sembrano essere passati anni. Sono successe talmente tante cose che mi pare che il mondo d’un tratto si sia capovolto.

(Diario, Anne Frank, La Repubblica – L’Espresso, pag. 19)

Il 29 marzo 1944 Anne prende il suo diario e lo riscrive in vista di una futura pubblicazione.

Da quel preciso istante, il Diario segreto smette di essere il comune (seppur vivace) resoconto della vita di una ragazzina qualunque e diventa un documento storico importantissimo. Anne racconta la sua vita di reclusa all’interno di questo appartamento a cui si accedeva tramite una porta segreta dagli uffici dell’azienda del padre. Azienda che Otto Frank aveva dovuto cedere ai soci olandesi, ma di cui rimaneva virtualmente il padrone.

Anne si racconta e lo fa senza alcun tipo di filtro, o meglio, ed è questo a cui mi dedicherò in questo articolo, lo fa fino al 29 marzo 1944, giorno in cui Anne prende il suo diario e lo riscrive in vista di una futura pubblicazione.

Mercoledì 29 marzo 1944

Cara Kitty, ieri sera per Radio Orange ha parlato il ministro Bolkenstein e ha detto che alla fine della guerra sarà fatta una raccolta di diari e lettere di questa guerra. Naturalmente tutti si sono buttati sul mio diario. Pensa quanto sarebbe interessante se pubblicassi un romanzo sull’Alloggio segreto.

(Diario, Anne Frank, La Repubblica – L’Espresso, pag. 227)

Abbiamo dunque un diario A, la cronaca della vita all’interno dell’alloggio segreto, le fatiche di una adolescente, i suoi disagi, le sue gioie, le sue simpatie e antipatie, i problemi con la madre, l’amore edipico che prova nei confronti del padre (di questo primo diario si è perso uno dei quaderni, praticamente un anno intero, da dicembre 1942 a dicembre 1943) e un diario B, una riscrittura completa di tutto, con uno sguardo al futuro e una consapevolezza delle sue potenzialità da futura scrittrice da lasciare stupiti. Anne infatti rimette mano al suo Diario per essere pubblicata. Lo fa censurandosi, cambiando le date, cambiando i nomi dei coinquilini. Lo fa, soprattutto, avendo precisa coscienza di cosa avrebbe potuto interessare i suoi futuri lettori. Ma lo fa vivendo allo stesso tempo la storia che va raccontando. E trova, nella versione B, un espediente narrativo potente: si inventa un alter ego, finge che il Diario abbia un nome e un ruolo, nasce Kitty, la sua amica del cuore, che intraprende un dialogo con Anne. Kitty è un personaggio letterario e insieme l’amica di cui Anne ha un disperato bisogno. Anne abita nell’alloggio segreto da quasi due anni quando crea Kitty: quasi due anni senza potersi confidare con una persona della sua età, con lo sguardo di cinque adulti costantemente addosso, senza la minima possibilità di isolarsi, di stare da sola, di correre, ridere, fare rumore.

Anne riesce perfettamente in una operazione a cui gli scrittori tutti tendono: doma il tempo. E lo fa in una situazione al limite, lo fa, soprattutto, vivendo il tempo che trasforma.

 

Anne riesce perfettamente in una operazione a cui gli scrittori tutti tendono: doma il tempo. E lo fa in una situazione al limite, lo fa, soprattutto, vivendo il tempo che trasforma. Rende perciò letteraria la sua vita. Lo fa con consapevolezza? Non possiamo dirlo. Certo ha un pensiero costruito in mente, dato che nel frattempo scrive anche quattro racconti sull’alloggio segreto, che confluiscono nella versione che leggiamo del Diario.

