Il complotto gender esiste

pubblicato in: Libri disobbedienti | 0

Ci sono libri cattivi: ma più cattivi ancora sono i libri creduti cattivi. Tra questi, i più cattivi sono senza dubbio i libri della teoria del gender. Libri potenti e cattivi, parte di un’ideologia potente e cattiva, che crea progetti con obiettivi perniciosi. Intorno a questi libri, secondo il sito e agenzia di stampa Notizie ProVita, si creano:

progetti che hanno coinvolto gran parte del corpo docente, o molteplici scuole, di intere Regioni o Province.

Chiarisco subito: non esistono libri né tanto cattivi né tanto popolari da coinvolgere “gran parte del corpo docente” o “intere Regioni”. Ma esiste chi pensa che questi libri e questi progetti esistano: anzi, e cercherò di dimostrarlo, ci sono persone e soggetti politici che hanno tutto l’interesse a convincere quanti più genitori possibile che l’intellighenzia occidentale sia ostaggio di una potente lobby gay che usa i libri per traviare la gioventù.

Questo articolo parla di questo: di come un gruppo paranoico di destra si è ricavato uno spazio di consenso e minaccia di suggerire le politiche della famiglia (e della scuola, e della pubblica lettura). Di cosa i complottisti del gender si nutrono e di quali debolezze del sistema lettura in Italia stiano approfittando. E anche, perché vale comunque la pena di dirlo, di cosa parlano realmente i libri incriminati.

Perché basta poco per essere tacciati di gender: sempre secondo Notizie ProVita, i libri e i progetti gender hanno le seguenti caratteristiche:

con il pretesto di educare all’uguaglianza e di combattere le discriminazioni, il bullismo, la violenza di genere o i cattivi stereotipi, [questi progetti] spesso promuovono: l’equiparazione di ogni orientamento sessuale e di ogni tipo di “famiglia”; la prevalenza dell’“identità di genere” sul sesso biologico (e la conseguente normalizzazione della transessualità e del transgenderismo); la decostruzione di ogni comportamento o ruolo tipicamente maschile o femminile insinuando che si tratterebbe sempre di arbitrarie imposizioni culturali; la sessualizzazione precoce dei giovani e dei bambini.

Leggiamo bene questa descrizione: le prime due righe suggeriscono che i progetti gender potrebbero annidarsi ovunque, ammantati delle migliori intenzioni; poi abbiamo un crescendo di idee false e spaventose: c’è, secondo i complottisti del gender, chi propone una “sessualizzazione precoce” e chi fa propaganda alla “transessualità” nei confronti di minorenni e di bambini molto piccoli.

Sembra grottesco? Sto esagerando?

No: guardatevi questo video che sfida ogni senso del ridicolo.

Un bambino torna a casa sconvolto per colpa di una lezione di educazione sessuale imposta (“le scuole sono obbligate”) e basata sulla teoria del gender. Davanti agli occhi del padre passano una serie di immagini estreme con trans, ragazzi con piercing e temibili preservativi. Il video lascia intendere che qualcuno sta imponendo ai “nostri figli” lezioni di relativismo sessuale sconvolgente.

Questo è quello che i “complottisti del gender” (ProVita in testa) vanno raccontando, calandolo di volta in volta nello specifico di progetti di varia natura, in piccoli e grandi centri, scagliandosi contro iniziative pubbliche. Ne avrete sentito parlare: queste persone sono quelle che hanno spinto il neosindaco Brugnaro a Venezia a sequestrare dei libri nelle scuole; si fanno vive da Carate Brianza a Siniscola, da Trieste a Massa; hanno una loro editoria di riferimento e grotteschi video di taglio propagandistico; sono vicini alla destra politica e al cattolicesimo oltranzista, ma non si associano ad alcun partito.

