Fuori! Fuori dalla cornice!

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CORNICE: tutto ciò che circonda, che contorna qualcosa; mettere in cornice; intelaiatura posta a scopo ornamentale intorno a… Contornare, cingere, porre dentro, chiudere… stare stretti!

Vale più la cornice del quadro, (fig.) che l’oggetto principale allora… FUORI! FUORI DALLA CORNICE! Via oltre i confini!

Jean Hey, The Dauphin Charles Orlant, 1494 - Agnolo di Cosimo detto il Bronzino, Don Giovanni de' Medici, 1545 - Frans Pourbus Il Giovane, Eleonora Gonzaga, 1603 - Jan Adam Kruseman, Catharina Elisabeth Rente Linsen, 1831.
Jean Hey, The Dauphin Charles Orlant, 1494 – Agnolo di Cosimo detto il Bronzino, Don Giovanni de’ Medici, 1545 – Frans Pourbus Il Giovane, Eleonora Gonzaga, 1603 – Jan Adam Kruseman, Catharina Elisabeth Rente Linsen, 1831.

L’infanzia in cornice sta da secoli, e oggi non più pareti o tavolini di famigliarità antica! che con grande agilità è passata a scatole tecnologiche con assortite e potenziate, così come ancora potenziabili, capacità. Sottoposta a giudizio spesso seguito da adulti commenti conditi da gridolini o varie forme di inimmaginato stupore così come di malcelato inimmaginato stupore.

È l’infanzia esposta.

Non sembrano così buoni e dolci, così educati proprio come tutti i bambini dovrebbero essere?”

(Seen and not Heard, Katia May Green, cit.)

Dal bambin Gesù in avanti per i lunghi secoli della storia dell’uomo ai bambini di ogni età, bambini di broccato e seta vestiti non i bambini comuni o i bambini cenciosi della plebe certo!, è toccato un destino comune: quello del ritratto.

Prelevati una mattina, già in abiti poco consoni alle attività infantili, vestiti di tutto punto, dove di tutto punto significava aver addosso almeno sette strati di indumenti, acconciati alla moda dei grandi e ingioiellati venivano portati al cospetto del maestro di turno, un perfetto sconosciuto sino a quel momento, e nei secoli i nomi dei grandi dell’olio e dei pigmenti preziosi si son sprecati! A quel cospetto in prima istanza venivano osservati. Puntualmente da ogni lato, in ombra e in luce, da vicino e anche da molto vicino per esser messi infine solamente in posa, con la luce giusta a inondare il viso, naturale, ben direzionata a non crear strani disegni o zone d’ombra troppo dense. Tra le mani un qualche oggetto spesso simbolo allegorico di un potere indiscusso, di un destino già tracciato o di appartenenza.

Così bambini e bambine, maschi e femmine indistinguibili!, rubicondi come emaciati, immensamente infelici così come recentemente saziati, forse soffocati da corsetti troppo stretti e appesantiti da metalli e pietre di varia preziosità, perfettamente pettinati, con i capelli tirati, la torsione del ricciolo a caldo evidenziata, a capo coperto, velato in foggia monastica, talvolta piumato. Posavano per ore e ore, i piccini, in attesa che l’effigie fosse compiuta al solo scopo di essere chiusi, ritratti lì per sempre, instaccabili dalla superficie, espressione e ruolo, confinati in pale di differente grandezza, in tondi e medaglioni a un seno destinati – i più fortunati! – ma perlopiù in quadrati e rettangoli di differente ariosità. E poi, come gioia finale, ad appesantire un destino già così pesante, sigillati in legno sbalzato e baroccamente riccioluto, dagli angoli riccamente fioriti o pesanti di frutti, di foglia d’oro ricoperto, ecco, a ognuno data da portare la propria… cornice!