Nell’alloggio segreto la vita dall’esterno entra e scandisce le giornate: alle nove arrivano gli impiegati e i magazzinieri, si vive dunque nel silenzio, non si può andare in bagno, non si può parlare a voce alta. All’ora di pranzo la cucina al secondo piano dell’appartamento si riempie di amici che mangiano un piatto di minestra: sono i vecchi dipendenti di Otto Frank che hanno costruito insieme a lui l’alloggio e hanno dato una speranza di vita a otto persone. Nel pomeriggio si dorme, si legge, si studia. Dalle 18 gli abitanti dell’alloggio prendono possesso degli uffici aziendali. Frank e Van Pels (Van Daan nel Diario), un altro degli abitanti dell’alloggio, sono ancora i direttori dell’azienda che importa ed esporta spezie e a loro è ancora affidata la corrispondenza e l’amministrazione, soprattutto nei confronti dei paesi di lingua tedesca, essendo loro tedeschi di origine.

Poi la cena, l’ascolto della radio da Londra, e si va dormire. Ogni momento della giornata è strettamente suddiviso: otto persone con un solo bagno, da poter usare per di più solo in determinati momenti della giornata, necessitano di un regolamento interno preciso. I soldi per mangiare non mancano, nonostante le riduzioni delle tessere annonarie. I Frank, i Van Pels e il dentista Pfeffer (Dussel nel Diario) (l’ottavo componente e l’unico a non avere la famiglia con sé) sono persone abbienti, ricchi ebrei tedeschi costretti dalle leggi razziali a fuggire in Olanda.

La soluzione dell’alloggio segreto è ottima: i dipendenti olandesi sono persone fidatissime e amici cari. Nei racconti di Anne troviamo tantissimi particolari che rivelano affinità e amicizie. Ogni sabato Bep (Elisabeth Voskuijl: una delle dipendenti e figlia del prestanome di Otto Frank), porta nell’alloggio segreto cinque libri presi dalla biblioteca pubblica. Le bombe esplodono su Amsterdam ma non si può fare a meno dei libri! Circa un paio di volte all’anno, inoltre, si riceve la visita delle mogli degli olandesi: i racconti dell’esterno sono sempre più angoscianti. La sensazione di essere fortunati è forte, la sensazione di essere topi in gabbia altrettanto.

Anne soffre della reclusione. Soffre della mancanza di aria, vorrebbe di nuovo abbracciare un albero, calpestare l’erba, raccogliere un fiore. Ingloba dentro questo bisogno di libertà, si rifugia nello studio e nella scrittura. Può però utilizzare il suo tavolo per poche ore al giorno: la coabitazione forzata con il dentista Pfeffer limita ulteriormente la sua già scarsa libertà.

Sabato 30 gennaio 1943

Cara Kitty,

Sono furibonda e non posso darlo a vedere, vorrei pestare i piedi, strillare, scuotere una volta per benino la mamma, piangere e non so cos’altro ancora per le parole antipatiche, gli sguardi beffardi, le accuse che ogni giorno tornano a colpirmi come frecce e che fatico tanto a estrarre dal mio corpo. Vorrei gridare in faccia alla mamma, a Margot, Van Daan, Dussel e anche a papà:

«Lasciatemi in pace, lasciatemi finalmente dormire una notte senza bagnare il cuscino di lacrime, senza gli occhi arrossati e senza la testa che mi scoppi. Lasciate che me ne vada via da tutto, magari via dal mondo!»

(Diario, Anne Frank, La Repubblica – L’Espresso, pag. 76)

Entra la vita nell’alloggio segreto. Entra la vita sotto forma dei ladri che periodicamente visitano il magazzino, entra con i giornali, con i dipendenti che vanno “su” tutti i giorni. Entra nei racconti di Miep Gies e Bes (sono due dipendenti dell’azienda, amiche sincere che continueranno a seguire le vicende del Diario anche dopo la guerra) che parlano dei bambini macilenti per strada, delle donne gonfie di patate marce, di interi quartieri distrutti. Entra attraverso la radio, che si ascolta in inglese, in olandese e in francese (è vietato l’ascolto della radio tedesca, solo la musica è concessa). Entra dalle fessure delle finestre che vengono aperte solo di notte. Ma la vita, dall’alloggio, non esce. Non si esce per permettere a una ragazzina esuberante di correre, di rotolarsi nell’erba, di salire su un albero, di andare in bicicletta. Non si esce per chiedere notizie degli amici, delle amiche, tutti ebrei che chi sa che fine hanno fatto. Non si esce per andare ancora a scuola.

