La scuola delle maestre

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I maestri sono tra i primi adulti che incontriamo a non far parte della cerchia familiare, quando la nostra esperienza con i “grandi” è ancora limitata. I maestri e le maestre giocano con noi una partita importante, mettendo in tavola le carte di un mondo che ancora non conosciamo e permettendoci di guardarle, e fare le nostre prove a faccia scoperta. Sono rappresentanti di un’istituzione formale, la prima con cui abbiamo a che fare (dopo quella rappresentata dal pediatra); sperimentiamo con loro la condivisione di spazi e tempi, la struttura gerarchica e autoritaria che non sia protetta dalle mura domestiche, le regole e il rispetto.
I maestri ci consegnano le chiavi di una porta importante, quella che ci fa debuttare nel mondo: sono le prime persone a rappresentare l’incontro con la società, con le sue regole, le sue possibilità e le sue limitazioni.
Ovviamente questa possibilità è soprattutto una responsabilità. Nel rapporto con l’insegnante si gioca molta della fiducia che il bambino investirà negli adulti che incontrerà nel suo cammino di crescita.
Una delle fortune più grandi che mi siano mai capitate è stata quella di aver incontrato le mie maestre: mi hanno insegnato ad avere fiducia del mondo attorno a me, delle sue regole, della sua armonia e del mondo degli adulti.

Le mie maestre
Carla C., Paola G., Grazia R., 1994, Roma

 

Erano tre, sono stata bambina nel periodo intercorso tra il maestro unico di ieri e di oggi.
Grazia era diplomata al conservatorio, ci faceva intonare i canti del nord Italia e quelli degli indiani d’America e forse la mia passione per i canti popolari viene da lì; chi voleva, poteva portare il flauto o piccole tastiere e suonare strumenti e lei ci insegnava a leggere il pentagramma. Era bionda, di Verona, infondeva rispetto e amore. Insegnava matematica e scienze, e la geometria con lei era un gioco munariano di simmetrie e sovrapposizioni. Usavamo il tangram, disegnavamo non solo per riempire il tempo, ma per dare un senso visivo alle operazioni logico-matematiche che apprendevamo. La scienza era una scoperta e un’esperienza, lei aveva permesso la costruzione di un giardino didattico nel cortile della scuola e noi facevamo spesso lezione all’aperto, tra terra e fiori.

tangram
Tangram di legno

 

La mia tesina finale di scienze fu su Konrad Lorenz e l’imprinting, su oche selvatiche e comportamento animale: sognavo di diventare etologa già a dieci anni, e quasi ci riuscii. Con lei scoprii che la maestra di matematica aveva voce in capitolo anche nelle altre materie, prima su tutte la grammatica: nei problemi in cui una mamma comprava sempre uova che noi dovevamo poi contare, la prima correzione era per il testo, l’ortografia e la sintassi. Ci raccontava che nei cicli passati era stata maestra di italiano e che giocava con i bambini a cambiare il finale delle fiabe, a invertire i ruoli dei protagonisti, a sovvertire la tradizione.
Le altre maestre erano Carla e Paola, sempre pronte e aperte, i due altri angoli di un trio complementare e accordato, tre colonne stabili e sicure.
Ricordo chiaramente il senso di incredibile fiducia che avevo nei loro confronti. Non mi sentivo mai minacciata, presa in giro, in difficoltà, anche nell’errore.

Allora non avrei saputo dire come era nato questo sentimento nei loro confronti. Ora capisco che derivava dal profondo rispetto e fiducia che loro stesse avevano nella scuola e nella cultura e che ci comunicavano.

Nel mio quartiere, nella verde periferia di Roma, non esiste nessuna biblioteca, la più vicina è a 8 km di una strada trafficata e mal servita da mezzi di trasporto, e ovviamente nemmeno una libreria. Tutte le attività culturali e sportive ruotavano attorno alla scuola o dentro di essa: dalla piccola biblioteca scolastica della collana C’era Non C’era della Giunti, alle gite che ci portavano fuori dal guscio, agli spettacoli teatrali di cui ancora ricordo scene e colori, spesso rappresentati nel teatro del nostro edificio.

Maestro, nel suo significato originale, significa “colui che è superiore ad altri per potere, dignità, autorità, e che quindi comanda loro e richiede ubbidienza, rispetto” (da http://www.treccani.it/enciclopedia/maestro_(Enciclopedia-Italiana)/).
Un giorno lessi qualcosa a proposito di un “albero maestro” e visualizzai per anni una sorta di quercia forte che ci proteggeva e ci faceva ombra, dove arrampicarci per salire in alto in alto, verso la luce. Poi capii il reale significato e che l’albero di maestra è quello che sorregge le vele e permette alla barca di andare lontano.