Così li vedi e non li senti…

 Diego Velasquez, Las Meninas, 1656

Diego Velasquez, Las Meninas, 1656

Da quella casa, da quelle stanze, così pesante e ingombrante, prelevata e su ricche carrozze e poi per scomode strade, l’infanzia viaggiava alla volta di altri principati o ducati, di pinacoteca in pinacoteca per esser scelta in moglie o marito, ma ancor prima in paggio. Per essere comunque scelta, promessa, destinata. L’infanzia guardata, veniva giudicata per la mano che l’aveva dipinta, criticata per modi fattezze e pennello. Troppo ricca o non così ricca. Imperfetta. Malaticcia. Sebbene di bambini e bambine, magari non sempre graziosi, si trattasse, la critica era spietata. Ché di ricchezze e terreni alla fine si parlava.
Ma poi, a ben pensarci a quei bambini e quelle bambine… Mai un prurito al naso, uno starnuto, un eccesso di tosse, un attacco di ridarella compulsiva e anche un po’ isterica, un pianto disperato, depresso e senza speranza? Una pipì? Poteva accadere che qualcuno si ribellasse?
Poteva accadere sì, e allora una calza scivolata, un’espressione imbronciata, una scarpa mancante, un abito slacciato restavano nel tempo a imperitura memoria del guizzo fuori dalle regole, di un timido e disperato tentativo di fuga. Di dire la propria. Di farsi sentire. Fuori dalla cornice.

John Hoppner, The Douglas Children or Juvenile retirement, 1795
John Hoppner, The Douglas Children or Juvenile retirement, 1795

Restava però una possibilità, qualcosa di magico poteva accadere, l’infanzia resisteva anche perché capace di vivere in due mondi e l’ultima parola spesso sua, così poteva accadere che…

Fuori! Fuori dalla cornice!_html_m1c6b888c

In una sera frusciante, in quell’ora in cui le ombre divoratrici han già inghiottito sino all’ultimo pulviscolo di luce e stanno adagiate sopra a ogni cosa, gli scricchiolii di un’antica scala riempiano il silenzio. Ogni scalino una nota diversa, ogni passo un rumore sinistro. Sino all’ultimo, lassù in cima, dove da sempre sta la nursery, particolarmente quieta questa sera.
Quieta almeno apparentemente…
La voce narrante in Seen and not Heard di Katie May Green sembra essere proprio la vecchia tata di Shiverhawk Hall, quella persona dai confini tondeggianti che con andatura caracollante invita a entrare nell’antica residenza dove un gatto nero come la notte e i topi sembrano farla da padrone e introduce sù, per la vecchia scala di legno scricchiolante, sino al luogo a lei più caro, la nursery.
E mentre accompagna racconta sino a far diventare il racconto una filastrocca, in rima cadenzata, ricca di giochi di parole, come quelle, forse, che inventava per i piccoli Plumseys, ora cresciuti, Lily Pinksweet, una deliziosa delizia!, Billy Fitzbillian, il più intelligente, Percy, il più gentile, e poi… e poi sì, le ragazze De Villechild, Lila e Vila, le gemelle pressochè identiche, due perfetti angeli
Ma di quei bambini ora a Shiverhawk Hall non c’è traccia se non quella nei vecchi ritratti appesi alle pareti di quella nursery che li ha visti crescere. Antiche cornici dalle differenti e discutibili fogge ospitano, come in recinti dorati, paffuti bimbetti, adorni di nastri e fiocchi, lattughe e jabot, guance tonde e sguardi furbi di chi, dopo quella noiosa seduta, sapeva bene dove fuggire, libero. Finalmente libero!
Solo un attento osservatore coglierà che quei bimbetti non si sono mai incontrati, cresciuti nella stessa nursery, si, ma non accuditi dalla stessa tata. Né fratelli né cugini. Epoche diverse li hanno visti uomini e donne. Eppure in quella stessa nursery ancora piena di bambole e orsi…
C’è un’ora nella quale i confini si perdono. Un’ora in cui le cose non sembrano quelle che si vedono.
Un’ora in cui dentro quelle cornici gli abiti cominciano a pizzicare, i colletti a solleticare, il naso a prudere…
Quando la notte bisbiglia, e la luna è alta, quando non c’è nessuno a vedere, quando nessuno può far la spia, con attenzione – i bambini di Shiverhawk – sgattaiolano in silenzio… FUORI DAL QUADRO!

