Collezionare emblemi

Una modesta “lezione” sull’esperienza di lettura durante l’infanzia

È un peccato che la “collezione” non figuri accanto alla leggerezza, alla rapidità, all’esattezza, alla visibilità e alla molteplicità nella lista dei valori da salvare per la letteratura del nuovo millennio, elencati nelle celebri Lezioni americane da Italo Calvino, lo stesso scrittore che ivi dichiara:

[..] chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può esser continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. (da Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori)

Illustrazione di Karel Thole
Illustrazione di Karel Thole

Eppure la suddetta categoria, il “collezionismo”, a mio modestissimo parere (e non potrebbe essere altrimenti, in confronto all’illustre scrittore!), si adatterebbe molto bene a comprendere e valorizzare l’esperienza della lettura durante l’infanzia, la cui diffusione come pratica culturale e formativa è sicuramente una delle grandi conquiste della letteratura da portare nel nuovo millennio.

Con esperienza di lettura intendendo non solo la decifrazione della parola scritta, che inizia durante l’età scolare, ma in senso più ampio il rapporto con l’oggetto libro, con le narrazioni e con le illustrazioni, che avviene fin dalla più tenera età, anche senza l’ausilio degli adulti.

Riferendomi all’atto del “collezionare”, applicato al mondo della parola e delle immagini letterarie, non penso tanto alla costituzione di una biblioteca privata, quanto a quella di un personale universo di finzioni, fatto di riferimenti familiari e significanti, catturati, elencati e sommati secondo combinazioni del tutto proprie.

Illustri testimonianze d’autore avvalorano l’idea che la formazione dell’immaginario individuale avvenga durante l’infanzia attraverso la continua raccolta di esemplari (personaggi, luoghi, situazioni), anche disomogenei, che si imprimono in maniera indelebile nella nostra memoria.

Se, come argomenta sempre Calvino in Lezioni americane, l’immaginazione in senso generale è un “repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere”, quando si guarda al singolo “resta da chiarire la parte che in questo golfo fantastico ha l’immaginario indiretto, ossia le immagini che ci vengono fornite dalla cultura, sia essa cultura di massa o altra forma di tradizione”. Lo scrittore continua:

Una volta […] la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano fra loro in accostamenti inattesi e suggestivi.

[…] Il mio mondo immaginario è stato influenzato per prima cosa dalle figure del Corriere dei Piccoli, allora il più diffuso settimanale italiano per bambini. Parlo d’una parte della mia vita che va dai tre ai tredici anni, prima che la passione per il cinema diventasse per me una possessione assoluta che durò per tutta l’adolescenza. Anzi, credo che il periodo decisivo sia stato tra i tre e i sei anni, prima che io imparassi a leggere.

Negli anni Venti il Corriere dei Piccoli pubblicava in Italia i più noti comics americani del tempo: Happy Hooligan, the Katzenjammer Kids, Felix the Cat, Maggie and Jiggs, tutti ribattezzati con nomi italiani. E c’erano delle serie italiane, alcune di ottima qualità come gusto grafico e stile dell’epoca.

[…] Passavo le ore percorrendo i cartoons d’ogni serie da un numero all’altro, mi raccontavo mentalmente le storie interpretando le scene in diversi modi, producevo varianti, fondevo i singoli episodi in una storia più ampia, scoprivo e isolavo e collegavo delle costanti in ogni serie, contaminavo una serie con l’altra, immaginavo nuove serie in cui i personaggi secondari diventavano protagonisti.

[…] Questa abitudine ha portato certamente un ritardo nella mi capacità di concentrarmi sulla parola scritta […], ma la lettura delle figure senza parole è stata certo per me una scuola di fabulazione, di stilizzazione, di composizione dell’immagine. (da Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori)

Ecco affacciarsi sul mondo della letteratura un bambino che, prima ancora di saper riconoscere i percorsi narrativi realmente contenuti nelle storie che gli si pongono davanti (quelli che solo la lettura autonoma o la mediazione degli adulti potrebbero svelargli), se ne appropria tramite il codice visivo, li scompone e ne colleziona gli elementi, per poi riordinarli a modo suo.

