Dall’altra parte del libro – Il paradosso possibile degli “stranieri come noi”

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Ci sono cose che sappiamo dei libri: per esempio che i libri ti fanno incontrare qualcuno che non conosci, che ti portano in luoghi in cui non sei mai stato. Sono cose che sappiamo o che a volte diciamo senza saperle: magari ce le ha dette qualcun altro e sembravano convincenti. Sì, ci sta: i libri ti fanno vivere vite che non sono la tua, ti mostrano posti che non sono i tuoi, i libri sono un tappeto volante fatto di parole.

Dentro i libri, dentro la lettura, succede che conosci qualcosa e vedi che è “lo stesso, ma diverso”: che quella persona lì è come te, ma è diversa; che quel luogo, quel posto, quel mondo è lo stesso ma diverso; che quella lingua è la stessa ma diversa – the same, only different.

E funziona davvero così, in quel modo sottilmente paradossale: che riconosci te stesso, ma diverso – che riconosci la differenza solo a partire dall’empatia.

Tutti i paradossi ci aiutano a capire la realtà – perché i paradossi diventano possibili solo quando li guardiamo da un po’ più lontano, ci spostiamo a un altro livello – almeno, è quello che capisco io dopo aver letto Bateson. Per capire questo paradosso, quello dello “stesso ma diverso”, conviene guardare proprio alle storie, e in particolare ai libri; più da vicino, guardare come funzionano alcuni di questi libri – così ho scelto libri in cui ci sono degli stranieri (che magari siamo noi), e dei viaggi, e dei confini, e spesso dei muri.

Il primo di questi libri è un libro fotografico firmato nel 1982 da Mario Mariotti; il testo è riportato in copertina, sopra una foto di deserto, e dice:

Voglio fare un viaggio / arrivare a un paese / che prima non ho visto mai / e vedere / se mi ricorda il mio / se il villaggio è un villaggio / e il giardino un giardino / se è vero che tu / come me / sei partito / dall’altra parte del libro / per incontrarmi

Mario Mariotti, Dall’altra parte del libro
Mario Mariotti, Dall’altra parte del libro

Il libro monta foto piccole su foto grandi, con particolari della Toscana e del Maghreb, e così soggetti simili si trovano a dialogare, solo per immagini; il testo è tutto in copertina, e nella doppia pagina centrale in cui veniamo avvertiti che il nostro viaggio continua o forse stiamo tornando indietro, e le immagini si scambiano: le grandi diventano piccole e le piccole grandi, fino a tornare all’immagine iniziale e alla copertina. Chiudendo il libro scopriamo che anche la quarta è una copertina, e riporta lo stesso testo che abbiamo letto, ma in arabo; e nella foto non compaiono le dune del deserto ma le colline toscane.

È un indizio semplice: l’arabo si legge da destra a sinistra e i loro libri sono montati “al contrario” dei nostri – così un arabo leggerà il nostro stesso libro e quello che è stato il nostro viaggio di andata sarà il suo viaggio di ritorno.

Tanto basta per mostrare ciò che è “lo stesso, ma diverso”.
Tanto basta per far provare, meglio, che la nostra esperienza è la stessa, ma diversa. La conoscenza nelle storie passa sempre attraverso un’azione – che è contemporaneamente la nostra di lettori e quella del protagonista.

Torniamo indietro allora, rileggiamo il testo in copertina e troviamo che c’è tutto: la “mia” intenzione di partire, la possibilità di conoscere un altro viaggiatore, e scoprire che un villaggio è un villaggio: lo stesso, ma diverso.

Nella sua eleganza, il libro di Mariotti è praticamente un gioco: traduce una sensazione complessa in qualcosa che si capisce solo attraverso l’esperienza. Da qui partono una serie di emozioni più complesse e articolate, come la nostalgia, la solitudine, lo sradicamento e il riconoscimento, il sentirsi a casa e il cercare casa. È un grado zero dell’immedesimazione.

Lasciamo Dall’altra parte del libro, e passiamo a L’approdo di Shaun Tan, una graphic novel senza parole, o un silent book, un capolavoro riconosciuto della narrazione per immagini.