FUORI DALLA CORNICE! FUORI! ” Yippeeeeeeeeeeee!”

Katie May Green, Seen and not Heard, Walter Books, Londra 2014
Katie May Green, Seen and not Heard, Walter Books, Londra 2014

Ritratti così statici da sembrare immuni da qualsiasi sentire. Non quell’impazienza, non quel fare dell’infanzia sempre indaffarata fosse solo nell’andare avanti e indietro da altri mondi, valicando confini invisibili che portano in esistenze parallele eppur reali tanto quanto. Eppure…

Pere Borrell del Caso, Due bambineFuggendo dalla critica, 1874
Pere Borrell del Caso, Due bambineFuggendo dalla critica, 1874

Nel gioco dello stare fermi mentre il pennello in altre realtà puntillina, scorre, amalgama, accarezza, un gomito si sposta. È successo senza che nulla succedesse, senza rumore. Il sorriso si fa beffardo. Come dalla balaustra di una balconata quel gomito si ribella, sfida spingendosi un po’ più fuori. E poi ancora un po’.
Due bambine giocano. Forse stanche di stare lì in posa, celiano mettendo in atto la marachella. Un gomito scivola fuori dalla cornice, l’altra allunga una mano a toccare il nulla, la libertà oltre il confine, oltre la cornice. Lontano da quell’abbraccio troppo stretto, da quel tondo senza riferimenti.
Un bambino vestito solo della camicia bianco igienico, indumento principale nell’Ottocento, arriva correndo, esita forse un attimo, una mano alla cornice, pronto allo scatto. Sinistra o destra, sembra pensare velocemente, riprendendo fiato, a quale via prendere fuggendo dai confini dorati della cornice come da una prigione. I suoi occhi stralunati, a volte increduli e spaventati non perdono il guizzo fanciullo dell’ebrezza di chi sta per infrangere una regola. Pere Borrell del Caso (Puigcerdà 1835 – Barcellona 1910) maestro spagnolo del fuori cornice con Sfuggendo alla critica del 1874, questo il titolo dato al fanciullo dipinto nell’atto di evadere dalla cornice, voleva sicuramente rappresentare ciò che è da sempre l’incubo degli artisti: il giudizio, non sempre attento e competente, rispettoso, dei critici d’arte.

Nulla meglio si adatta all’infanzia che da torture di vario genere, dall’abito, ai recinti, ai guinzagli, a seggioloni dalla foggia antica di stretti e arzigogolati stipi, alle camere dov’era costretta a soggiornare lontano da tutto e da tutti, alle ore di posa, alle cornici, si vedeva costretta e rinchiusa dagli stessi adulti che l’avevano generata e che ora non sapevano bene come gestire quell’accumulo di trillante vitalità che solo in un secondo tempo sarebbe servita a qualcosa.

Così li vedi e non li senti… Seen and not Heard.

Fuori dalla cornice, lontani dalla critica, da occhi indiscreti e beffardi, verso una libertà espressiva personale, liberamente interpretabile, acritica; lontano dal solo dogma economico, sembra comunque essere ancora oggi un bisogno dell’arte e della moda oltre che dell’infanzia troppo spesso ologramma romantico di adulti incompiuti.

Fuori dalla cornice, anche quella dei Saloni, per un’arte più espressiva che esca, che arrivi a toccare in qualche modo chi la osserva, che sfalsi i piani tra reale e immaginario arricchendo il pensiero di una nuova profondità. Così procedono artisti di vario genere, dal design alla moda, passando per pittura e scultura. Dichiarando l’esigenza della fuga con sorriso ironico.

