Il colore dell’immaginazione

pubblicato in: Il bianco e il nero | 0

Gran parte del fascino di un albo illustrato risiede nella sua natura di testo complesso. L’aspetto più evidente di tale complessità è il rapporto di interdipendenza dialettica tra apparato iconico e apparato verbale: parole e immagini in un picture book possono interagire in un’ampia varietà di modi creando, nella loro combinazione, un nuovo codice che porta avanti la narrazione.

Al di là di tale aspetto evidente, che da solo offre materiale per vastissimi approfondimenti, la complessità in un albo può essere indagata anche da altri punti di vista poiché l’autore, o gli autori, possono scegliere di affidare la costruzione del senso, o parte di essa, alla giustapposizione di infiniti elementi, sintattici, morfologici, iconici, grafici, materiali….

La combinazione dei tanti elementi che l’autore mette in gioco crea uno specifico linguaggio che chi legge deve poter decodificare per arrivare alla storia nella sua ricchezza e profondità. Ovviamente un albo è ben riuscito quando tale linguaggio è accessibile, armonico e decodificabile. Quando cioè dalla complessità emerge una felice sintesi.

Limitandoci al solo campo delle immagini, possiamo notare come, anche nella scelta della tavolozza con cui colorare le figure, l’illustratore possa seguire non soltanto i suoi gusti estetici o le sue modalità stilistiche, ma porsi “nell’ottica del picturebook”: rendere cioè la combinazione cromatica uno degli elementi cui affidare alcune suggestioni e sfumature di senso del racconto.

Nel suo scritto Le storie della buonanotte. Per una pedagogia dell’albo illustrato (all’interno del saggio A occhi aperti. Leggere l’albo illustrato, firmato da Hamelin ed edito da Donzelli), Giordana Piccinini osserva a proposito de La Maschera di Gregoire Solotareff:

Il nero del suo (del lupo) corpo si staglia tra due ampie campiture di giallo e di rosso. Tutto l’albo procede per colori primari, a suggerire la primordialità inconscia di ciò che viene narrato.

Da tale analisi risulta che il grande autore e illustratore francese Solotareff tramite le tinte con cui compone le immagini di questo albo intende esprimere un contenuto profondo, psicologico.

Un effetto particolarmente interessante si ha quando i colori, proprio come testo e immagini, si pongono in una sorta di giustapposizione dialettica, creando dei contrasti evidenti funzionali alla narrazione. Questo può avvenire, ad esempio, quando alcune tavole, o parti di esse, sono realizzate in bianco e nero mentre altre prevedono una varietà cromatica più ampia.

Il colore e il bianco e nero si trovano così a dialogare sulla pagina dando vita nella loro interazione – che può essere d’integrazione, collaborazione o contrasto – ad un nuovo codice visuale, più ricco e articolato di quello che si avrebbe con una singola scelta cromatica.

Come sempre accade nel campo dell’albo illustrato, al lettore sta il compito di raccogliere la sfida perché, quando gli elementi di complessità aumentano, particolarmente importante diviene il ruolo di chi leggendo interpreta il testo. Il picture book è quindi un medium dai significati stratificati non solo per la ricchezza delle suggestioni delle storie che narra ma anche perché, per cogliere a pieno tali suggestioni, è necessario confrontarsi con tutti i suoi elementi, più o meno evidenti, più o meno nascosti o dichiarati.

(È una bella complessità “non complicata”, perché contribuisce alla costruzione del lettore che, leggendo o rileggendo, coglie significati ulteriori senza bisogno di analisi profonde: per vederla occorre essere lettori al contempo ingenui, cioè capaci di seguire il testo per come si presenta, e attenti, cioè in grado di tessere gli elementi seminati dall’autore)

Ponendomi quindi in primo luogo come lettrice di albi illustrati vorrei analizzarne alcuni dove, secondo la mia interpretazione, al colore e al bianco e nero sono associate differenti “dimensioni” narrative. Libri nei quali, passando da una tavola in toni di grigio ad un’altra cromaticamente ricca, l’autore o l’autrice intendono comunicare ai lettori un passaggio esperienziale, il più delle volte mosso dal territorio del reale a quello della fantasia, dal possibile all’impossibile, dalla zona del tangibile al regno del fantastico.

