Finali shock

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La stragrande maggioranza degli albi illustrati rivolti alla prima infanzia ha un finale rassicurante e rasserenante. I bambini piccoli sono abituati all’happy end. In questo articolo andrò invece nella direzione opposta, alla ricerca dei“finali cattivi” nei picture book. Mi metterò sulle tracce di quelle storie pensate per la fascia d’età prescolare che si concludono in modo scorretto, imprevisto, graffiante, con una sana dose di malvagità, e che non intendono minimamente confortare il bambino, strizzargli l’occhio, impartirgli una lezione o farlo andare a nanna tranquillo.

Quando mi sono recata in biblioteca per documentarmi e individuare titoli dal finale poco convenzionale, la bibliotecaria che ha ascoltato la mia richiesta ha inarcato le sopracciglia:“No, non ne abbiamo. Anzi, non li vogliamo proprio libri così!”, ha dichiarato convinta. Poi però si è messa a pensare intensamente, tentando di recuperare dalla memoria qualche storia che potesse fare al caso. Si è avvicinata allo scaffale delle letture autonome, della narrativa, delle fiabe… lì sì che avrei trovato un’ampia scelta di conclusioni crudeli o spaventose. “Ma i bambini piccoli”, mi ha detto, “lasciamoli tranquilli”.

 Andersen aveva il coraggio di scrivere favole con un finale triste. Riteneva che non si debba cercare di essere buoni per un tornaconto (proprio quello che i raccontini moralistici di oggi si ostinano a divulgare, e che non sempre, in questo mondo, corrisponde a verità), ma perché la cattiveria è frutto di un limite intellettuale ed emotivo, l’unica forma di miseria da cui tenersi alla larga. Ed è ridicola, quant’è ridicola! Andersen non sarebbe stato il grande scrittore che fu senza un senso dell’umorismo che spaziava dall’indulgenza al dileggio (Wisława Szymborska, Letture facoltative, Adelphi, 2006). 

Il primo albo dal finale spiazzante che mi viene in mente, considerando un target di destinatari piccini, è Apri la gabbia!, di Silvia Borando e Lorenzo Clerici, pubblicato dalla casa editrice emiliana Minibombo nel 2015. Il libro è composto da una serie di finestrelle da alzare che rappresentano le porte di tante gabbie in cui sono rinchiusi degli animaletti. Sollevando le alette il bambino ha il potere di regalare la libertà alle simpatiche creature costrette dietro le sbarre: un topino, un coniglio, uno scoiattolo, un uccellino, una rana, un riccio.

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Apri la gabbia!, Silvia Borando e Lorenzo Clerici, Minibombo, 2015

 

Uno alla volta, le bestioline ringraziano e si danno alla fuga. L’ultima gabbia, però, appare diversa dalle altre: è una scatola marrone, liscia, priva di spiragli che consentano di intravedere quale personaggio si trovi all’interno.

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Apri la gabbia!, Silvia Borando e Lorenzo Clerici, Minibombo, 2015

 

Al lettore la scelta: aprire anche in questo caso lo sportellino e far uscire il misterioso abitante? La mano del bambino è invogliata a non fermarsi e a proseguire la sua opera di bene. Non potrebbe fare altrimenti, spinta dal meccanismo stesso del libro che la “obbliga” quasi ad andare avanti, a girare la finestrella successiva, a scoprire chi si nasconde nell’ultima gabbia.
Che sorpresa quando dalla scatola sbuca un minaccioso serpente! Il bambino si rende subito conto di aver combinato un guaio. Stavolta non ha liberato una tenera creatura bensì un essere spaventoso armato delle peggiori intenzioni. Il serpente ingordo si lancia infatti all’assalto degli animaletti e le ultime pagine non lasciano presagire nulla di buono.
Tant’è. Il rettile non risparmia nessuno. In un solo colpo ingurgita tutti e sei gli animali che avevano appena assaggiato la libertà. Il bambino, dal canto suo, da salvatore si è trasformato in un giro di pagina in complice del carnefice. Tutto sommato sarebbe stato meglio lasciarli in gabbia…

Un albo che termina in modo provocatorio, crudele, con un finale che non vuole insegnare nulla ma “semplicemente” divertire e stupire. O, al limite, impressionare, raccontando le cose come stanno, senza scorciatoie: dai serpenti è bene tenersi alla larga.