Per portare acqua al proprio mulino, i “complottisti del gender” travisano la realtà. È successo a Trieste, le cui scuole si sono trovate sulle prime pagine dei giornali e telegiornali con l’accusa di avere allestito “lezioni porno”: a scatenare i complottisti era in questo caso un gioco che, in maniera molto semplice e priva di malizia, suggeriva che ruoli e mestieri non sono connotati per genere, che cioè ci sono maestri e maestre, casalinghi e casalinghe, calciatori e calciatrici. Gioco e letture che non avevano niente di pornografico.

Le tessere del Gioco del rispetto di Trieste, www.giocodelrispetto.org
Le tessere del Gioco del rispetto di Trieste, www.giocodelrispetto.org

La stessa capacità di travisare i messaggi educativi ricompare più volte: i complottisti del gender se la prendono con l’Unione Europea e con il Ministero, denunciando che nella scuola italiana accadono cose terribili là dove non si sia vigili. Si tratta di una campagna che ha guadagnato per strada diversi alleati politici: Forza Nuova, la Lega, Fratelli d’Italia e altri partiti e esponenti (prevalentemente) di destra. Tra questi, il più scrupoloso è stato probabilmente il neosindaco di Venezia Luigi Brugnaro che, a neanche dieci giorni dal suo insediamento fa ritirare dalle scuole veneziane 49 libri, colpevoli di essere stati scelti dalla giunta precedente per il progetto “Leggere senza stereotipi”, d’accordo “con psicopedagisti, professori di diverse università italiane, rappresentanti del mondo associazionistico e bibliotecari della nostra città” nelle parole della promotrice Camilla Seibezzi.

Questi provvedimenti non hanno niente a che fare con il contenuto dei libri. Tra i libri più famosi finiti nel mirino della censura di Brugnaro c’è anche Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni: la storia di due macchie di colore, una blu e una gialla, che abbracciandosi diventano verdi, e per questo non vengono più riconosciute dalle famiglie. Racconti che solo con molta malizia e altrettanta disinformazione possono essere descritti come “favole gay”.

Leo Lionni, Piccolo blu e piccolo giallo, Babalibri (ed. or. 1959)
Leo Lionni, Piccolo blu e piccolo giallo, Babalibri (ed. or. 1959)

In ottobre 2015 è toccato a un progetto in provincia di Massa Carrara, promosso dalla Regione Toscana e creato da un’attenta studiosa come Irene Biemmi, che è anche curatrice di una collana contro gli stereotipi di genere, “Sottosopra” per EDT/Giralangolo. Uno di questi testi è diventato bandiera di questo episodio del complotto del gender, e si intitola La principessa e il drago: nella storia vediamo una principessa che si libera dei propri scomodi abiti per combattere in prima persona il drago, e che infine pianta in asso il superficialissimo principe. Qui la bella recensione di Marina Petruzio.

Robert Munsch e Michael Martchenzo, La Principessa e il Drago, EDT-Giralangolo, 2014
Robert Munsch e Michael Martchenko, La Principessa e il Drago, EDT-Giralangolo, 2014
Giorgia Vezzoli e Massimiliano Di Lauro, Mi piace Spiderman... e allora?, settenove, 2014
Giorgia Vezzoli e Massimiliano Di Lauro, Mi piace Spiderman… e allora?, settenove, 2014

 

Per essere gender, si capisce, basta poco: basta questo, che un protagonista bambino si cambi d’abito (e non necessariamente si travesta). In altri casi è bastato nominare l’esistenza di un matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero: è il caso di Mi piace Spiderman… e allora?, di Giorgia Vezzoli, edito dalla casa editrice Settenove e nominato a dicembre 2015 tra i finalisti del Premio Cento, e subito finito nel mirino dei complottisti gender, in questo caso un consigliere di Popolari per l’Italia.

Come funziona questo complotto?

Non ci vuole molto, purtroppo, a trovare altre notizie di libri per bambini e ragazzi tacciati di deviazioni gender e per questo attaccati da qualche solerte complottista.

Andate oltre il meccanismo virale della condivisione e in ogni caso vedrete che la malizia e la malafede con cui vengono denunciati è enorme: a un cambio d’abito, a un colore verde o a una notizia viene attribuita, sempre, una straordinaria capacità di “portare confusione” nei bambini.