Ho scelto albi che ho avuto modo di apprezzare particolarmente e che ritengo in quest’ottica significativi per la capacità che hanno avuto gli autori di favorire l’emergere di nuovo senso in modo artistico e coerente.

L’opera di Suzy Lee è sicuramente emblematica: è la stessa autrice, nel suo saggio La trilogia del limite (Corraini) a non far nascondimento della funzione del colore e del bianco e nero. In particolare nell’albo L’onda (Corraini), nel quale si assiste al gioco tra una bimba e i flutti marini che si infrangono su bagnasciuga.

Nonostante la semplicità del tema, siamo davanti ad un capolavoro del panorama internazionale dell’illustrato, per limpidezza, poesia e vicinanza allo spirito dell’infanzia, ma anche perché, come molti grandi albi, racconta molto più di quanto pare mostrare. Lee infatti, tramite il limite fisico della piega di rilegatura tra due facciate contigue, barriera che la protagonista deve attraversare per raggiungere il mare, intende significare un confine profondo: quello tra il reale e la dimensione dell’immaginazione.

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L’onda, Suzy Lee, Corraini, 2015

Anche i colori concorrono alla costruzione della metafora: tutto si presenta infatti in bianco e nero tranne il mare, che è azzurro e confinato nella pagina di destra, quella che appartiene alla sfera del gioco e del fantastico.

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L’onda, Suzy Lee, Corraini, 2015

Solo quando la bimba osa varcare la soglia, giocare con il mare e infine, inseguita da un cavallone, si lascia da esso raggiungere e travolgere, avviene il miracolo: il paesaggio si tinge di un azzurro carico che invade il cielo, colora l’abitino leggero della bambina e altri dettagli.

Tramite l’esperienza del gioco la piccola ha contaminato la realtà annullando il confine. L’intensità che ora pare rendere quasi accecante lo sfondo rispecchia la gioia del pieno coinvolgimento, la soddisfazione intima di essersi lasciata trasportare, invadere dalla forza della fantasia.

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L’onda, Suzy Lee, Corraini, 2015

Il colore è il “testimone visivo” del cambiamento reso possibile dall’immaginazione. Scrive la stessa Lee:

Il vestito della bambina e il cielo sono diventati completamente azzurri, cosa che suggerisce che ci troviamo in un mondo diverso da quello precedente. Può trattarsi del ritorno alla realtà dall’immaginazione, o del mondo cambiato nel cuore della bambina. È sufficiente che il lettore abbia notato che qualcosa è cambiato.

(Io prediligo la seconda ipotesi ma concordo con l’autrice: non è utile fornire rigide interpretazioni: nell’albo come nella poesia i finali aperti o con lievi margini d’indefinitezza sono forieri di germogliamenti nell’animo dei lettori)

Si può osservare che nei lavori di Suzy Lee il colore è sempre un elemento da non trascurare per cogliere a pieno il senso delle opere. Gli aloni gialli che in Ombra (Corraini) contornano e seguono le sagome nere, unendosi e allargandosi a formare grandi macchie che suggeriscono l’idea di gioia e tripudio, sono chiari segnali luminosi che, anche qui come ne L’onda, evocano una dimensione fantastica.

Una poetica del colore simile si ritrova anche in un albo più recente, pubblicato in Italia da Orecchio Acerbo: La piscina, aggraziata opera prima dell’illustratrice coreana Ji Hyeon Lee.

Un bambino, disegnato nei toni del bianco e nero, con cuffia ben calcata, occhialetti e costume, si dirige verso una piscina, la cui superficie celeste è l’unico punto di colore della doppia pagina, come il mare de L’onda.