Il disegno del rettile che ingoia le vittime per intero e del suo corpo che si deforma per fare spazio agli animali al suo interno, mi ha ricordato un altro famoso serpente affamato, il disegno numero uno di Antoine De Saint-Exupéry che lo scrittore ci racconta nelle battute iniziali del Piccolo Principe:

 

“Il mio disegno numero uno. Era così:

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Il Piccolo Principe, di Antoine de Saint-Exupéry, N. Bompiani Bregoli (Traduttore), Bompiani, 2014

 

Mostrai il mio primo capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: <<Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?>> Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero esattamente che cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi. Il mio disegno numero due si presentava così:”

 

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Il Piccolo Principe, di Antoine de Saint-Exupéry, N. Bompiani Bregoli (Traduttore), Bompiani, 2014

 

E dato che ai grandi le cose bisogna spiegargliele, come sottolinea De Saint-Exupéry, mentre i bambini le capiscono al volo, i bravi Minibombo è esclusivamente a loro che si rivolgono in questa e in tutte le loro giocose pubblicazioni. Con i bambini sperimentano, osano e si divertono.
Il corpo del serpente che si ingobbisce per far posto agli animaletti tutti interi allude, forse, anche a una possibile sopravvivenza dei sei sventurati: saranno ancora vivi là dentro, visto che non sono stati masticati? La domanda rimane aperta, lasciando adito a un fiume di interpretazioni e a un dialogo con i bambini che prosegue oltre la chiusura dell’albo.

Anche in Solo un puntino (Elisabetta Pica, Chiara Vignocchi, Silvia Borando Minibombo 2015) altro titolo scoppiettante del catalogo Minibombo, la crudeltà non manca, ma stavolta viene distillata su tutte le pagine. A far paura è il lupo cattivo che divora e ingurgita qualsiasi cosa abbia un aspetto tondo e rosso: ciliegie, coccinelle, granchi, pettirossi, bambine. Al suon di gnam cric cronc slap slurp glup, il lupo voglioso polverizza alimenti, animali e persone senza distinguo.

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Solo un puntino, di Elisabetta Pica, Chiara Vignocchi e Silvia Borando, Minibombo, 2015

 

Ma l’ultimo puntino rosso che incontra sul cammino mette fine alla sua scorpacciata. Il cattivo subisce infatti una sorta di contrappasso, venendo a sua volta assalito da un pericoloso nemico portatore di puntini: il morbillo.

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Solo un puntino, di Elisabetta Pica, Chiara Vignocchi e Silvia Borando, Minibombo, 2015

 

Nei libri citati e in molti altri dal meccanismo narrativo simile, la chiave per poter consentire a un lupo (o a un serpente o a un qualunque essere minaccioso) di ingurgitare un innocente e, tutto sommato, farla franca, è l’ironia.
Essere cattivi e scorretti si può, anche rivolgendosi ai giovanissimi, se ci si muove su di un piano dichiaratamente scherzoso. La crudeltà ben si accompagna all’umorismo e una punta di arguta cattiveria fa sganasciare dalle risate.
Ermanno Detti nell’editoriale del numero di ottobre-dicembre di Pepe Verde (n.66/2015 Anno XVII) si schiera platealmente a favore delle belle storie umoristiche, ritenute merce rara nell’attuale produzione editoriale italiana, e sostiene che i bambini hanno bisogno di ridere. “Forse si è persa l’idea che un libro serio dovrebbe almeno far sorridere”, osserva. E ancora “[…] l’umorismo oltre che stimolare la risata sganasciata stuzzica l’intelligenza”.

I finali irrispettosi, beffardi, dissacranti e disobbedienti possono essere irresistibili per i giovanissimi destinatari. Prevedere un finale “cattivo” vuol dire scegliere di far ridere i bambini. Alla domanda «Cosa vuole comunicare di particolare ai bambini?», l’autore e illustratore satirico Philippe Corentin risponde: «Provo a farli ridere, è tutto. Detesto i libri piagnucolosi che si leggono per far addormentare i bambini. È il contrario che bisogna fare, bisogna svegliarli con storie che fanno ridere. Ai bambini piace il solletico, e allora facciamogli il solletico fin dalla mattina con libri che fanno ghiri-ghiri. Ecco, io faccio libri ghiri-ghiri».

