Bianco e nero a teatro. La Parola e il Silenzio

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Bianco e nero.

Se parliamo di cinema o di arti visive ci sembra facile capire. Se parliamo di illustrazioni, anche. Quando si parla di testo scritto, qualcuno rimane perplesso, ma poi passa. Quando si parla di arte della narrazione o di teatro, si rimane dubbiosi.

Eppure il bianco e il nero sono alla base del teatro, in particolare nella ricerca dell’essenzialità tipica del teatro dello scorso secolo e di quello contemporaneo.

Che cosa è il bianco e il nero nel teatro di narrazione?

Per sua definizione questo tipo di teatro è fatto di parole che possiamo paragonare alle parole scritte sulla pagina del libro. Tuttavia il teatro di narrazione è fatto anche molto di silenzi e di pause. Forse sarebbe meglio dire che tutto il teatro del Novecento e quello contemporaneo è fatto anche e principalmente di silenzi e pause, e quando parlo di teatro intendo anche la danza, che nel secolo scorso ha avuto grandi nomi nella ricerca dell’essenzialità del gesto e anche nell’assenza di esso.

Il silenzio/bianco nel teatro di narrazione ha un valore narrativo altissimo, perché costringe il pubblico a guardare l’attore, a seguirlo nei suoi gesti (o non-gesti), con un’attenzione che non si avrebbe se ci fosse la parola.

Il silenzio/bianco è l’attesa. Il pubblico sa… e aspetta.

Quando il narratore/attore racconta, la pausa è piena di aspettative e di voci. Serve al narratore per condurre lo sguardo dello spettatore al di là della scena. Fargli vedere ciò che narra.

Il silenzio/bianco nelle storie di paura per bambini crea suspense, ma serve anche a creare lo spazio per “quella paura”.

È nella narrazione di storie di guerra, penso a Scalpicci tra i Platani di Elisabetta Salvatori (1), dove il silenzio fa parte della narrazione (il silenzio innaturale di Sant’Anna di Stazzema) e del narrare di Elisabetta, che lo usa per recuperare la memoria di uno dei più grandi eccidi della Seconda Guerra Mondiale e permetterci di vedere i volti, le case e la vita di gente comune, poi trucidata (2).

Elisabetta Salvatori e Marco Paolini a sant'Anna di Stazzema durante la diretta per il 25 aprile 2015.
Elisabetta Salvatori e Marco Paolini a sant’Anna di Stazzema durante la diretta per il 25 aprile 2015.

Il silenzio è anche in Scemo di Guerra di Ascanio Celestini (3), che lo usa magistralmente e solo a tratti, in quel suo narrare veloce e stupito, per creare comicità e sottolineare il paradosso della guerra.

Ascanio Celestini, spettacolo Scemo di guerra , Biennale di Venezia ottobre 2004 foto Maila Iacovelli.
Ascanio Celestini, spettacolo Scemo di guerra , Biennale di Venezia ottobre 2004
foto Maila Iacovelli.

Il silenzio è pieno come non mai nel teatro di Eduardo De Filippo, anche quando lui non è in scena. Pensate alla pienezza di quel “Lucariè, scetete …” in Natale in casa Cupiello (cliccate qui per vedere la scena): Lucarié si alzerà tra un’incredibile quantità di coperte e scialli, tra sospiri e grugniti, sbadigli: “… già songh’e nnove, Concé …?”

Il silenzio è attesa nelle Guarattelle (4).

Il pubblico, nella scena tra Pulcinella e il cane (uno degli episodi della tradizione dei guarattellai), sa che il cane arriverà e pregusta la scena; quando il cane entra “non visto” da Pulcinella, tutta la scena è basata proprio su questa assenza/presenza, come in una sorta di parlato e non parlato, di cui peraltro è pieno teatro comico-clownesco.

Il silenzio/bianco assume significanza nel teatro del Living Theatre (5), dove il silenzio degli attori è denuncia politica (il flash mob lo hanno inventato Judith Malina e Julian Beck negli anni Sessanta!).

Ricordo uno spettacolo del Living Theatre visto almeno 25 anni fa, cioè quando il Living era già mito, essendo la compagnia nata nel 1947: un attore entra in scena, si colloca al centro della stessa, in una posizione che sembrerebbe preannunciare un inizio, sta zitto per 15 minuti. Un silenzio pieno. Attesa, voci, risatine, movimenti sulle poltrone, colpi di tosse, sguardi pieni di domande, imbarazzo, rumori esterni… pienezza del vuoto.

 

E nella narrazione per i ragazzi, cosa accade?

Ci vuole coraggio per usare le pause. Non parlo delle pause nella lettura, dovute alle virgole o ai punti. Parlo delle pause della narrazione.

Nello Zio Lupo, fiaba della tradizione romagnola, quando la Rosina va a chiedere la padella, lo Zio Lupo la fa attendere per ben tre volte. L’attesa deve essere anche del bambino/spettatore. E deve essere lunga abbastanza affinché il bambino/spettatore intervenga per dire “ribussa!”.

Il silenzio serve al narratore per indurre il bambino ascoltatore a guardarlo e a seguire il suo sguardo che lo conduce nella storia.