Il colore lieve e la campitura delicata paiono una promessa, subito infranta dall’arrivo di una folla grottesca e sgraziata. Un numero spropositato di individui grassocci, muniti, ad aumentare ancor più l’ingombro della loro mole, di salvagenti gonfi, canotti, palloni. I toni restano quelli del grigio, l’effetto, quando la loro massa copre l’intera superficie della piscina come un inquietante tappo, è fastidioso, pur se il tratto dell’autrice resta elegante e fine.

(Scopriremo poi che l’azzurro della piscina è in effetti una promessa: il suo colore indica che quella è la porta, il varco per il territorio della libertà e della fantasia)

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La piscina, Ji Hyeon Lee, Orecchio Acerbo, 2015

Il bambino è desolato ma opta ugualmente per un tuffo, in apparenza fuori luogo in uno spazio che è diventato improvvisamente angusto.

È qui che si compie il passaggio evidenziato dal ruolo del colore. È lo stesso passaggio che la bambina di Suzy Lee effettua varcando il limite fisico della piega di rilegatura. Il protagonista de La piscina supera un’altra barriera, ben più claustrofobica: quella del pelo dell’acqua invaso dalla folla, simbolo forse di una società congestionata, pervasiva, primo ostacolo all’uso proficuo delle capacità immaginative e creative.

Il bambino passa oltre il limite, fluido ed elegante come una creatura d’acqua, e sulla tavola appaiono i colori. Si unisce una compagna d’avventura, la misera piscina diventa un mare da esplorare e nelle pagine successive la tavolozza utilizzata, pur mantenendosi elegante ed armoniosa, si fa ricca e decisa.

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La piscina, Ji Hyeon Lee, Orecchio Acerbo, 2015

Al ritorno dall’avventura i colori che permangono nei costumi, nella pelle, nelle gote arrossate, nei capelli di un bel bruno caldo, testimoniano che qualcosa è cambiato nel profondo dell’anima.

Ancora, come ne L’onda, l’esperienza fantastica lascia traccia: il colore continua ad essere il messaggero, silenzioso ma eloquente, di un cambiamento interiore.

Degno di nota è anche quanto rappresentato dalle illustrazioni di Chiamatemi Sandokan (Salani), seppure in esse Fabian Negrin, maestro in versatilità stilistica, non si limita alla variazione della tavolozza cromatica per rappresentare la contrapposizione tra realtà e fantasia, ma sceglie di usare due stili nettamente diversi. I colori sono quindi funzionali a un “realismo pittorico” (riprendo una bella intuizione di Anna Castagnoli) con il quale l’autore rappresenta la dimensione immaginativa, mentre il bianco e nero del tratto a carboncino, con alcuni elementi rossi, disegna le figure che si attengono al piano realistico.

La storia è quella di due bambini che, dopo aver letto alcuni libri sulle imprese di Sandokan, si dedicano a riproporre nel gioco le avventure dei racconti. L’immersione nei romanzi e nella ricostruzione ludica è tale che personaggi e scene di Salgari invadono le pagine e, così come brani tratti dalle opere si inframezzano al testo, si mescolano con le ambientazioni reali fino a confondere i due livelli. È una splendida metafora del potere del gioco, della lettura e della fantasia che arrivano a trasformare la realtà e a riempirla tutta.

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Chiamatemi Sandokan, Fabian Negrin, Adriano Salani Editore, 2011

Scrive sempre Anna Castagnoli (tutto l’articolo può essere letto qui):

Il trucco affascinante è che Negrin ha usato uno stile realista pittorico per descrivere il mondo della fantasia (la storia di Sandokan), mentre ha usato uno stile realista disegnato per raccontare il mondo della realtà. Noi sentiamo che avrebbe dovuto essere il contrario (non ci insegnano che la realtà è più reale della fantasia?), e proprio questo contrasto ci regala un surplus di sorpresa e magia.

Si può osservare che anche nella scelta di colorare la fantasia e rendere monocromatica la realtà risiede lo stesso intento comunicativo e un simile effetto magico: regalare un’aggiunta di valore a un’esperienza che nel pensiero comune viene considerata meno rilevante.