Il tempo, per gli abitanti dell’alloggio segreto, si è fermato il cinque luglio. Sono scappati all’estero, così hanno lasciato intendere ai vicini di casa che potevano denunciarli. La porta dell’alloggio segreto si è chiusa sul tempo. Una soglia da non ripercorrere se non a guerra finita, e nel 1942 sembrava dovesse durare pochissimo. Gli adulti si sono fermati ad aspettare, semplicemente. Ognuno di loro ha ricostruito il proprio ambiente famigliare, le proprie abitudini sociali, anche. Il lavoro, lo studio, il mangiare, le pulizie, i panni da lavare. Le solite incombenze, e per le donne c’era chi si occupava anche di portare dentro il cibo. Fermarsi, semplicemente, aspettare, sospendere tutto. Due anni per un adulto sono nulla.

Ma per i tre ragazzi due anni sono una vita. Anne ha tredici anni, la sorella Margot sedici e Peter, il figlio dei Van Pels, quindici, quando la porta dell’Alloggio segreto si chiude dietro di loro. Margot implode. Si fa sempre più silenziosa, raccolta, lo spazio che occupa è minimo. Si rifugia in una interiorità che per Anne è incomprensibile (“Devo confessarti che non voglio diventare come Margot. È troppo pappamolle e indifferente, si lascia convincere da chiunque”).

Peter anche soccombe. Soccombe al bisogno di muoversi, al bisogno di solitudine, ha un carattere arrendevole e umile, due genitori troppo ingombranti, una madre eccessiva.

Anne prima esplode e diventa il bersaglio dei rimproveri di tutti: parla troppo, è troppo saccente, è indisponente, ma fa ridere, è una buffona, ma permalosa, risponde in malo modo a tutti, si impiccia di tutto, osserva e riporta, fa le imitazioni, è ignorante, è una bambina stupida, ma scrive racconti deliziosi, è troppo intelligente e fa domande maliziose. Poi si accartoccia nella sua adolescenza, nel desiderio sessuale, nel silenzio. Si infatua di Peter, della possibilità di un affetto, ma Peter è decisamente immaturo e incapace di contenere la vitalità prorompente della ragazza. Anne parla con lui di sessualità, del corpo femminile, di vita. Lui risponde come può, è in fondo ancora un ragazzino. Quando l’alloggio segreto viene brutalmente svuotato, Anne ha appena compiuto 15 anni. Non è più innamorata di Peter, è in una fase di riflessione nuova. Il tempo ha fatto il suo corso: si occupa della scrittura a pieno ritmo. Ha modificato il Diario, ha dato un nome al suo libro “L’Alloggio segreto”, è decisa a provare la carriera di giornalista e scrittrice.

Venerdì 21 aprile 1944

[…] Voglio chiedere a «De Prins» se pubblicano un mio racconto, naturalmente sotto pseudonimo. Ma dato che i miei racconti per il momento sono troppo lunghi dubito che accetteranno.

(Diario, Anne Frank, La Repubblica – L’Espresso, pag. 251)

Due anni in una situazione limite, mortificante per il corpo e lo spirito, ma che Anne sa trasformare in una grandissima occasione. Anne in quei due anni diventa davvero quello che desidera: diventa una scrittrice.

Giovedì 11 maggio 1944

[…]

Cambiamo argomento: come sai già il mio desiderio più grande è diventare una giornalista e, in seguito, una scrittrice famosa. Si vedrà, se riuscirò mai a realizzare queste manie di grandezza (follie?), ma per il momento ho ancora molti argomenti. Dopo la guerra in ogni caso voglio pubblicare un libro intitolato L’Alloggio segreto, bisogna vedere se ci riuscirò, ma il diario potrebbe essermi utile per questo.

(Diario, Anne Frank, La Repubblica – L’Espresso, pag. 273)

Il 4 agosto 1944 i componenti dell’alloggio segreto vengono arrestati e spediti ai campi di concentramento. Anne morirà, probabilmente di tifo, nel campo di Bergen-Belsen tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1945.

