Beatrice Alemagna: il tempo del cambiamento

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Per parlare ancora di Tempo abbiamo incontrato a Bologna, poco prima di Natale, Beatrice Alemagna, in città per un firmacopie in libreria.
L’illustratrice italiana vive in Francia da molti anni, i suoi libri sono pubblicati da importanti editori di tutto il mondo. Il suo stile personalissimo è molto amato dai bambini, che si rispecchiano nelle situazioni da lei raccontate. La sua produzione spazia molto, i suoi albi si rivolgono ai bambini piccolissimi, come in Buon viaggio, piccolino! o in Piccolo grande Bubo, e ai bambini più grandi, come nel recentissimo Un grande giorno di niente.

Poter incontrare Beatrice è stato un momento prezioso, un momento per noi, una pausa tra la frenesia del Natale e degli incontri: in una borsa alcuni dei suoi albi, in ogni albo una porzione di tempo… Una mattina, è l’inizio di una lunga giornata per Edith, la piccola protagonista del Meraviglioso Cicciapelliccia; il tempo differente dei bambini in Che cos’è un bambino? e quell’istante poetico dedicato a ogni ritratto; un tardo pomeriggio, il fumo bollente e profumato di una cioccolata calda a chiusura di Un grande giorno di niente e poi ancora la fine di una giornata ma l’inizio di un viaggio in Buon viaggio, piccolino! Alemagna ha scritto e illustrato anche molto altro, ma ci concentriamo su questi suoi albi, editi in Italia da Topipittori.

 

Intervista a cura di Angela Catrani, Beniamino Sidoti e Marina Petruzio

I tuoi albi hanno un riferimento spazio/temporale molto ben definito. In Buon viaggio, piccolino! per esempio si parte sempre alla stessa ora, si accende un motore e via… In Il meraviglioso Cicciapelliccia e in Un grande giorno di niente è il profumo di una tazza di latte e di cioccolata, tra l’una e l’altra un istante lungo un giorno intero. Un tempo poetico. Che importanza ha il tempo per te, nei tuoi albi?

È un tipo particolare di tempo, è il tempo del cambiamento. Per Edith del Cicciapelliccia e per il bambino di Un grande giorno di niente, che non ha un nome, il tempo segna un momento di passaggio, c’è un cambiamento, una specie di nascita, una nascita seconda.

Sembrano infatti dei percorsi esperienziali quelli dei protagonisti dei tuoi albi, sia quello di Edith sia quello del bambino di Un grande giorno di nientePer entrambi c’è un tempo preciso che segna l’ingresso in questo passaggio. Per Edith è l’inizio della giornata, l’istante della colazione, un tempo breve all’interno del quale succede qualcosa di grande. Edith con una tazza molto profumata e fumante in mano inizia la sua ricerca mentre il bambino di Un grande giorno di niente con quella tazza profumata e fumante conclude il suo passaggio in un istante di particolare intensità con la mamma.

I due momenti sono collegati, era una specie di momento intimo che non si sarebbe dovuto quasi  vedere, mi fa piacere che venga notato.

Un grande giorno di niente, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2016
Un grande giorno di niente, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2016

 

Il bambino condivide ora il momento poetico della mamma e capisce il perché della casa, di quella solita casa di vacanza.

Sì, per me questa tazza fumante è la casa. La casa in questo libro è il punto di arrivo.

Nella tua poetica il tempo ha dunque un significato molto particolare.

Lo scopro ora però. È un problema che in realtà non mi pongo. Non mi domando mai che tempo uso, invece la domanda che mi faccio è che ritmo uso. Il tempo come ritmo quasi fosse una partitura musicale dove c’è un inizio molto leggero, spesso, oppure un inizio forte, a volte, e poi un momento di calma e una caduta con un ritmo, sempre, mai la piattezza nel racconto. Quel che mi interessa è altalenare un po’ le situazioni, il tempo.