Mio padre possedeva pochi libri ed è insieme a questi pochi libri che sono cresciuto. Essi stanno all’origine del mio rapporto con la letteratura, e alla domanda che oggi mi viene rivolta di frequente «Qual è l’autore che l’ha maggiormente influenzata?» dovrei rispondere «Koch».

Questo signor Koch ha scritto un manuale per pittori, nel senso di imbianchini.

[…] Il “Grande manuale Koch sulla pittura” era azzurro e voluminoso. È stato un mio grande amore. Conteneva – così mi pareva – il mondo intero, perlomeno il mondo di un pittore ma anche molto di più. Infatti sotto a un’illustrazione c’era scritto «Facciata di casa di Berlino» e Berlino era molto lontana. E anche se nella fotografia si vedeva solo una casa e niente del resto di Berlino, per me si trattava sempre di una informazione che veniva da Berlino, di una prova dell’esistenza di questa città, della scoperta che anche molto lontano ci sono ancora delle cose.

Il “Grande manuale Koch sulla pittura” era un libro ideale per l’infanzia. A nessuno veniva in mente di spiegarmi quel libro, e se ero io a fare delle domande mi spiegavano che era troppo noioso. […] Osservavo le immagini e mi inventavo delle storie, per esempio una storia su Berlino in cui il colore rosa pallido aveva una grande importanza, dato che la fotografia corrispondente mostrava una casa con la facciata rosa pallido. Inoltre aspettavo con ansia che mi insegnassero a leggere; io avevo già una mia ragione personale per voler imparare. Ardevo dal desiderio di confrontare le mie storie con il testo di Koch. (da Peter Bichsel, E mille grazie del bel libro per bambini in Al mondo ci sono più zie che lettori, Marcos y Marcos)

Facendo dell’oggetto della lettura un emblema dal significato inedito per l’autore stesso, il lettore bambino, incarnato da Peter Bichsel nelle righe precedenti, diventa interprete, se non addirittura autore, di esclusivi mondi narrativi, talvolta completamente e straordinariamente incongruenti rispetto alla loro origine

Un’esperienza di lettura più consapevole ma affine a quelle finora riportate viene raccontata da Antonio Faeti in un bell’articolo intitolato Galleria di uno sguardo bambino, pubblicato sulla rivista Hamelin. Storie figure pedagogia.

In esso Faeti ripercorre undici figure – per lo più vignette, ma anche illustrazioni, da Topolino alle prese con un uovo preistorico, nelle matite del grande Floyd Gottfredson, al Principe Valiant di Hal Foster sospeso sulla bocca di un pozzo oscuro, fino alla copertina di Italia provvisoria di Giovannino Guareschi – incontrate durante l’infanzia, alle quali attribuisce lo statuto di “immagini privilegiate”.

Queste immagini, che maggiormente hanno generato una corrispondenza emotiva nell’immaginazione dell’autore per fascinazione, analogia, contrasto, si trasformano nel “patrimonio privato [al quale] si ricorre nella vita quando si ha bisogno di un certo tipo di consolazione, quando si devono realizzare indispensabili confronti, quando si cerca di spiegare un accadimento, quando si ha necessità di una visita negli Eterni del Sogno, che ogni persona plasma, costruisce, rielabora”.

Come già per Calvino, anche secondo Faeti, stando all’esperienza avuta da bambino e a quella ripetuta con i suoi alunni, l’osservazione e combinazione delle immagini preferite genera nuove facoltà interpretative e narrative:

Scoprivamo il sorgere di misteriose sintonie, capivamo, soprattutto, che mente si configuravano le varie “gallerie”, si ottenevano anche le parole per dirlo.