Al contrario di ciò che molti pensano, molto presto i bambini sono in grado di comprendere e fruire delle narrazioni ironiche, come dimostra l’eccezionale successo che riscontra nelle letture ad alta voce il libro Abbaia, George (Jules Feiffer; trad. di S. Daniele, Salani, 2010), del prolifico fumettista e scrittore newyorkése Jules Feiffer, anch’esso segnato da un finale esilarante e inaspettato.
Il cucciolo di cane George anziché abbaiare, miagola, starnazza e muggisce. Quando la mamma lo sollecita con: “Abbaia, George”, lui risponde MIAO – QUA – OINK e MUUU. Preoccupata, la signora cane lo porta dal veterinario, il quale si adopera per risolvere il problema. Il medico si infila allora un guanto di lattice e fruga molto in fondo alla bocca del cucciolo, fino a che non estrae… un gatto! E poi una papera. E dopo ancora un maiale. E per finire una mucca!

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Abbaia, George, Jules Feiffer; trad. di S. Daniele, Salani, 2010

 

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Abbaia, George, Jules Feiffer; trad. di S. Daniele, Salani, 2010

 

Libero da tutti quegli ingombranti animali che lo opprimevano, George riesce finalmente a emettere un vivace BAU.
Una narrazione spassosa, immediata, paradossale e con un finale del tutto imprevedibile. Quando madre e figlio fanno ritorno a casa George, invece di riprendere ad abbaiare, pronuncia la parola CIAO!
Che è successo? Il cane sembra aver fatto qualcosa di molto sconveniente… stavolta si è mangiato un essere umano! Ma chi? Probabilmente l’unico che lo ha trattato senza riguardi, che gli ha ficcato una mano in gola e ha spifferato i suoi segreti. Al posto di una conclusione pacifica, che vede il cane “guarito” e la mamma soddisfatta, l’autore preferisce scuotere il lettore e sottolineare ancora una volta la natura ribelle e selvatica di George, che finisce per divorare il veterinario antipatico.

Una conclusione simile la troviamo nel simpatico Glub!, bestseller in Francia, scritto da Christine Naumann-Villemin e illustrato da Marianne Barcilon (Christine Naumann-Villeim/Marianne Barcilon, trad. di Rosa Vanina Pavone, Il Castoro, 2013), note in Italia per il famosissimo Il ciuccio di Nina (Il Castoro, 2003). Glub è un mostriciattolo bambino sempre affamato e sempre sul punto di inghiottire e mordere chi gli sta accanto. Sua madre fa fatica a tenere a bada questa fame insaziabile e riesce a malapena a contenerlo.

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Glub!, di Christine Naumann-Villeim/Marianne Barcilon, trad. di Rosa Vanina Pavone, Il Castoro, 2013

Quando la piccola peste inizia la scuola materna, c’è il pericolo che si mangi tutti i bambini. Quante tentazioni! Per fortuna Glub riesce a trattenersi e a risparmiare quelli che considera suoi compagni di gioco. Resisti-resisti, però, il cucciolo verde finisce per sbottare e all’ultimo divora qualcuno. Chi? Un chiaro indizio ci fa capire che si tratta di una persona che non gli andava particolarmente a genio: la maestra.

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Glub!, di Christine Naumann-Villeim/Marianne Barcilon, trad. di Rosa Vanina Pavone, Il Castoro, 2013

 

Un racconto divertente, costruito in modo semplice, dall’effetto comico travolgente e il finale a sorpresa. Scrive Elisabetta Cremaschi: “Catalogati spesso tra i libri di intrattenimento, intendendo, chissà perché, questa una categoria minore di narrazione come se non ci fosse possibilità di creare prodotti di alta qualità anche in questo settore, i libri divertenti si rivelano invece fondamentali per favorire le relazioni tra adulti e bambini e tra bambini e bambini, sono unici nel fare cadere le barriere di timidezza e imbarazzo nell’affrontare temi delicati e, non per ultimo, sono libri che favoriscono un buon approccio con la lettura, a qualsiasi età”.

In Mangerei volentieri un bambino di Sylviane Donnio e Dorotheé de Monfreid (Babalibri, 2005) l’effetto sorpresa è affidato a una conclusione comica allusiva che lascia intendere a un futuro comportamento “increscioso” e vendicativo di Achille, il coccodrillo protagonista.