Il ritmo, per come costruisci visivamente i tuoi libri, è molto legato a come alterni i punti di vista: come se costruissi un crescendo e un diminuendo nell’allontanarsi e avvicinarsi.

Sì, come per prendere un respiro, assolutamente. A livello estetico il ritmo è visivo: vedere sempre una cosa in grande o sempre una cosa in piccolo è comunque indice di monotonia, quindi il fatto di avvicinarsi o di allontanarsi, di cambiare punto di vista, offre all’occhio un ritmo preciso e vivace. È anche un avvicinamento emozionale, un ritmo emotivo.

Il meraviglioso Cicciapelliccia, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2015

 

Per Edith tratteggi un viaggio esperienziale, di crescita, nel mondo quotidiano della bambina: la strada, il quartiere, i negozi e i negozianti amici. Dai un ritmo molto emotivo. Edith conosce l’intorno, è serena, riconosce e è riconosciuta, tutti la salutano e sono gentili con lei, leggiamo il rapporto intimo, amicale. Quando ti avvicini molto, il ritmo cambia, gli sguardi si incontrano ed entriamo nel territorio del primo piano.

Quando la bimba arriva dagli amici è il tema del ritratto che ritorna. È un’esigenza mia estetica. Se racconto qualcosa che succede con una persona è come se fossi ancora una bambina e la prima cosa che voglio sapere è chi è questa persona, la voglio vedere e la voglio raccontare. Se volessi illustrare questo momento con voi disegnerei i vostre tre volti, sicuramente non farei mai un illustrazione di questo momento dall’alto con noi piccolini, perché quel che sto facendo è incontrarvi visivamente.

Come in Che cos’è un bambino?

Ritorno spesso a questo discorso dei ritratti, dell’entrare nel paesaggio del viso.

Ritorniamo quindi al discorso tempo: in Che cos’è un bambino? rappresenti un istante, ti avvicini molto al viso di ogni bambino o bambina e gli dedichi un istante che diventa un momento di osservazione precisa anche per il lettore. Il viaggio sta nel cogliere ogni bambino nella sua essenza in modo così forte da far sì che il lettore vi si riconosca.

Mi fa molto piacere che si noti: era questo il mio desiderio principale. Credo che fare libri per bambini abbia un senso e cioè che possa quasi essere come seminare un piccolo granello nella testa di una persona e fargli germogliare qualcosa. Siccome ci credo, sono così matta da passare magari due anni su un libro perché penso che i libri possano anche cambiare i bambini. È un po’ idealistico ma quando faccio un libro ho sempre voglia di far arrivare, senza presunzione, una riflessione nel bambino e quando ho fatto Che cos’è un bambino? il mio punto di partenza era: vorrei tanto, ma tanto, che i bambini riflettessero su alcune cose che sono sempre così date per scontate dagli adulti e che non si sono mai dette chiaro e tondo, nero su bianco. Mi piace che un bambino possa dire è vero, che si riconosca: vuol dire che una riflessione, una presa di coscienza c’è stata.

 

Che cos'è un bambino?, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2008
Che cos’è un bambino?, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2008

 

Questo albo ha rappresentato un punto di rottura nella storia recente dell’albo illustrato.

Grazie. Posso dire, senza nessuna presunzione, che avevo notato che questa cosa mancava e dopo questo libro invece si è vista.

Anche Che cos’è un bambino? è un nuovo inizio?

È stato un altro libro coraggioso: ho avuto coraggio nel proporlo all’editore e ho avuto la fortuna di proporlo all’editore giusto. Ho avuto la fortuna anche che l’editore giusto lo pubblicasse nella forma più corretta, con un grande formato. In Francia, per esempio, è stato pubblicato in un formato più piccolo e non ha avuto lo stesso successo, non è stato praticamente visto, tanto che il prossimo febbraio verrà ripubblicato da Casterman editions nello stesso formato italiano.