[…] (Si) sentivano nascere e poi via via crescere e svilupparsi la capacità di decifrazione, la cultura del commento, il procedere dell’analogia, il sorgere dell’atteggiamento ermeneutico. (da Antonio Faeti, Galleria di uno sguardo bambino, in Hamelin n. 20)

Lo stesso racconta Peter Bischel, concludendo la riflessione apertasi col ricordo del Grande manuale Koch sulla pittura:

Ai bambini invece piacciono i dettagli, gli sgabuzzini ingombri e le soffitte. Quello che a me sembra uno dei compiti della letteratura, cioè intraprendere continuamente un inventario degli oggetti del mondo, ritengo sia anche un compito dei libri per bambini. I disegni di questi libri devono far nascere delle parole, provocare delle parole. Non devono essere niente di più (e niente di meno) che l’impalcatura sulla quale i bambini possono costruire da soli le loro storie. Una facciata rosa pallido a suo tempo ha fatto sorgere in me delle storie, e la parola Berlino è diventata magica. (da Peter Bichsel, E mille grazie del bel libro per bambini in Al mondo ci sono più zie che lettori, Marcos y Marcos)

Illustrazione di Karel Thole
Illustrazione di Karel Thole

Fra parole magiche, miti personali e Eterni del Sogno, gli autori ci indicano un procedimento di sublimazione della pagina stampata in un immaginario dal potere fecondo e salvifico, che, una volta formatosi, consente ad ogni bambino di farsi demiurgo di mondi immaginari, e al tempo stesso di dare un senso alla realtà, attraverso la sua rappresentazione in una forma evidente e persistente.

Non importa quale sia la destinazione originaria delle immagini, se l’intrattenimento infantile, l’illustrazione divulgativa o la narrazione per adulti. Il bambino lettore riesce a scontornarle dal loro contesto per farne un proprio simbolo. Più esse rappresentano situazioni fuori dalla sua portata, più stratificate sono le risonanze che creano. Nello sguardo bambino, poi, nessun pregiudizio di valore impedisce a un catalogo per imbianchini o alle icone della stampa popolare – come i personaggi dei fumetti, in Italia tanto bistrattati dagli adulti fino agli anni Sessanta del Novecento – di farsi portatori di significati profondi e generare di rielaborazioni raffinatissime.

La presenza di forma e stile distintivi sono fondamentali per l’imporsi nella collezione di immaginari di un esemplare piuttosto che un altro. In tutti e tre i loro scritti gli autori fanno riferimento a elementi visivi più che verbali, ma qualità come esattezza, consistenza e coerenza sono le stesse che agiscono sul lettore anche di fronte alla parola scritta.

Fra gli autori contemporanei, nessuno come Michele Mari mi è parso capace di celebrare e raccontare, in una forma a sua volta compiuta e meravigliosa, l’appropriazione del meraviglioso contenuto nelle figure e nelle parole dei libri incontrati durante l’infanzia e la preadolescenza.  Michele Mari, professore universitario, coltissimo scrittore, figlio del designer Enzo Mari e dell’illustratrice Iela Mari, autore di una autobiografia per immagini, costruita sull’accumulo di oggetti-feticcio accuratamente collezionati nel corso di una vita (di Asterusher. Autobiografia per feticci, con fotografie di Francesco Pernigo, Corraini edizioni, ne rileggerete prossimamente su queste pagine).

Passando da un libro di Mari all’altro, è possibile vedere in atto la traduzione, in forma sia di catalogo sentimentale che di acuta narrazione, delle suggestioni, dei tormenti, delle ossessioni, distillate dai fumetti, dai romanzi di avventura e da quelli di fantascienza assiduamente frequentati da ragazzo.