In Le tre Onde (racconto Basco, edito in Italia da Motta Junior) l’arrivo della prima e poi della seconda e infine della terza onda, ogni volta più grande e minacciosa, deve essere preceduto dal silenzio che è la paura del protagonista, che resta basito nel vedere il muro d’acqua che si avvicina, e che è il tempo che si prende il narratore per alzare lo sguardo e far capire allo spettatore l’immensità dell’onda. È il silenzio che precede ogni disastro naturale

Dicevo che ci vuole coraggio perché sempre più il teatro di narrazione per bambini e ragazzi è sommerso dal caos della parola e dai riempimenti musicali. Si pensa che tutto ciò che viene dato ai bambini debba essere dinamico e veloce, “se no si annoiano”. L’ansia dell’adulto spettatore arriva al narratore che tende ad accorciare i tempi. Un po’ come capita a quelle case editrici che riempiono la pagina bianca di illustrazioni “perché il bambino ama i colori”.

Io credo che sia fondamentale recuperare innanzitutto il teatro di narrazione per ragazzi che ha in Italia nomi bellissimi e grandi, come quello di Marco Baliani (6), che con il suo Kohlhaas (spettacolo tratto da Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist) ha creato un inno al teatro di narrazione fatto di pause e di sguardi. E poi, nel teatro ragazzi, occorre recuperare la pausa fatta di silenzio e sguardi, domande e aspettative, poesia. La pausa che rende ancora più potente la parola/nero.

Marco Baliani in Kohlhaas. Foto di Enrico Febbo, tratta da www.marcobaliani.it
Marco Baliani in Kohlhaas. Foto di Enrico Febbo, tratta da www.marcobaliani.it

 

Il silenzio/bianco è lo spazio nel quale il bambino mette la propria immaginazione, perché si immagina cosa potrà accadere, aspetta la battuta, aspetta che il cattivo esca, con trepidazione, con paura e di questo riempie la scena: ma bisogna dargli tempo. Il bambino abituato alla narrazione è come il bambino lettore, conosce le storie e il bianco gli serve per sognare, creare, immaginare.

Il silenzio assume secondo me caratteristiche drammaturgiche, nel senso che fa parte del copione, nel teatro comico. Il silenzio è parte del testo. Penso a Dario Fo e a Gigi Proietti, ma sopra a tutti metto i Fratelli Colombaioni (7). Le pause non si sentono, nella trascrizione delle loro Farse, ma si vedono, nei puntini di sospensione, nel frequente andare a capo.

La comicità (checché ne pensino i vari autori di Zelig e Colorado) è, soprattutto, silenzio. La forza di un attore/narratore che entra, deve dire qualcosa, ci ripensa, si siede, si alza, fa per parlare, si risiede…

…fino a che il pubblico-bambino urla, tra le risate, “parla!”, vale mille storie narrate.

Riflettendo in questi giorni sul bianco e il nero sono arrivata alla conclusione che perlomeno nel teatro, di narrazione e non, la pausa/bianco sia come lo Zero. Zero è un numero e non vuol dire che “non c’è niente”; zero è assenza di qualcosa, che è diverso da “niente”.

Note e riferimenti:

(1) Elisabetta Salvatori: attrice autrice e regista versiliese, da anni racconta storie delle sue terre.

(2) L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema è uno dei più tremendi capitoli della nostra storia recente: in un piccolo paese della Versilia, arroccato tra le montagne, il 12 agosto del 1944 le SS hanno trucidato 560 persone, tutte donne, bambini (la più piccola 20 mesi) e vecchi.

(3) Ascanio Celestini: attore e autore romano, uno dei maggiori esponenti del teatro di narrazione.

(4) Le Guarattelle sono un particolare tipo di teatro di Burattini che si rappresenta in un teatrino ambulante detto “baracca”. Non esiste un testo ufficiale su cui si basa lo spettacolo di guarattelle, tutto è stato tramandato oralmente, fino al 1979, anno in cui Bruno Leone (uno dei massimi guarattellai contemporanei), trascrisse gli spettacoli di Nunzio Zampella, ultimo erede di tale tradizione. Protagonista indiscusso delle guarattelle è Pulcinella. Informazioni tratte da: Pulcinella e Punch: due tradizioni a confronto, Daniela Paolucci, Compagnia degli Sbuffi,1997.

(5) Living Theatre: compagnia di teatro sperimentale fondata nel 1947 da Judith Malina e Julian Beck, è stata un’esperienza unica nel suo genere. Teatro politico e di protesta nel quale vita – non a caso il nome – e scena si mischiano. Il Living ha fatto teatro ovunque: in strada, nelle carceri, negli ospedali. Il suo è stato un teatro politico, di protesta contro la guerra e per l’amore libero, forse tra i più forti ed incisivi dei nostri tempi.

(6) Marco Baliani: autore, regista attore teatrale e cinematografico, fondatore del gruppo teatrale Ruotalibera che ha diretto fino al 1991.

(7) I Colombaioni sono una dinastia di clown molto attiva nel secolo scorso. Hanno collaborato anche con Totò e Fellini. Le loro farse, trascritte e pubblicate anni fa nel volume I fratelli Colombaioni. Farse di tradizione, a cura di Stefano Di Pietro (Editori del Grifo, 1994), sono oggi reperibili solo nelle biblioteche.