Lo spazio dal punto di vista della grandezza delle mie immagini è un altro discorso importante nel mio lavoro, è particolare notare come i miei albi, quelli che hanno avuto e che hanno un’accoglienza calorosa e che i lettori sentono vicini, siano proprio quelli di grande formato. È come se, rimpicciolendo i miei disegni, il libro perdesse forza.

È difficile pensare a un tuo albo, a I Cinque Malfatti, per esempio, in un formato diverso, più piccolo. Le illustrazioni sono talvolta stroboscopiche e altre vivono bene il limite della pagina, vi si legge perfettamente il ritmo di cui parlavi prima, questo oscillare, andare e tornare, entrare e uscire, grande e piccolo.

Vi racconto un altro inizio, più intimo, per me un momento di rottura molto preciso nel mio lavoro. Sino a La gigantesca piccola cosa io non ero ancora diventata mamma. Ero in attesa della mia prima figlia e questo libro doveva esprimere questa felicità, la felicità che ho sentito nel momento in cui ho saputo che sarei diventata mamma. L’albo non parla di questo ma è stato motivato da questa felicità e se guardate la copertina la bambina scava verso il basso. Nell’albo pubblicato subito dopo, Buon viaggio, piccolino! il bambino guarda verso l’alto: la bimba ha le mani nel fondo della terra, il bambino è proteso come se qualcosa lo tirasse verso l’alto. Fino a La gigantesca piccola cosa ero io al centro dei miei libri: da questo libro in poi al centro c’è il bambino.

Questo è dovuto alla nascita di tua figlia? 

Diciamo meglio: per il fatto di avere ogni giorno vicino un bambino, come se avessi avuto semplicemente un punto di osservazione privilegiato che non avevo prima, non però per il fatto di essere mamma, di voler fare il libro per mio figlio, non è questo.

Buon viaggio, piccolino! muove proprio dal fatto che mia figlia non dormiva, è stato il primo libro che ha avuto una nascita dettata da un problema concreto, reale. Ed è stato fondamentale per me averlo capito.

Buon viaggio, piccolino!, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2013
Buon viaggio, piccolino!, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2013

 

Buon viaggio, piccolino! ha un tempo molto ritmato, evidenziato dai diversi punti di vista da cui si guarda il bambino. Siamo tutti intorno a lui.  Come se ci si potesse proprio girare intorno con tutte le attenzioni possibili, lo vediamo in tutti i profili: fronte, schiena, in tutte le posizioni. Il punto di vista qui si sposa col ritmo, e trasmette al bambino il fatto che lo stiamo guardando davvero.

Sì: e infatti è un albo nel quale ho lasciato molto spazio al bianco della pagina; a parte l’ultima immagine, è uno dei miei libri con più bianco in assoluto; c’è proprio lo spazio, l’aria per girare intorno al bambino…

Anche l’uso del colore sembra stia vivendo un tempo nuovo nei tuoi albi. Ne Il meraviglioso Cicciapelliccia e in Un grande giorno di niente, usi toni cupi, caldi, con affascinanti riflessi, molto differenti dai toni freddi di Un leone a Parigi, dirompenti nella pagina quasi a voler espandersi anche oltre.

Ci sono alcuni libri dove la narrazione viene più dalla semplicità delle immagini e altri libri in cui per me è fondamentale creare un’atmosfera complessa, piena di dettagli da osservare, cose da scoprire.

Questa è una decisione che prendo all’inizio, da subito, a seconda della storia che voglio illustrare. In Un grande giorno di niente la cosa di cui ero sicura sin dall’inizio era di voler illustrare e dare l’idea di un mondo brulicante di cose, era importante per me che il bambino potesse anche perdersi nelle gocce d’acqua, nella sensazione del bagnato, dell’umido. Mentre in Buon viaggio, piccolino! era importantissimo che fossimo quasi in un ambiente puro, semplicissimo così come per I Cinque Malfatti.

Forse la cosa che invece faccio ora diversamente, non solo nei miei ultimi due libri ma un po’ in tutto il mio lavoro, è l’importanza che attribuisco a questo bianco soprattutto quando focalizzo un’immagine dentro a una vignetta e la lascio lì, sospesa nel bianco a sottolineare un istante preciso sul quale focalizzarsi.  