Il piccolo rettile, abituato a nutrirsi sempre e solo di banane, un giorno manifesta la ferrea volontà di cambiare dieta: “Oggi mangerei volentieri un bambino”, sentenzia risoluto. E a nulla valgono i tentativi dei genitori di persuaderlo con salsicce e torte al cioccolato. Achille continua ad avere voglia di un bambino. Destino vuole che, mentre si reca al fiume per un bagnetto, ne incontri una bella e appetitosa… La ragazzina, però, si dimostra spavalda e impertinente, tutt’altro che intimorita dal coccodrillo: lo acchiappa per la coda, gli fa il solletico sulla pancia, lo butta in acqua.

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Mangerei volentieri un bambino, di Sylviane Donnio e Dorotheé de Monfreid, Babalibri, 2005

 

Achille torna a casa con la coda tra le gambe e sembra proprio aver imparato la lezione (i bambini è meglio non mangiarli, perché possono essere molto pericolosi!). Sembra, perché in realtà le battute finali del libro ci destabilizzano e ci comunicano che Achille ha ancora intenzione di mangiare un bambino, non subito, prima deve crescere:
“Mamma! Papà! Delle banane, presto! Devo diventare grande!”, dice trafelato correndo fuori dal fiume. “Per mangiare un bambino!”. È questa la sua ultima volontà.

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Mangerei volentieri un bambino, di Sylviane Donnio e Dorotheé de Monfreid, Babalibri, 2005

 

Un finale altrettanto ambiguo, con un messaggio che sottintende un epilogo cattivissimo, è quello che troviamo nell’albo Un lupetto ben educato, di Jean Leroy e Matthieuu Maudet (Babalibri 2013). Il lupetto protagonista, seppure affamato, è un tipo educato e abituato a mantenere sempre le promesse, per questo concede alle sue vittime di esprimere un ultimo desiderio prima di azzannarle. La lepre e il galletto, usando l’astuzia, riescono con un espediente a far allontanare il predatore e a mettersi in salvo. Successivamente, il lupo famelico incontra nel bosco un simpatico bambino, anche a lui riserva la possibilità di veder esaudito un ultimo desiderio e, grazie a un po’ di fortuna, il piccolo umano viene risparmiato.

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Un lupetto ben educato, di Jean Leroy e Matthieuu Maudet, Babalibri 2013

 

Dunque il lupo ben educato rimane a bocca asciutta? Al termine della storia resterà con la pancia vuota? Così sembra fino all’ultimissima doppia pagina, quando un finale del tutto inaspettato ribalta la situazione e lascia presagire una vendetta coi fiocchi. Il lupo si imbatte nuovamente nella lepre e nel galletto e, stavolta, non pare intenzionato a farsele scappare.

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Un lupetto ben educato, di Jean Leroy e Matthieuu Maudet, Babalibri 2013

 

Come reagisce il giovane lettore di fronte a questa svolta? Oltre alla sorpresa e al dispiacere per ciò che accadrà alle due bestiole, proverà anche un senso di appagamento e di riscatto. Perché è vero che il lupo è cattivo, ma è altrettanto sacrosanto che quei due (la lepre e il gallo) lo avevano ingannato. Chi la fa l’aspetti! I bambini coltivano un forte senso della giustizia.

Un riuscito esempio di finale aperto, che provoca un senso di smarrimento e turbamento nel giovane lettore proprio quando pensava di potersi finalmente rilassare, è quello che troviamo nel classico moderno There’s a nightmare in my closet, scritto e illustrato nel 1968 da Mercer Mayer e ristampato in Italia nel 2015 come strenna natalizia dalla casa editrice Kalandraka con il titolo Una strana creatura nel mio armadio.

La voce narrante è quella di un bambino inquieto che tutte le notti, prima di andare a dormire, si assicura di chiudere la porta del suo armadio dove ritiene si nasconda una creatura spaventosa. Una sera il piccolo protagonista decide di affrontare il mostro: imbraccia un fucile, indossa un elmetto, posiziona il suo mini cannone accanto a sé, e aspetta. Dall’armadio esce in effetti un essere brutto e pauroso, ma dalla sua espressione e dal suo comportamento capiamo immediatamente che non ha cattive intenzioni. Al contrario, la strana creatura è spaventata, preoccupata, scoppia a piangere di fronte al bambino che gli punta l’arma addosso.