L’avventura immaginifica raccontata da Negrin non si realizza specificatamente con un passaggio, come negli albi analizzati sopra, ma è la forza del gioco che trasforma il reale. Sovente infatti accade che gli occhi del bambino vedano una realtà diversa da quella percepita dagli adulti intorno (come avviene ne La notte di Wolf Erlbruch senza che siano tirati in ballo i colori). Anche in questo caso l’uso del colore contrapposto al bianco-e-nero può essere un espediente valido per la costruzione, la dimostrazione visiva del senso.

In Zoo sans animaux (Actes Sud Junior) Suzy Lee non usa tecnicamente il bianco e nero bensì delle tinte fredde grigio-azzurre. Su questi toni sono realizzate le prime scene, che mostrano famiglie in visita ad un singolare zoo, dove le gabbie sono vuote e i consueti ospiti assenti.

In tale grigiore di toni solo una bimba nota l’unico elemento di colore: un vivacissimo pavone che si muove tra la gente. Seguendolo, allontanandosi dai genitori, la piccola accede ad una realtà, altra ma parallela, nella quale animali colorati scorrazzano in libertà, nella natura. La bambina può giocare con loro, fare lo scivolo sul collo della giraffa e perfino volare con gli uccelli.

Zoo sans animaux, Suzy Lee, Actes Sud Junior, 2008
Zoo sans animaux, Suzy Lee, Actes Sud Junior, 2008

Così tavole grigie, dove i genitori accortisi della mancanza della figlioletta iniziano allarmati la ricerca tra vasche, gabbie e voliere vuote, si alternano ad altre cromaticamente ricche che mostrano l’avventura della bambina, ritrovata infine addormentata su una panchina.

L’esperienza sembrerebbe solo un sogno infantile ma quando la famiglia, finalmente ricomposta, esce dallo zoo, tutti gli animali, squillanti di colore contro lo sfondo grigio-azzurro, si radunano a salutare la piccola amica.

(L’elemento fantastico che fa capolino nel reale, quando tale reale pare riconquistato e confermato, è importante per incontrare a pieno lo spirito d’infanzia. I bambini sanno infatti mescolare i due piani nel quotidiano, passando dall’uno all’altro con naturalezza).

Da notare è poi l’abito della piccola che, anche dopo il rientro nella realtà, conserva il rosa squillante di cui si era tinto nel passaggio verso la dimensione dell’immaginazione. Ancora una volta, come ne L’Onda, Suzy Lee traccia un limite che si può varcare nei due sensi ma ribadisce che, una volta sperimentata l’immersione profonda nella fantasia, non è possibile fare ritorno senza scoprirsi cambiati, senza ritrovarsi “colorati”.

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Zoo sans animaux, Suzy Lee, Actes Sud Junior, 2008

Interessante è anche l’uso del colore di Maja Celija nell’albo Filastrocca acqua e sapone per bambini coi piedi sporchi (testo di Giovanna Zoboli e pubblicato da Topipittori).

Una semplice poesia narra le azioni di una serie di personaggi intenti in operazioni varie di pulizia. Le immagini nella facciata sinistra, dove per lo più è confinato il testo, sono in bianco e nero e mostrano scene scarne ed essenziali che si prolungano poi nella pagina destra dove si colorano. Insieme alle tinte prendono vita dettagli immaginifici, paradossali, buffi e insoliti, ampliando in tal modo il significato del testo nella dimensione dell’impossibile e del magico.

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Filastrocca acqua e sapone per bambini con i piedi sporchi, Giovanna Zoboli, Maja Celija, 2004

Può accadere anche che le parti, tra colore e bianco e nero, si invertano e il primo sia scelto per rappresentare i fatti mentre il secondo per una narrazione di stampo non realistico.

In Nel bosco (Kalandraka) Anthony Browne racconta una delle più dolorose angosce infantili, l’ansia della perdita di un genitore, e affida alle immagini in tono di grigio l’arduo compito di scendere nell’inconscio del protagonista per portare in superficie un’esperienza interiore, psicologica. È una foresta che pullula di personaggi e simboli fiabeschi a farsi metafora del contatto con paure profonde, spesso difficilmente verbalizzabili.