Sono autodidatta e spesso mi capita di trovare un nuovo linguaggio e allora lo voglio seguire… poi magari mi stufo, mi annoio molto in fretta, e ho voglia di cambiare: ogni tanto invece, come nel caso degli ultimi miei due albi, mi dico aspetta un attimo, continuiamo, non andiamo via subito. Quando ho cominciato Un grande giorno di niente ho pensato che non potevo abbandonare, c’erano così tante cose per me da approfondire, avevo bisogno di più tempo. Oltre i protagonisti, anche io mi sono presa del tempo, per me.

 

E l’utilizzo dei colori fluo? È molto particolare che tu utilizzi colori così forti.

Molto banalmente e concretamente avevo voglia che il mio disegno, che ha toni abbastanza profondi, si illuminasse e ho avuto quest’idea: ho pensato non è mai stato fatto veramente di utilizzare un colore fosforescente in ambienti un po’ all’antica, un po’ demodé, mi piace questo contrasto e poi possiamo dare un valore simbolico alla forza di questo colore: è il bambino che è la luce del libro, è il bambino che guida.

Sono colori molto dinamicizzanti quelli fluo, nella moda li si chiama “vitaminici” perché danno molta carica e questo bambino si muove moltissimo, è molto dinamico.

Da quando perde il gioco, sicuro, prima era anzi molto passivo. Mi hanno mosso una critica su questo libro che mi ha fatto molto male. Amo le critiche e in generale non sono propensa a soffrirne, ma mi hanno detto che è un libro troppo pratico, che ho parlato di un argomento troppo pratico: il problema della mamma che lavora quindi suo figlio impiega il tempo a giocare a un videogioco… ma non era questo il soggetto per me, questo era il pretesto per focalizzare il tempo della noia, del viaggio nella foresta che è il viaggio dentro sé stessi, e mi ha fatto male pensare che questo albo potesse avere una doppia chiave di lettura così banale.

È forse un albo questo che genera un grande senso di colpa tra gli adulti. Bisogna essere molto liberi per non farsi colpire, chiunque lavori da casa e ha con sé i bambini si è ritrovato in questa situazione: il bambino o la bambina totalmente focalizzati sul tablet, sulla televisione o che per noia in continuazione interrompono la mamma, quando lei ha delle scadenze e non può ascoltare.

Però, ancora una volta, non era mia intenzione far sì che gli adulti si riconoscessero in questa situazione. Il mio discorso era un altro: c’è questo problema, lo abbiamo in tanti, però avrei voglia di farvi vedere cosa succede in un’altra situazione, perdiamoci, abbandoniamo questo problema che è comune e andiamo oltre, cerchiamo di vedere qualcosa di bello, di poetico.

 

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Un grande giorno di niente, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2016

 

Come a dire che ti dispiace quando il tuo interlocutore vede solo il punto di vista dell’adulto e non coglie quello che stai raccontando del bambino?

Mi dispiace quando si vede solo uno dei lati del libro. È come se mi dicessero che per Cicciapelliccia ho voluto raccontare il problema di una bambina che non sa che regalo trovare per il compleanno della mamma, non è questo. Per me Cicciapelliccia parla del potere dell’immaginazione e anche Un grande giorno di niente fondamentalmente, solo che si parte da presupposti diversi.

È un’altra scelta coerente la tua di raccontare storie a partire da piccole cose.

Mi piace il poco, non mi piace l’enormità. Ma proprio perché non mi piace e non mi ci ritrovo nel mio prossimo albo, per mettermi alla prova, non c’è assolutamente il poco, anzi c’è anche il troppo: ma ne parleremo in un’altra occasione, promesso.