In quarta elementare, per Natale, mi regalarono Cuore, e seppure con fatica, lo lessi e lo amai. Mi dicevo che in quell’epoca lontana le cose funzionavano diversamente e così mi spiegavo certe incongruenze scolastiche, come le classi divise tra femmine e maschi, le lettere tra padre e figlio e tutta quella tristezza di fondo che mi faceva leggere sempre con gli occhi lucidi e i lacrimoni pronti.

Cuore
La copertina di una delle prime copie di “Cuore”, di Edmondo De Amicis, editore Fratelli Treves

 

Eppure rimasi fortemente colpita dalla maestra dalla penna rossa, che immaginavo scomposta, con i capelli lunghi e arruffati. Una maestra giovane e sorridente, così diversa da non riuscire a pensarla reale:

(…) quella giovane col viso color di rosa, che ha due belle pozzette nelle guance, e porta una gran penna rossa sul cappellino (…). E’ sempre allegra, tien la classe allegra, sorride sempre, grida sempre con la sua voce argentina che par che canti, (…) poi quando escono, corre come una bimba dietro all’uno e all’altro per rimetterli in fila; e a questo tira su il bavero, a quell’altro abbottona il cappotto perché non infreddino; (…).
(Cuore, Edmondo De Amicis, illustrazioni Federico Maggioni e Alberto Rebosi, Mantova, Corraini, 2000)

maestrina

Non riuscivo a capire come una giovane ragazza potesse dare ai suoi allievi la fermezza e la sicurezza che io stavo ricevendo grazie alle mie maestre. Riuscivo a coglierne la simpatia e la dolcezza, ma continuavo a desiderare di essere immersa in quel mondo ordinato e fermo, in cui i silenzi si alternavano ai confronti, gli spazi chiusi a quelli aperti, in cui costruivo la mia fiducia in un mondo stabile e regolare.
Per me le maestre erano tutte signore grandi, più giovani di una nonna ma più anziane di una mamma. Serie, compite, signore dagli spessi occhiali e dai tailleur eleganti, scarpe décolleté basse di pelle buona in pendant con le borse a tracolla, capelli corti sempre freschi di piega. Dovevano trasudare di rispetto e fermezza; nessun vezzo, nessun gridolino, ma tanti sorrisi di approvazione, tanti “Bene” e “Brava”.

Mentre la mia carriera di lettrice andava avanti, crescevano i riferimenti in letteratura di maestri e maestre diverse dalle mie. La scuola poteva essere un luogo crudele, a quanto pareva, e i giovani allievi potevano scontrarsi con temibili adulti.
Esistevano le presidi, come la terribile signorina Trunchbull, o Spezzindue (nella traduzione a cura di Francesca Lazzarato e Lorenza Manzi) dell’Istituto “Aiuto!” frequentato da Matilde. Mentre la maestra

Betta Dolcemiele era mite e tranquilla, non alzava mai la voce e sorrideva di rado, ma aveva la rara capacità di farsi amare al primo sguardo dai propri alunni (…) la direttrice, signorina Spezzindue, era esattamente l’opposto: una gigantesca tiranna, una belva feroce che terrorizzava alunni e insegnanti. (…) Per fortuna a questo mondo non ci sono molte persone come lei, ma almeno una volta nella vita a tutti capita di incontrarne una.
(Matilde, Roald Dahl, illustrazioni di Quentin Blake, Milano, Salani Gl’Istrici, 2016)

MISS TRUNCHBULL
Illustrazione di Quentin Blake tratta da “Matilde”, Roald Dahl, Salani

 

Miss Trunchibull è un personaggio scomodo, sadico e cattivo, come un’orchessa che sente “odor di cristianucci”. Ma proprio per questo, agli occhi di un piccolo lettore, è una cattiva “arginabile” al pari di un lupo che prima o poi verrà punito dal cacciatore. Un bambino cresciuto con le fiabe sa che quel male estremo fa parte della narrazione, delle prove da superare e l’eroe, insieme all’aiutante, riuscirà a sconfiggerlo.