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Una strana creatura nel mio armadio, Mercer Mayer, Gabriella Manna (trad.), Kalandraka, 2015

 

Il piccolo protagonista si tranquillizza e i ruoli si invertono: consola il mostro, lo accarezza, lo fa distendere accanto a lui nel letto. Tutto sembra risolversi serenamente, la porta del ripostiglio è chiusa, i due sono vicini sotto le coperte, le armi sono deposte, quando al bambino viene improvvisamente un altro pensiero: “Credo che nel mio armadio si nasconda un’altra strana creatura […]”. E l’illustrazione finale, a doppia pagina, non fa che confermare questa sua intuizione: dall’anta socchiusa sbuca fuori un nuovo personaggio mostruoso. Ma ora il bambino e il suo compagno di letto non se ne accorgono. Hanno gli occhi chiusi. Dormono profondamente. È dunque nel sonno che appare? O è la realtà? E dei mostri notturni non ci si può mai davvero liberare?

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Una strana creatura nel mio armadio, Mercer Mayer, Gabriella Manna (trad.), Kalandraka, 2015

 

La collana Carrousel della casa editrice fiorentina Clichy racchiude storie scelte in base al loro carattere inconsueto e originale. Alcune di esse potrebbero far storcere il naso ai benpensanti poiché non risparmiano ai lettori scorrettezze, allusioni, pagine fortemente ironiche che rovesciano gli stereotipi e non contengono alcun valore educativo. Ne La gallina che aveva il mal di denti (di Bénédicte Guettier, traduz. Tommaso Gurrieri, Ed. Clichy, 2014) il colpo di scena finale produce un effetto umoristico irresistibile.
Mamma gallina e i suoi cinque bambini vanno dal dentista. Il figlio minore è in realtà un piccolo coccodrillo che ha covato per sbaglio, ma che lei ama al pari degli altri. Ed è l’unico che, provvisto di denti, riporta qualche carie. Dopo averlo curato, il dottore gli spiega che un coccodrillo non deve mangiare le caramelle, ma solo carne succulenta, come quella di una bella gallina.
Ma il piccolo coccodrillo non era un ingrato e amava tantissimo la sua mamma.
E allora preferì mangiarsi il dentista!

 

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La gallina che aveva il mal di denti, di Bénédicte Guettier, traduz. Tommaso Gurrieri, Ed. Clichy, 2014

Giustizia è fatta. Il bambino- coccodrillo non ha remore a dare una lezione al dentista cattivo.

Negli ultimi mesi del 2015 Edizioni Clichy pubblica un libro di Alan Mets uscito nel 1997 in Francia per l’école des loisirs dal titolo Ma Culotte (nella traduzione italiana Le mie mutande). Un albo che potrebbe essere considerato troppo esplicito dagli adulti più conservatori. La storia racconta di un lupo spavaldo che ha catturato un agnello e che non vede l’ora di mangiarselo l’indomani mattina insieme alla sua fidanzata. Durante la notte, però, l’animale intrappolato acciuffa le mutande fiammanti del lupo, lasciate incautamente alla sua portata, e se le mangia. Il giorno dopo il lupo, senza slip, è molto meno baldanzoso, si vergogna a farsi vedere così dalla sua amica, e accetta l’offerta dell’agnello: la libertà in cambio di un paio di mutande nuove, realizzate ai ferri con la sua lana.

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Le mie mutande, di Alan Mets, Ed. Clichy, 2015

 

Il furbo agnello non si accontenta di aver salva la pelle, lui cerca la vendetta… e consegna al nemico mutande che hanno un difetto: un bel buco sul sedere! Finale scoppiettante, pepato e un po’ osceno. Tutto da ridere.

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Le mie mutande, di Alan Mets, Ed. Clichy, 2015

Finisce con un sedere in primo piano (e con un botto rumoroso) anche Cecino, novella popolare toscana ripresa nel 2015 dalla casa editrice Kalandraka nell’albo omonimo scritto da Olalla González e illustrato da Marco Taeger. Cecino è un bambino minuscolo, grande quanto un cece, che nonostante la ridotta statura ama uscire di casa e dare una mano ai genitori. Un giorno, mentre va per il bosco a portare il pranzo al suo papà, viene sorpreso da uno scroscio abbondante di pioggia e, per proteggersi, si rifugia sotto un cavolo.

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Cecino, Olalla González, Marco Taeger, Kalandraka, 2015

 

Mentre se ne sta lì a riposare, sopraggiunge un bue molto affamato che se lo mangia. Come tirarsi fuori da questo guaio? Come uscire dal corpo dell’animale? Con l’intervento di mamma e papà che, senza saperlo, indurranno il bue a liberarsi di Cecino e a spingerlo fuori da sé attraverso una via di fuga non convenzionale. Anche qui, risoluzione sorprendente e risate assicurate.