Ci piace una parola che hai ripreso nella nostra conversazione più volte: viaggio. Hai detto spesso che sono dei viaggi, non c’è forse uno spazio, ma un tempo sì, è quello del viaggio. E l’hai collegato alla trasformazione, come se il tempo del racconto fosse un tempo che parte da una situazione e trasforma un po’ il protagonista e quindi forse anche il lettore?

Il viaggio è un particolare autobiografico. Sono partita da casa abbastanza giovane, a 23 anni, ed è stato proprio in questo viaggio che mi sono intellettualmente, umanamente, psicologicamente costruita, è stata un’esperienza molto forte. Perché andare in Francia 20 anni fa era molto diverso dall’andarci oggi, per fare un esempio molto banale quando andavi al supermercato non c’era la pasta Barilla, non c’era niente, non c’erano italiani con i quali parlare, eravamo pochissimi, eravamo rari, oggi abitare in Francia è come dire andare a Milano o a Torino. Questo viaggio per me è stato talmente formativo e talmente fondamentale che io lo rimetto continuamente nei miei libri, c’è quasi sempre una persona che viaggia, o che esce di casa, o che va da qualche parte o che se ne va o che lascia o che ritorna o che rientra, c’è sempre. Ed è, come dici tu, una trasformazione

Un altro collegamento che volevo segnalarvi che è stato inconscio ma che c’è tra questi due libri è che in entrambi manca la figura maschile del papà. È una cosa che adesso devo indagare, l’ho scoperta recentemente.

E dov’è il papà?

Le possibilità sono varie, potrebbe anche essere morto… addirittura gli americani che sono così terrorizzati da tutto quello che può essere cosa grave hanno voluto specificare nel testo papà era rimasto a casa, hanno dovuto scriverlo, insomma.

Mi sono abituata nel tempo a questo puritanesimo. Una prima editrice americana alla quale abbiamo presentato il libro si è opposta definitivamente all’illustrazione del bambino con le gambe a forma di tronco d’albero in tutt’uno con la natura, perché trovava che fosse angosciosissima, il bambino immobile, paralizzato nella natura… in questo caso specifico mi sono opposta: l’immagine doveva rimanere. Questa determinazione si è poi rivelata molto positiva durante l’incontro di presentazione del libro a un altro editore, sempre americano, che ha compreso e al contrario apprezzato moltissimo proprio questa immagine particolare.

Mentre si è reso necessario intervenire su quel coltello insanguinato che Theo, il macellaio, sembra puntare verso Edith in Il meraviglioso Cicciapelliccia disegnando, per quanto minaccioso, solo un dito.

Queste operazioni sulle mie illustrazioni, sui miei libri, mi hanno fatto capire che mi piace l’idea di avere dei libri che hanno delle piccole diversità a seconda dei paesi dove vengono pubblicati, che hanno una vita diversa ed è buffo come questo dito puntato come una pistola sia molto più violento e molto più impressionante e più agguerrito del coltello sporco di sangue.

E per quanto riguarda Che cos’è un bambino? altro tipo di censura, in Inghilterra la copertina era secondo gli inglesi, un chiaro rimando alle fila dei bambini lavoratori durante la rivoluzione industriale, cosa che per gli inglesi è ancora oggi inaccettabile. Nonostante per me non sia assolutamente una fila perché non ci si mette in fila di fronte, questa è quasi una fotografia di gruppo, ho comunque accettato di buon grado e abbiamo scelto di fare una copertina diversa, che tra l’altro è risultata particolarmente efficace.

 

What is a child?

Usando un’illustrazione interna, vero? Il ritratto di una bambina.

Sì, nella copertina inglese abbiamo scelto il ritratto della bambina con l’ombrello.

C’è un altro racconto che vorrei farvi sulla cover di Che cos’è un bambino? che mi ha sconvolta e che riguarda un manifesto di Luzzati della fine degli anni settanta, primi anni ottanta, che non avevo mai visto e che rappresenta dei bambini su diversi livelli, come affacciati a tante finestre.