Shaun Tan, L’approdo
Shaun Tan, L’approdo – Copertina della prima edizione italiana (Elliott, 2008). Ora il libro è nuovamente disponibile presso Tunué.

Shaun Tan è un illustratore e autore australiano di origini asiatiche: ne L’approdo, opera dalla lunga gestazione, l’artista evoca e ricorda, montandole insieme, memorie di migrazione della sua famiglia e di altri migranti. Il protagonista lascia la famiglia per approdare in un altro paese, di cui non sa niente, non capisce la lingua e la cultura: per rendere questa condizione al lettore, per chiederne l’immedesimazione, per empatia nei confronti delle persone di cui racconta, Shaun Tan racconta il viaggio riempiendo il libro di scritte incomprensibili e di animali e di oggetti fantastici.

L’approdo: il protagonista fa la valigia e si prepara a lasciare la casa.
L’approdo: il protagonista fa la valigia e si prepara a lasciare la casa.
Dida 4: L’approdo: la casa del protagonista è ora ricca degli elementi di prima (gli stessi) e degli oggetti della nuova cultura (i diversi)
Dida 4: L’approdo: la casa del protagonista è ora ricca degli elementi di prima (gli stessi) e degli oggetti della nuova cultura (i diversi)

L’approdo riesce a rendere lo spaesamento senza nominarlo: il protagonista non capisce il nuovo Paese, e la sua perplessità si trasmette soprattutto nel confronto tra il suo sguardo smarrito e ciò che sta guardando.

L’approdo: La sequenza dell’ufficio immigrazione
L’approdo: La sequenza dell’ufficio immigrazione

In questa sequenza, per cui l’autore si ispira alle procedure dell’ufficio immigrazione di Ellis Island, il protagonista è davanti a un interlocutore che non viene mai mostrato. La prima cosa che capiamo non è il suo smarrimento, ma la sua incapacità a spiegarsi, a dire.

Lo stesso sguardo perplesso si confronta invece, spesso, con qualcosa che il protagonista sta scoprendo in quel momento, e che è nuovo per lui perché nuovo anche per noi.

L’approdo: segni misteriosi
L’approdo: segni misteriosi

Il protagonista porta con sé un libretto, una specie di dizionario, scritto nella lingua incomprensibile che è scritta ovunque. Nella mancanza di testo (il libro, lo ricordiamo, è un silent book), la parola scritta “non parla” e rimane decorativa e incomprensibile, segno della stessa difficoltà di comunicare che avevamo trovato all’ufficio immigrazione.

L’approdo: Incontri con gli stranieri
L’approdo: Incontri con gli stranieri

Eppure il protagonista riesce lo stesso a capire come comunicare, e la lingua che prima era per lui un ostacolo diventa un mezzo di comunicazione, dove la scrittura si intreccia con il disegno e si concretizza su un taccuino che il protagonista ha sempre con sé.

la lingua che prima era per lui un ostacolo diventa un mezzo di comunicazione

L’approdo: Farsi aiutare
L’approdo: Farsi aiutare

La lingua, così come le mappe e i disegni da ostacolo diventa quindi ponte, possibilità di dialogo con gli altri, che sono anche stranieri e che raccontano anche le proprie storie di immigrazione. In questa sequenza l’incontro con lo straniero si ripete e si svolge in maniera molto più lineare, più dialogata.

Per inciso: andrebbe studiato molto nel dettaglio come in questa opera Shaun Tan affida alle mani il dialogo tra personaggi, che si aprono sempre in gesti parlanti e accompagnati dallo sguardo e dalla posizione del corpo.

Non a caso l’ultima tavola del libro mostra la figlia del protagonista che accoglie una nuova straniera, la cui valigia testimonia il suo arrivo recente: la grammatica dei gesti fin qui tenuta nel libro si scioglie finalmente in un gesto universale di accoglienza, quello di dare indicazioni e di aiutare.