La raccolta di racconti Tu, sanguinosa infanzia si apre con un’ode intitolata a I giornalini. Il professor ***, prossimo alla paternità, allarmato dalla prospettiva che un bambino tutto nuovo possa mettere le mani sulla sua collezione di giornalini, Tintin, Cocco Bill, L’Uomo Mascherato, Zio Tibia, gelosamente conservati per lunghi anni, ne spacchetta l’involucro prima di riseppellirlo in un luogo inaccessibile, come un tesoro:

Questi coaguli mostruosi, questi sovrumani concentrati della mia malinconia, questi monumenti della mia solitudine, queste cose SACRE dovrebbero finire in mano di una creatura (amata, certo, consanguinea, anche) di una creatura sbavante che me li pasticcerà con osceni pastelli più oscene penne biro? Sono pregne delle mie continuazioni e rielaborazioni, siffatte entità, incasellano irripetibili giorni, codeste vignette (amati quadrati, adorati rettangoli, emblémata della mia camera, insegne del letto mio), sì, sì, sono storia, museata chiosata laudatssima historia, sono una docta collectio (signata, schedata) che merita scienza, distanza, l’amore che si debbe ai classici (Tacito Proust Guicciardini, Soldino Geppetto Eta Beta), e sono, e son tradizione, e son religione. E son commozione. Basta. Li maneggio con cautela io che li ho posseduti, li palpo con guanti ideali, li sfoglio con pinze mentali come fossero inestimabili papiri io che ne fui il signore, e altri dovrebbero stabilire con loro un rapporto pratico d’immediata fruizione, reificarli così?

[…] Chiudo gli occhi e ti vedo, fantasmino veloce che cerci, che frughi, che trovi, che sfogli, ti vedo buttare lontano questo liso Uomo Mascherato dopo poche pagine, tu, sceso dai lombi miei, non impazzire d’amore per l’Uomo Mascherato! Ti ho visto hai sbuffato, sei insofferente! Cerchi conforto – e lo trovi – in altre letture che non mi dicono nulla, roba che è tua e solo tua e allora io qui te la assegno ufficialmente, siano quelli i tuoi sogni, se da quel groviglio sarai capace di estrarre l’oro che io ho estratto dai miei giornalini mi complimento con te, la vita si azzera, vorrai mica ereditare l’emozione del babbo la memoria del babbo la coscienza del babbo per innestarle come una protesi nel cervellino tuo, vero? (da Michele Mari, I giornalini, in Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi)

Nella stessa raccolta ci si imbatte poi nel racconto dedicato a Le copertine di Urania, vagheggiate in tenerissima età dalle mani del nonno che li leggeva e collezionava. Rappresentazione del lato oscuro della letteratura, approdo di un percorso iniziatico verso i territori dell’ignoto, di cui la lettura di libri- ahimè – per ragazzi è una delle prime inevitabili tappe, i libri della collana Urania impregnano l’immaginario di Michele Mari, anche quando la sua scrittura racconta altro dalla fantascienza.

Prendo come esempio il romanzo Verderame, in cui il tredicenne Michele racconta, fra visioni e inquietudini rurali dal sapore lovecraftiano, il tentativo di svelare il passato dell’”uomo del verderame”, Felice, il tuttofare anziano e grottesco di casa dei nonni, che sta perdendo la memoria e il senno. Sulla copertina, a sugello di un’eredità riconosciuta, un’immagine di Karel Thole, per oltre trent’anni illustratore di Urania (sono sue le illustrazioni accompagnano  questo articolo).

Michele Mari, Verderame, Einaudi, illustrazione di Karel Thole
Michele Mari, Verderame, Einaudi, illustrazione di Karel Thole

Perché c’era questo di intenso nelle copertine di Urania, che l’orrore vi si alternava all’incanto, e spesso vi si combinava in un’ambiguità che mi struggeva. Odiati mostri, mostri adorati, quanto mi siete stati vicini! (da Michele Mari, Le copertine di Urania, in Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi)

Era l’essere più terragno e torpido che io conoscessi, eppure qualcosa di magnetico abitava in lui, come un interno fascio di luce che rimbalzasse da tutte la parti in cerca di un’uscita. E nel mio scoramento per l’impossibilità di aiutarlo e fare ordine nella sua mente sconvolta si insinuava la gioia di poter confermare che il mio mostro era veramente un mostro. (da Michele Mari, Verderame, Einaudi)