Ogni campagna basata su paranoia, sospetto e paura, per funzionare deve:
• trovare un avversario facilmente identificabile (l’omosessualità, in questo caso; in altri gli immigrati, gli zingari, gli ebrei… l’elenco può essere lungo a piacere);
• suggerire che il nemico si può annidare dappertutto, moltiplicando così di fatto i segni di pericolo (in questo caso la “confusione dei ruoli” o l’assenza di ruoli tradizionali; in altri casi i segni sul campanello, le scie chimiche o altro a piacere);
• far intuire l’esistenza di oscuri complotti di potere (in questo caso la lobby gay, che riesce a modificare i programmi scolastici; in altri casi i complotti giudo-pluto-massonici e i Protocolli dei Savi di Sion, l’Isis, o altro a piacere);
• sottolineare la differenza tra “noi” e “loro” (il “gender”, parola straniera, segno di un’invasione; in altri casi può essere un segno religioso, un’occorrenza linguistica, il colore della pelle);
• invocare l’attivazione in prima persona (in questo caso la delazione, la segnalazione e il ritiro dei bambini dalle scuole).

Le teorie del gender non esistono, e non esiste niente di simile a quanto descritto dal complotto del gender. Esiste però il complotto, e questo è profondamente offensivo e antidemocratico: è intrinsecamente omofobo e omofobico, perché amplifica e diffonde una paura priva di fondamento; si basa, come altre campagne paranoiche, non sulla realtà ma su una fantasia malata; non teme di manipolare casi singoli e l’intero sistema dell’informazione.

È un pretesto per invocare provvedimenti straordinari e richiedere attenzione.

Ma attenzione da parte di chi? O su cosa?

Sui libri per ragazzi? Sulle letture o i consumi culturali dei nostri ragazzi e ragazze?

Non credo proprio: sono altri i titoli interessanti per chi si occupa di differenza sessuale, altri i personaggi (e non li dirò: ma ci sono).

Sailor moon di Naoko Takeuchi, © Kodansha 1991-2016
Sailor moon di Naoko Takeuchi, © Kodansha 1991-2016

Eppure non sono mai finiti sotto accusa da parte dei complottisti. Ci sono personaggi pubblici, format televisivi, film, che parlano di orientamento sessuale senza peli sulla lingua. In altri tempi gli attenti censori a guardia dell’identità di genere se la prendevano anzitutto con la televisione, per esempio con Sailor Moon: oggi no.

Guardando bene alle iniziative segnalate, il vero oggetto dell’attacco è oggi l’intervento del pubblico, non il consumo culturale: è il fatto che un’amministrazione scolastica o un’altra istituzione possa solamente pensare di fare educazione alla differenza, qualunque essa sia. La posta in gioco non sono le letture, ma la richiesta di maggiore spazio a un soggetto politico preciso: la famiglia. Secondo i complottisti del gender, è solo la famiglia a poter scegliere come e cosa dire a riguardo di alcuni soggetti: questo è profondamente sbagliato, e antidemocratico e anticostituzionale. Premesso che, lo ripeto, nessuno sta facendo corsi di educazione sessuale negli asili, parlare di differenza si può e si deve: ed è normale, naturale, che a decidere di parlarne sia un’istituzione pubblica. Non per proporre ricette o soluzioni (parlare di differenza non si fa attraverso l’omologazione) ma per discutere, per presentare la complessità.

Tra le accuse una ricorre sempre: alcuni libri per bambini presentano “troppa confusione”. Conosco i libri accusati: non c’è mai confusione, e c’è sempre molta chiarezza; c’è, onestamente, il rispetto della complessità e il rifiuto dello stereotipo. Io credo che in una democrazia le istituzioni non debbano mai rinunciare alla complessità, non debbano sacrificarla su nessun altare.

Perché funziona il gender?

Rispettare la complessità significa cercare ogni volta di abbracciare un quadro più ampio. Sarebbe facile concludere questo articolo dicendo che, semplicemente, chi crede al complotto del gender è brutto e cattivo. Non è così.