Le prime pagine del libro sono colorate piuttosto vivacemente, ma lo sgomento e la desolazione sono chiaramente manifestate dalle espressioni, dalle azioni dei personaggi e dalla composizione delle scene mostrate.

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Nel bosco, Anthony Browne, Kalandraka, 2014

La parola d’ordine per accedere alla dimensione dell’animo prende forma nella richiesta della mamma al figlio: portare la torta alla nonna che vive in una casa raggiungibile tramite una via lunga che gira tutto intorno e un’altra breve che passa per il bosco. È una proposta dall’eco potente, percepibile perfettamente da ogni piccolo lettore che abbia dimestichezza con la fiaba.

Scrivevo già nel mio blog Libri e Marmellata:

(Il bambino) si infila quindi nella foresta ed ecco che qui le tavole perdono colore per ammantarsi di tonalità di grigio in grado di rappresentare un’uscita dalla realtà. Solo il protagonista conserva le tinte vivaci di abbigliamento e capigliatura; egli è l’unico elemento reale nell’esperienza psicologica dell’attraversamento del bosco.

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Nel bosco, Anthony Browne, Kalandraka, 2014

Il colore torna poi anticipato da una mantellina rossa (il “cappuccetto”) che il protagonista trova appesa ad un albero e prontamente indossa. Siamo al culmine dell’esperienza interiore: il rosso vivo contrasta con il grigiore profondo del bosco e simboleggia allo stesso tempo il momento di massima inquietudine e l’anticipazione della risoluzione, quella che il bambino trova all’arrivo alla casa della nonna.

(È interessante notare che all’inizio della storia i colori con cui si dipinge la realtà non la rendono più bella ma più vera. Accentuano quindi le emozioni che essa suscita nel lettore. Nel finale accade la medesima dinamica ma con effetto opposto: la chiusa è felice e le tinte vive acuiscono nel lettore la percezione di gioia e sollievo).

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Nel bosco, Anthony Browne, Kalandraka, 2014

La netta variazione di tavolozza cromatica che mette in campo un dialogo composito tra colore e bianco e nero in un albo può quindi essere un affascinante escamotage visivo-emotivo per amplificare l’intensità del reale o della fantasia. Mi spingerei ad affermare che, nell’ambito delle tecniche che coinvolgono la sola illustrazione, è uno dei più potenti, avendo il contrasto di colore un impatto forte sul lettore, essendo immediatamente chiaro, non richiedendo un’osservazione attenta o dettagliata.

Può essere visto, sentito e quindi colto prima ancora che sia necessario capirlo. Soprattutto nell’uso che ne sanno fare i grandi autori, che riescono ad infondere originalità e profondità alle loro opere con un uso sapiente degli strumenti infiniti con i quali si può comporre un albo illustrato.

 

Ad occhi aperti. Leggere l’albo illustrato, Hamelin, Donzelli, 2012, Roma
La trilogia del limite. Suzy Lee, Corraini, 2013 (ristampa), Mantova
L’onda, Suzy Lee, Corraini, 2015 (settima ristampa), Mantova
Ombra, Suzy Lee, Corraini, 2010, Mantova
La piscina, Ji Hyeon Lee, Orecchio Acerbo, 2015, Roma
Chiamatemi Sandokan, Fabian Negrin, Adriano Salani Editore, 2011, Milano
La notte, Wolf Erlbruch, E/o, 2006, Roma
Zoo sans animaux, Suzy Lee, Actes Sud Junior, 2008, Arles
Filastrocca acqua e sapone per bambini con i piedi sporchi, Giovanna Zoboli, Maja Celija, 2004, Milano
Nel bosco, Anthony Browne, Kalandraka, 2014, Firenze
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Autrice e curatrice del blog Libri e Marmellata, si occupa attivamente di promozione della lettura sul territorio e sul web. È tra le ideatrici e le organizzatrici della manifestazione di lettura ad alta voce Flashbook letture a ciel sereno, partecipa ad eventi di formazione, coordina un gruppo di lettura per adolescenti.