L’approdo: Ultima tavola
L’approdo: Ultima tavola

Questi gesti sono sempre gli stessi, ma diversi. Nel testo compare un’altra importante sequenza narrativa ambientata in una fabbrica: qui i gesti sono esattamente gli stessi, ripetuti – cogliamo che non c’è conoscenza o comprensione ma pura alienazione. Un gesto uguale, identico, ripetuto tante volte dallo stesso operaio e da tutti gli operai, come se fossero macchine al servizio di una grande macchina.

L’approdo: L’alienazione
L’approdo: L’alienazione

Le invenzioni narrative de L’approdo riescono piano piano non solo a farci capire che questo è un paese sconosciuto, ma anche come la conoscenza si faccia strada, come avvenga in un suo divenire: come la conoscenza sia esperienza.

Un ruolo importante svolgono così le figure fantastiche, che testimoniano fantasmi indicibili ma anche speranze e piccoli incontri: sono, come è poi nel resto dell’opera di Shaun Tan, simboli quotidiani e profondi, spiritelli familiari ma assolutamente veri.

L’approdo: Una lettera da casa
L’approdo: Una lettera da casa

C’è in particolare, fin dalla copertina, un animale domestico che accoglie il protagonista nella sua nuova casa: è tutto bocca, coda e occhi, ed è un’invenzione assoluta, non sta per una cultura particolare (né quella di provenienza né quella incontrata) – è universale. L’incontro tra un uomo e un animale descrive quella necessità di adattamento reciproco che avviene insieme all’instaurarsi di una comunicazione.

In tutto il libro capiamo che il protagonista non capisce, e noi stessi capiamo di capire solo una parte del libro; capiamo la complessità del libro, e ne siamo affascinati: e raccontandoci la vicenda, riempiendo il vuoto di testo dato dalla mancanza di parole, la facciamo nostra e ci adattiamo. Lo capiamo perché è come il nostro, ma differente. Lo stesso, ma diverso.

Mariotti e Shaun Tan rinunciano allo scritto per far raccontare solo le immagini: è una condizione di estrema riflessione, di rinuncia alla lingua parlata in favore di un racconto interiore e individuale – il fluire del testo scritto segna una velocità indicativa della lettura, e un ritmo, una scansione: la narrazione per immagini invita invece a tornare sopra, a soffermarsi o accelerare, a cercare significato, a raccontarsi. Ci costringe a “dare senso” alle cose, e regola la nostra velocità in base alla quantità di senso che riusciamo a dare a ciò che vediamo.

Cose straniere ma non aliene: non c’è alienazione ma straniamento.

Questo modo di leggere ci porta dentro il protagonista (ci immedesimiamo, in-medesimo) e per fare questo siamo usciti da noi, siamo andati fuori. Dentro “fuori” troviamo il segno e la direzione di questo percorso: fuori è “extra”, e chi abita l’extra è un “extraneus”, un estraneo o uno straniero. Da straniero viene l’aggettivo “strano” (in inglese stessa familiarità e percorso inverso per “strange” e “stranger”) che descrive le creature, i cibi, i vestiti e i giochi che costellano le pagine di Shaun Tan.

Cose straniere ma non aliene: non c’è alienazione ma straniamento.

Eccoci al cuore del paradosso possibile: il meccanismo che ci fa capire che qualcosa è “lo stesso, ma diverso” è spesso lo straniamento, espediente conoscitivo e letterario per eccellenza. La narrativa, la poesia, l’epica, il teatro, hanno tra i propri strumenti di trasmissione di sapere questa capacità di mostrarci ciò che è consueto in forme insolite – dentro questa cornice, siamo stranieri ai nostri stessi ambienti e così capaci di operare un’azione critica anche su ciò cui siamo abituati.

Lo straniamento costella l’opera di Shaun Tan, ma lo ritroviamo in altri libri costruiti intorno ai confini e alla differenza che i confini portano con sé: lo straniamento aiuta ad abbracciare in un solo sguardo Zighi e Zaghi ne La battaglia del burro del Dr. Seuss, divisi da un muro e dal modo di imburrare il pane.