Il complotto del gender funziona per una serie di motivi, e ci sono delle cose da imparare.

Il complotto del gender funziona perché fa leva su alcune paure che sono ancora molto sentite. La paura dell’omosessualità, l’omofobia, anzitutto: ma non solo. Dietro c’è anche la paura di un superamento dei ruoli tradizionali, il tentativo di aggrapparsi al rosa per le femminucce e azzurro per i maschietti. Dobbiamo ancora fare molta strada, e non dobbiamo fermarci o farci intimorire. Mantenere un sorriso e continuare a suggerire ruoli non stereotipati, mestieri non stereotipati. Far vedere che non ci sono mestieri (sto parlando di questo, lubrico lettore maniaco e complottista: mestieri; non pratiche sessuali) per maschi e per femmine, perché si possa essere un paese più moderno.

Il complotto del gender funziona perché attacca il settore pubblico, e mostra così le debolezze del pubblico: funziona perché anni di autonomia scolastica e di decentralizzazione hanno prodotto poteri deboli. In particolare, il complotto del gender funziona perché tanti bibliotecari e bibliotecarie sono precari e non possono rischiare il posto di lavoro o l’appalto per una denuncia legata a un libro per bambini; perché tante e tanti insegnanti sono precari o sono sempre più legati al consenso delle famiglie. Questa vicenda mostra quanto sia difficile costruire un intervento pubblico: e al tempo stesso ci fa intravedere quanto sia necessario, per evitare che tutto venga deciso dalle “famiglie”. Perché avocare così certe scelte alle famiglie significa affidarsi alla denuncia e alla delazione e non alla scelta collegiale, cioè alla democrazia.

Il complotto del gender funziona perché fa leva su un’idea ingenua di lettura, cioè che la complessità vada evitata e che i libri funzionino in maniera straordinaria semplicemente nominando le cose. Chi si occupa di libri per ragazzi ha un’idea diversa di come funziona la lettura, e sa che in una storia non conta tanto l’argomento quanto il modo in cui lo si affronta, che un libro è un meccanismo che fa pensare, ma che non impone pensieri.

Dobbiamo cambiare il nostro modo di comunicare i libri, e rifiutare questa idea “ipodermica” di lettura, in cui i libri servono per inoculare medicine e rimedi: non esistono libri per cambiare l’orientamento sessuale così come non esistono libri per smettere di fare la pipì a letto o per diventare bravi in matematica. O per abbattere muri.

Pensiamoci per le prossime campagne nazionali.

Il libro come integratore nella Campagna Maggio dei libri 2015.
Il libro come integratore nella Campagna Maggio dei libri 2015.

Il complotto del gender non funziona, invece, quando si attivano realtà locali: cosa che sta accadendo, dappertutto dove si può. Quando mancano le politiche di promozione della lettura, negli ultimi anni, nascono politiche dal basso di resistenza della lettura: nelle librerie, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle associazioni, nei quartieri… In questi luoghi si dà la migliore risposta al complotto del gender: una presenza costante, una capacità di mostrare cosa c’è davvero nei libri incriminati, di discutere e ragionare.

Le istituzioni, i libri, la democrazia, si difendono ogni giorno con la parola e la presenza. E questo, purtroppo e per fortuna, sta accadendo.

NB: ho volutamente evitato di mettere dei link alle pagine dei complottisti gender. Visto che quello che cercano è visibilità, credo sia importante non regalare loro traffico.

Segui Beniamino Sidoti:

Beniamino Sidoti è autore e ricercatore in proprio: si occupa in particolare degli incroci e dei confini tra narrazione e gioco; ha animato recentemente i blog di Sonda.it e, per Giunti, di A scuola si legge. Tra gli ultimi suoi libri: Eccetera (edizioni la meridiana, 2013), Dizionario dei giochi (con Andrea Angiolino, Zanichelli, 2010), Lettori in gioco (con Alessandra Zermoglio, Sonda, 2015), Stati d'animo (Rrose Sèlavy, 2017) e Odeon Campero (Istos, 2017).

Ultimi post da