Quello che colpisce leggendo la versione cosiddetta integrale del Diario (davvero molto diversa dalla prima versione, quella sintetizzata da Otto Frank) è questa estrema consapevolezza che ha Anne del tempo che scorre, del suo corpo che cambia, dei rapporti umani che si modificano. È tutto estremizzato all’interno dell’alloggio, tutto viene portato al limite. Eppure il tempo lì dentro si è fermato. Si è cristallizzato nel racconto, in una bolla di vetro. La vita entra e non esce. Il tempo scandisce ma non cambia. È sempre e inesorabilmente tutto uguale, dentro all’alloggio segreto. Solo Anne cambia. I vestiti non le vanno più, deve stare attenta a non sbattere la testa contro la balaustra delle scale, il letto si fa troppo corto. Ma nella bolla i bambini rimangono tali. Anne è ancora la bambina testarda viziata invadente noiosa allegra superficiale, anche quando non lo è più.

Documento della Croce Rossa del 1954 attestante la morte di Anne Frank avvenuta nel mese di marzo del 1945. Il corpo non è mai stato ritrovato.
Documento della Croce Rossa del 1954 attestante la morte di Anne Frank avvenuta nel mese di marzo del 1945. Il corpo non è mai stato ritrovato.
Otto deve proteggere i suoi ricordi, deve proteggere i morti e i vivi. Taglia il diario di Anne, lascia solo le parti dove Anne è più infantile, ce la riporta dentro alla bolla, bambina.

Nel 1945 torna a casa solo Otto Frank. Quando arriva la comunicazione ufficiale della Croce Rossa,  che dichiara che Anne Frank è morta (ma il documento sarà solo del 1954), Miep restituisce al padre il diario di Anne. La donna ha tenuto nascosto in un cassetto tutte le carte scritte da Anne, con una fedeltà alla memoria dell’amica ammirevole. È una scoperta sconvolgente: Otto ha di nuovo sua figlia sotto le mani. Un materiale incandescente, esplosivo: il tempo ha ripreso a scorrere, Anne non è più la bambina che si era cristallizzata nella testa del padre, è questa ragazza dalla mente brillante e acuta. Che capisce e sa, e quello che non sa lo intuisce. Otto deve proteggere i suoi ricordi, deve proteggere i morti e i vivi. Taglia il diario di Anne, lascia solo le parti dove Anne è più infantile, ce la riporta dentro alla bolla, bambina. Per pudore, forse, o forse solo un immenso dolore. Il dolore della perdita e del tradimento (è molto probabile che gli abitanti dell’alloggio segreto siano stati traditi da un magazziniere, già informatore della polizia). Nel 1955, alla conclusione del processo contro il traditore, Otto Frank va via dall’Olanda, si rifugia in Svizzera, si risposa. Ha ceduto al desiderio di Anne di essere pubblicata (la prima versione del Diario è del 1947), ma la consegna ai posteri come una bambina, divertente, irriverente, simpatica, buffa, ma bambina. E ce la consegna condensata, tagliata, accorciata, ridimensionata. E se da genitori possiamo comprendere la decisione di Otto, che forse non era nemmeno così consapevole in questi primi tempi post bellici della potenzialità reale degli scritti della figlia, proprio non possiamo accettarlo da lettori. Al contrario in questa nuova versione possiamo assaporare realmente tutta la forza di questa ragazza che attraversa il Tempo per venirci di nuovo a parlare.

Anne infatti non era come la bambina dei ricordi del padre: Anne era una adolescente esplosiva, incandescente, dalla lingua acuta e dallo sguardo penetrante. Sapeva che gli adulti hanno desideri sessuali, li provava lei stessa, sapeva dare un nome alla sua inquietudine e sapeva che la madre era insoddisfatta sessualmente e la signora Van Pels invece no. Parla spessissimo di sesso, Anne. Si descrive nella sua intimità. Racconta del suo primo sogno erotico, sublimato nell’amore. Anne è arrabbiata, è delusa dagli adulti, è delusa dal padre, che finalmente vede nella sua forzata calma, congelato nel ruolo di pacificatore. Anne è arrabbiata con sua madre, che sente insoddisfatta e impotente, che vede innamorata del marito e, forse, non riamata. Ritroviamo la vera Anne solo nella versione integrale del Diario, riedito dopo più di quarant’anni e dopo la morte di tutti i protagonisti scampati alla guerra.