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Cecino, Olalla González, Marco Taeger, Kalandraka, 2015

 

L’ultimo titolo che porto a esempio in questa sommaria carrellata di finali politicamente scorretti negli albi per la prima infanzia (ce ne sarebbero diversi altri da citare, come quelli del canadese Jon Klassen, a cui è dedicato un approfondimento a parte) è Draghetto di Alan Mets (Edizioni Clichy, 2015), che narra la storia di Bernardo, il draghetto più piccolo della classe. Un giorno un suo compagno, Marcello, gli sferra un pugno terribile provocandogli un occhio nero. Quando la mamma lo va a prendere a scuola e lo vede così conciato esclama a voce alta: “Oh! Il mio povero piccolo draghetto adorato!», scatenando le prese in giro degli amichetti. Bernardo da quel momento diventa il bersaglio dei coretti irrisori dei compagni, fino a quando, esasperato, sputa un’immensa lingua di fuoco che genera un incendio tremendo. L’intera scuola brucia e tutti sono costretti a starsene a casa per un po’ di tempo.

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Draghetto, di Alan Mets, Edizioni Clichy, 2015

 

Riporto i paragrafi conclusivi del libro:

Sei mesi dopo, purtroppo, la scuola era stata ricostruita.
Il primo giorno la maestra ci aspettava:
«Buongiorno bambini!».
Alle mie spalle, Marcello sogghignava:
«Buongiorno piccolo Draghetto mio adorato».
Ma questa volta, all’uscita di scuola,
è stato Marcello ad avere un bell’occhio nero.
Che ci volete fare, ero cresciuto.

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Draghetto, di Alan Mets, Edizioni Clichy, 2015

 

Un albo controverso, segnato da episodi violenti e vendicativi, in cui il registro umoristico, evidente nel tono delle illustrazioni e nel carattere surreale di alcune situazioni, rischia di passare in secondo piano. Il noto autore e illustratore parigino tocca i temi del bullismo a scuola, della gelosia e della malvagità infantile senza falsi moralismi. Mets ci ricorda che i ragazzini possono essere cattivi, maneschi, brutali. E lascia intendere che per difendersi dai prepotenti si possano usare le maniere forti.

Tutto questo è troppo per un albo destinato a lettori di 4-5 anni?
Forse. Ma mi piacerebbe spiare le reazioni di bambini e adulti alla lettura di questo libro. Mi piacerebbe ascoltare le loro considerazioni, fare domande, provocare i loro commenti. Sono certa che un volume del genere, per quanto sferzante, abbia tutte le caratteristiche per sollecitare un dialogo fertile con i bambini e istillare riflessioni profonde su tematiche attuali che li toccano molto da vicino.

 

BIBLIOGRAFIA
Apri la gabbia!, Silvia Borando e Lorenzo Clerici, Minibombo, 2015
Il Piccolo Principe, di Antoine de Saint-Exupéry, N. Bompiani Bregoli (Traduttore), Bompiani, 2014
Solo un puntino, di Elisabetta Pica, Chiara Vignocchi e Silvia Borando, Minibombo, 2015
Abbaia, George, Jules Feiffer; trad. di S. Daniele, Salani, 2010
Glub!, di Christine Naumann-Villeim/Marianne Barcilon, trad. di Rosa Vanina Pavone, Il Castoro, 2013
Mangerei volentieri un bambino, di Sylviane Donnio e Dorotheé de Monfreid, Babalibri, 2005
Un lupetto ben educato, di Jean Leroy e Matthieuu Maudet, Babalibri 2013
Una strana creatura nel mio armadio, Mercer Mayer, Gabriella Manna (trad.), Kalandraka, 2015
La gallina che aveva il mal di denti, di Bénédicte Guettier, traduz. Tommaso Gurrieri, Ed. Clichy, 2014
Le mie mutande, di Alan Mets, Ed. Clichy, 2015
Cecino, Olalla González, Marco Taeger, Kalandraka, 2015
Draghetto, di Alan Mets, Edizioni Clichy, 2015
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Giornalista professionista e web writer, appassionata di letteratura per l'infanzia, è la fondatrice di Milkbook, sito dedicato ai temi dell'educazione alla lettura ai bambini sin dai primi mesi di vita e alla recensione di libri e app di qualità.

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