Dr. Seuss, La battaglia del burro
Dr. Seuss, La battaglia del burro

Lo straniamento ci mostra come credibili cinque paesi monocromi (bianco, nero, giallo, blu e rosso) divisi da alti muri ne Il paese dei colori di Paolo Marabotto.

Paolo Marabotto, Il paese dei colori
Paolo Marabotto, Il paese dei colori

Lo straniamento è quello che ci permette di assistere ai personaggi de L’isola di Armin Greder, il cui comportamento assomiglia molto ad alcuni dei pescecani che popolano l’opera di Bertolt Brecht.

Armin Greder, L’isola
Armin Greder, L’isola

In questi testi lo strano si insinua nel tessuto della scoperta, e semina dubbi o ci aiuta a riflettere su noi, sul nostro mondo.

Sì: “de te fabula narratur”. La narrazione insegna attraverso l’immedesimazione e lo straniamento.

Solo apparentemente è diverso il percorso fatto da Francesca Sanna con Il viaggio, una storia ispirata alle recenti fughe da nazioni in guerra, con una famiglia che attraversa confini e mari e nazioni in cerca di un approdo.

Il testo è più realistico, lo stile ha uno stampo meno grottesco e surreale dei precedenti – eppure, anche qui, lo “strano” compare: lo fa per descrivere (solo graficamente) i timori e le paure, le ombre che popolano la foresta o i timori per il futuro, suggeriscono una storia ulteriore che ancora non si può dire.

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Francesca Sanna, Il viaggio

Il viaggio è un libro molto parlato, ricco però di espedienti grafici “muti”, cioè non dichiarati, che dicono in modo emotivo cose che il testo non può dire. Cose che a volte sono semplicemente indicibili, come era anche in Shaun Tan.

Shaun Tan, <em>L’approdo</em>: Ombre indicibili
Shaun Tan, L’approdo: Ombre indicibili

Sì, perché le parole non possono dire tutto: non è un caso che intorno a questi confini ricorrano libri senza parole.

Chiudo allora con un ultimo libro “quasi” senza parole, Dall’altro lato dell’albero di Mandana Sadat: una bambina si avvicina a una vecchia, la guarda, la spia, scappa, fino a che non si appoggiano entrambe ai due lati di un albero. A quel punto dalla bocca della vecchia escono le parole “c’era una volta”, che danno vita a un drago con cui la bimba inizia a giocare.

Mandana Sadat, Dall’altro lato dell’albero
Mandana Sadat, Dall’altro lato dell’albero

Ci sono tutti gli elementi che abbiamo trovato finora, ma in un libro senza stranieri: c’è un confine (l’albero), c’è un personaggio “estraneo”, c’è il gesto del racconto (non conosciamo la storia raccontata ma ne vediamo l’azione) – la storia diventa solo metafora di conoscenza, spoglia del viaggio.

Perché conosciamo narrando e nel racconto, esperendo il nostro poter essere “noi stessi ma diversi”.

Perché i libri ci fanno conoscere qualcuno che non abbiamo mai incontrato, ci fanno stare in luoghi pieni di porte, espandono la nostra esperienza rendendo la nostra vita più ricca e meno strana. Essendo semplicemente gli stessi, ma diversi.

BIBLIOGRAFIA
Dall’altra parte del libro, Mario Mariotti, La Nuova Italia, 1982
L’approdo, Shaun Tan, Elliot, 2008 (ed. or. 2006; oggi Tunué, 2016)
La battaglia del burro, Dr. Seuss, Giunti, 2002 (ed. or. 1984), traduzione di Anna Sarfatti
Il paese dei colori, Paolo Marabotto, Lapis, 2001 (ed. or. 1997)
L’isola, Armin Greder, Orecchio Acerbo, 2008 (ed. or. 2005), traduzione di Alessandro Baricco
Il viaggio, Francesca Sanna, Emme Edizioni, 2016 (ed. or. 2016), traduzione di Martina Sala
Dall’altro lato dell’albero, Mandana Sadat, Artebambini, 2004 (ed. or. 1997)