Viktor&Rolf, Haute Couture autunno inverno 2015
Viktor&Rolf, Haute Couture autunno inverno 2015

Chi invece fa della cornice un luogo all’interno del quale giocare con sé stessa bambina regredendo alla forma infantile per dar adito a un gioco che è una sorta di auto – riflessione, è com’è noto a chi si occupa di grammatica dell’albo illustrato all’interno della letteratura dell’infanzia, la coreana Suzy Lee. In Mirror, albo appartenente alla Trilogia del limite, i margini del libro e la piega centrale della rilegatura trovano naturalmente il proprio ruolo di cornice dello specchio.
Uno spazio dove incontrare sé stessi come se si strattasse di uno sconosciuto, con quelle manovre di avvicinamento che mettono in campo curiosità così come dinamiche territoriali di precedenze, di antipatie solo per il fatto di essere in due uguali e non più una unica. Un annusarsi diffidente ma curioso dove il foglio, la pagina, è uno spazio con una certa profondità in cui tutto può accadere. Allo stesso tempo, è soltanto un sottile foglio di carta entro il quale muoversi liberamente e far succedere cose, anche incredibili e di spumeggiante vitalità.
Dove è proprio la possibilità di una spumeggiante vitalità a rendere lo spazio interno alla cornice uno spazio di sperimentazione, vivibile e avventuroso. Uno spazio di osservazione di sé e di crescita. Uno spazio che offre la possibilità di sparire in un tra, tra la piega, la rilegatura, l’intero foglio, per ricomparire in un altro luogo: ancora nel foglio, ma in altra posizione, là dove un altro ambiente si sta creando solo per il fatto di esserci e di muovervisi all’interno.

Suzy Lee, Mirror, Corraini Edizioni, Mantova 2008
Suzy Lee, Mirror, Corraini Edizioni, Mantova 2008

Tra cornice e quadro trova spesso collocazione un ulteriore elemento dal nome quantomeno bizzarro: il passepartout. Un sopraffondo atto a creare un ambiente in un altro, una cornice nella cornice, una sorta di camicia sotto la gabbia. Un elemento che conferisce profondità come un piccolo decoro in bassorilievo al dipinto stesso. Qualcosa di posto sopra che offre lo spazio di un tra, che si pone tra il dipinto e la cornice, ostacolo alla fuga? Al contrario dice il significato della parola stessa, che passa dappertutto. Un elemento dallo spazio dato, quello sì limitato nella realtà, all’interno del quale invisibili ad occhio distratto succedono cose dalla fantasia illimitata, uno spazio sonoro e di grande azione, che attiva una grande curiosità fosse solo per sapere cosa c’è di là…

Ilan Brenman, Renato Moriconi, Telefono senza fili, Carlo Gallucci Editore, Roma 2014
Ilan Brenman, Renato Moriconi, Telefono senza fili, Carlo Gallucci Editore, Roma 2014

Dopo di che resta di fondamentale importanza non trovarsi mai nella situazione penosissima di dover reggere la cornice altrui.

Andrea Mantegna, Camera degli sposi, Castello di San Giorgio di Mantova, 1465-1474
Andrea Mantegna, Camera degli sposi, Castello di San Giorgio di Mantova, 1465-1474

 

Bibliografia
Nora Villa, Bambini vestiti a festa, Zanfi Editori, Modena 1989
AA.VV, Metafore d’infanzia, Editrice Compositori, Catalogo Mostra, Bologna 2009
Katie May Green, Seen and not Heard, Walker Books, Londra 2014
Ilan Brenman, Renato Moriconi, Telefono senza fili, Carlo Gallucci Editore, Roma 2014
Suzy Lee, La trilogia del limite, Corraini Edizioni, Milano 2012
Suzy Lee, Mirror, Corraini Edizioni, Mantova 2003