Anne è l’adolescente che abita le nostre case e ci chiama “madre” e ci chiama “padre”, che vuole uscire con le amiche, che si innamora ogni mese, che si fotografa perché si vede brutta e vorrebbe che tutti le dicessero che è bellissima. Anne è l’adolescente in lotta con il mondo ingiusto, che patisce per gli altri, ma soprattutto per se stessa. Anne è la splendida adolescente che ha tutto il mondo ai suoi piedi, e non sa di averlo.

Anne è, infine, Annalilla, la protagonista del bellissimo romanzo di Matteo Corradini, che ha finalmente rotto la bolla e ce l’ha riconsegnata intatta, nei panni di una ragazzina dei giorni nostri, che disobbedisce ai genitori e si occupa di una nonna invalida, che è coraggiosa e spavalda, che non teme di spaccare il mondo, ma che si ritrae spaventata quando il mondo è molto più mediocre e fragile di quello che pensa lei.

Faccio parte della generazione di lettori che hanno letto Il Diario di Anna (sic) Frank alle scuole medie (Anni Ottanta del Novecento). Lei era il fulgido esempio di ragazzina ebrea della nostra età costretta a rifugiarsi per non morire, era brava, studiava senza essere costretta, aveva buoni sentimenti. Il Diario nella versione di Otto Frank rispecchia perfettamente i suoi tempi: via le parti scandalose, via i cambiamenti del corpo, via i cattivi sentimenti di Anne. Un diario educativo, significativo, impostato. Da padre si sente molto libero di tagliare, correggere, condensare, editare, come dicevo. Si sente libero di fermare il tempo, di trattenerlo e di fissare il ricordo di Anne come nelle sue foto subito prima dell’ingresso nell’alloggio.

Il Diario del 1947 era stato assemblato come un ricordo, quasi una lapide alla memoria, solo teso al finale tragico, in cui la clandestinità è solo l’anticamera della morte. Non era importante lo scorrere del tempo e i suoi effetti sul corpo e sullo spirito: era importante solo ricordare Anne, fissare per sempre quel sorriso di tredicenne.

Esempio della scrittura di Anne, la lettera è del 28 marzo 1942, quattro mesi prima dell'ingresso nell'alloggio segreto.
Esempio della scrittura di Anne, la lettera è del 28 marzo 1942, quattro mesi prima dell’ingresso nell’alloggio segreto.

Rileggerlo a distanza di trent’anni, in questa versione, mi ha spalancato un mondo sul tempo che passa, mi ha riavvicinato alla ragazzina Anne e alla me stessa di quell’età, in lotta perpetua e costante contro i pregiudizi degli adulti, contro il finto pudore, contro le ingiustizie.

La rilettura di un libro letto in giovane età mi trova spesso cambiata, e questo è normale. Meno normale è rileggere un testo diverso eppure in qualche misura egualmente quello, come in questo caso. Ebbene, ritengo che questa rilettura, che è poi stata una lettura tutta nuova, in un tempo nuovo e diverso, sia stata un dono, che mi arriva direttamente dal primo agosto del 1944. Leggo infatti un testo estremamente più ricco e sincero, in cui colgo l’essenza del pensiero di Anne e l’idea che si può avere della letteratura: un modo, uno dei modi, per salvarsi la vita.

Bibliografia:
Anne Frank, Diario, Edizione integrale a cura di Otto Frank e Mirjam Pressler, traduzione di Laura Pignatti, La Repubblica – L’Espresso (edizione speciale), 2010 (le citazioni nel testo provengono tutte da questa edizione)
Matteo Corradini, Annalilla, Rizzoli, 2014
http://www.annefrank.org/it/
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Laureata in Lettere moderne, si occupa di editoria da molti anni. È editor freelance; attualmente si occupa della collana Junior di Bacchilega Editore.