È stato Sergio Ruzzier, un illustratore italiano che abita negli Stati Uniti, che mi ha chiesto se mi ero ispirata a lui, ma non avevo idea di che cosa stesse parlando sino a che non mi ha inviato quell’immagine che mi ha sconvolta, perché io, che avevo sempre adorato Luzzati e che non ero assolutamente a conoscenza di questo disegno. Ho visto come abbiamo potuto riflettere nello stesso modo e questo è stato affascinantissimo.

Luzzati spesso usa questi mezzi busti, queste figure che saltano fuori un po’ teatrali, un po’ da scatola magica e poi c’è lo stesso espediente della bidimensionalita che ritorna.

Mi piace trovare i collegamenti tra i miei libri, mi rassicura molto.

Riflettevamo ora sul fatto che gli inglesi hanno voluto cambiare la copertina di Che cos’è un bambino? quasi come se fosse una traduzione! Quando si traducono i libri si traduce la cultura di appartenenza per poter far arrivare il libro alle persone… ecco in questo caso l’operazione che si è fatta con l’illustrazione è del tutto simile. In Inghilterra l’illustrazione della copertina italiana rimandava a un’immagine radicata storicamente nell’immaginario collettivo come fortemente negativa per cui è stato necessario non dare assolutamente quella lettura. È molto interessante e spesso ci chiediamo il perché di questi cambiamenti che non sembrano necessari e invece lo sono e molto, anche.

Mi piace molto pensare che i miei libri possano avere una vita completamente diversa, una percezione diversa a seconda dei paesi dove vengono pubblicati. Ogni tanto mi chiedo come mai non mi oppongo a questa cosa: però il libro deve vivere e comunque anche noi quando andiamo in un altro paese cerchiamo di modificare le nostre abitudini, di adattarci.

È molto diverso il modo di intendere il libro per bambini in America rispetto al pensiero francese o italiano, già Francia e Italia presentano interpretazioni differenti, ma per farvi un esempio: questo libro si doveva intitolare Just the day of nothing, Juste un jour de rien, Seulement un jour de rien, Solo un giorno di niente. Questo Just the day of nothing mi ha guidato nell’idea della storia, è stato il suono di questa parola che mi ha fatto inventare la storia. Questo titolo una prima editrice americana lo ha amato moltissimo, mentre la seconda, quella che alla fine lo ha pubblicato, Harper Collins, mi disse: però dobbiamo assolutamente cambiare titolo perché questo titolo non venderà mai. Cioè tu stai cercando di vendere il niente agli americani, gli americani non spendono i loro soldi per il niente. Quindi nel niente dobbiamo metterci qualcosa di magico”. E infatti il libro ha preso il titolo In un magico giorno di niente.

Però il niente è rimasto…

Sì, è rimasto, sono pronta a fare dei compromessi però non sono mai pronta a distruggere quello che voglio dire.

In fin dei conti l’istante, come citiamo in un nostro articolo, è proprio un tempo piccolissimo all’interno di due nulla, il prima e il dopo: la magia e il niente creano un limite all’interno del quale si svolge una storia.

Il grande giorno di niente ha il magico in sé, all’interno: la magia per me faceva parte di questo libro, per cui questo titolo non mi è parso così “sbagliato”.

Nel titolo la scelta di mettere grande e niente usando un corpo più grande rispetto alle altre parole è stata una tua scelta? 

La font l’ho scelta io, trovo anche un po’ innovativa l’idea di mettere un qualcosa che fosse in rottura rispetto al mio disegno perché mentre in Cicciapelliccia siamo sempre sull’illustrativo e il carattere tipografico è coerente, qui siamo andati proprio sul gioco elettronico, per creare un rimando chiaro. Col grafico abbiamo riflettuto molto, mentre per le grandezze ho lasciato decidere all’editore.

Il tempo è volato, anzi, è finito: discretamente i Topipittori si avvicinano e ci portano via l’autrice. Certi viaggi si fanno ancora intorno a un tavolo. E certe parole trasformano lo sguardo: che è un po’ la speranza di tutti noi che ci immergiamo nei libri.