E poi c’è il racconto Otto scrittori, che svela come nella mente immaginifica di un giovane lettore la parola scritta possa farsi portatrice della stessa vertigine combinatoria delle immagini:

C’erano una volta otto scrittori che erano lo stesso scrittore. Tutti scrivevano del mare e delle sue tremende avventure, tutti usavano parole meravigliose come bastinaggio e bompresso, tutti conoscevano la geografia più lontana, i venti, le faune, le flore, le costellazioni, il computo della posizione, da quella conoscenza ricavando profondissimi affanni; mi facevano ardere della stessa sete e dello stesso deliro, rabbrividire per la stessa tempesta, sprofondare nello stesso identico flutto. La stiva di cui parlavano aveva una sola tenebra, il segreto del capitano non si scioglieva mai, parole e cose passavano intercambiabilmente da un libro all’altro con fantastica continuità, e la mappa… la mappa era spezzettata in tanti frammenti distribuiti in ognuno di quei libri, bisognava averli letti tutti, ricordarseli tutti, confonderli tutti.

Gli otto nomi di quell’immenso scrittore erano questi: Joseph Conrad; Daniel Defoe; Jack London; Herman Melville; Edgar Allan Poe; Emilio Salgari; Robert Louis Stevenson, Giulio Verne. (da Michele Mari, Otto scrittori, in Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi)

Se il compito dello scrittore adulto nel racconto sarà proprio quello di sperare le diverse identità e assegnare a solo uno degli otto lo scettro di sommo scrittore del mare, il lettore bambino è invece il creatore di una sterminata mappa di tesori – parole che evocano mondi, narrazioni che si completano l’una con l’altra, personaggi che rivivono oltre i limiti della loro storia individuale-, nascosti fra le pieghe delle pagine scritte.

L’operazione intellettuale fin qui raccontata non in tutti i bambini può avvenire alla stessa maniera o venire ricostruita con altrettanta precisione una volta divenuti adulti.

Se io mi impongo di pensare alla mia galleria personale nei termini finora suggeriti, mi ritrovo a rinvenire vignette di Topolino e Barbapapà, album di figurine, pagine dai cataloghi delle prime collane di libri per ragazzi. Più “ricercata” la collezione di mini-locandine di film allegate alla rivista Ciak, formato 10×15 cm, che mio padre conservava in uno schedario in rigoroso ordine alfabetico e che io sfogliavo avidamente. Cosa farmene di questo repertorio di immagini a fumetti, immagini di consumo, immagini in movimento, resta ancora da vedere…

Cambiati i tempi, i consumi e i prodotti culturali, cambiano gli immaginari. Quali figure, mondi possibili collezionano e catalogano nel loro personale repertorio i piccoli lettori di oggi, che sono al contempo spettatori dei media e fruitori di tecnologie visuali?

Già negli anni Ottanta Italo Calvino poneva domande e risposte, che lanciano una sfida a tutti gli adulti promotori e cultori della cultura dell’immaginario:

[…] quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la «civiltà dell’immagine»? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? […] La memoria è ricoperta da strati di frantumi di immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo.

[…] Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini. Penso a una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, «icastica». (da Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori)

BIBLIOGRAFIA
Italo Calvino, Lezioni americane, Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1993
Peter Bichsel, E mille grazie del bel libro per bambini in Al mondo ci sono più zie che lettori, Marcos y Marcos, 1989
Antonio Faeti, Galleria di uno sguardo bambino, in Hamelin n. 20, aprile 2008, a cura di Hamelin Associazione Culturale
Michele Mari, Tu sanguinosa infanzia, Einaudi, Torino 2009
Michele Mari, Verderame, Einaudi, Torino 2007
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Laureata in studi teatrali, dopo essere diventata bibliotecaria si è specializzata "sul campo" in letteratura per ragazzi. Collabora con riviste e siti specializzati, oltre ad animare le pagine del suo blog personale GiGi Il Giornale dei Giovani Lettori