Il trauma della scoperta del vero insegnante “crudele” arrivò dal romanzo Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno. Argia Sforza, la nuova maestra di quarta, renderà impossibile la vita della classe delle amiche Prisca, Elisa e Rosalba: la maestra Sforza, soprannominata Arpia Sferza, è una donna spietata, servizievole con le ricche famiglie e crudele con i più poveri e deboli. Classista, snob, ghettizza le bambine figlie di povera gente, cerca di escluderle in tutti i modi e con tutti i mezzi dalla classe. Ma soprattutto è un personaggio realistico, la figura autoritaria che tutti potrebbero incontrare nella propria vita.
Mentre la Trunchbull è una presenza discontinua nell’intervento pedagogico e formativo dei ragazzi, la maestra Sforza è l’unica insegnante di un intero anno scolastico, unico adulto di riferimento per nove lunghi mesi, in un momento cruciale della vita delle bambine; come testimonia Faeti è un

terrificante esempio di educatrice davvero seguace di una tradizione in cui la sferza sui deboli e l’untuoso ossequio verso i potenti sono le prospettive di fondo di un atteggiamento e di un comportamento che, nel loro infame e coerente procedere, assumono quasi l’aspetto di una velenosa missione.
(I diamanti in cantina, Antonio Faeti, Milano, Bompiani, 1995)

Ascolta il mio cuore
Copertina di “Ascolta il mio cuore”, illustrata da Quentin Blake, Mondadori Oscar Junior

 

Bianca Pitzorno impiegò 20 anni a decidere di scrivere Ascolta il mio cuore: il primo romanzo dei cinque della Saga di Lossai, nome della immaginaria cittadina sarda dove sono ambientate le storie dei protagonisti, la costrinse a fare ordine nei ricordi del periodo della scuola e rivivere la frustrazione di quando era bambina.

Per me fu un viaggio all’indietro molto doloroso. Al di là degli aneddoti, tornai a soffrire sulla carne viva gli stessi sentimenti, la stessa rabbia impotente, la stessa disillusione riguardo all’aiuto che un bambino che subisce l’ingiustizia può aspettarsi dagli adulti (…). Il libro è diviso in nove parti, tante quante i mesi di quell’anno scolastico, tante quante i mesi di una gravidanza. E nove mesi ci misi a scriverlo.
(Storia delle mie storie, Bianca Pitzorno, Parma, Pratiche, 1995)

La maestra di Prisca ed Elisa divide i banchi della classe considerando il mestiere del papà delle bambine: i suoi pupilli sono i bambini ricchi, di famiglie altisonanti. Incontriamo adulti che non riescono a capire le potenzialità dei ragazzi, le loro possibili prospettive, non sanno annaffiarli né farli sbocciare ma solo tenerli a bada, preoccuparsi che non facciano rumore. Cercano un’omologazione lì dove non è possibile, appiattendo le potenzialità. Cercano il bambino silenzioso, che non si possa esprimere e che non voglia, sono gli adulti vittime loro stessi di una società dell’apparenza o ancor peggio della classe sociale.
La Maestra Argia Sforza, insegnante di quarta elementare nell’anno scolastico 1949/50 sembra la perfetta referente di uno dei testi più significativi sulla scuola degli anni Cinquanta, la Lettera a una professoressa scritta dai ragazzi di Don Lorenzo Milani.

Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato tanto a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.
(Lettera a una professoressa, Scuola di Barbiana, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1976)

I ragazzi di Barbiana sono figli di montanari e contadini, destinati, per la società dell’epoca, a ripercorrere le orme dei loro genitori, povera gente che non lascia segni nel mondo. In una scuola adatta solo a imparare a memoria i “castelli della Loira” ma non adeguata ad accogliere, a riconsiderarsi né ad aprirsi alla nuova società, in cui gli insegnanti lavorano per fare bella figura con i superiori, non può nascere speranza né fiducia per una realtà che appare lontana ed elitaria.
“E allora per chi lo fate? Voi per l’ispettore. Lui per il provveditore. E lui per il ministro. È l’aspetto più sconcertante della vostra scuola: vive fine a se stessa”.

La scuola di Barbiana investe i suoi ragazzi di una dignità che non avevano mai conosciuto, permettendo loro di fare parte del mondo, di conoscerlo grazie ai propri mezzi e con il proprio linguaggio, potendolo così affrontare.
“Rimuovere gli ostacoli è una funzione cardine della scuola” ha affermato Franco Lorenzoni in un intervento radiofonico recente, durante un confronto con Paola Mastrocola (che da una decina di anni almeno è in aperto contrasto con i valori che la scuola di oggi ha ereditato, a suo avviso, della Lettera di Barbiana).

Da 50 anni che facciamo a scuola più Costituzione che grammatica”. E non sarebbe auspicabile? (…) Anche quando faticano, loro (i bambini) in realtà esprimono dei pensieri profondi. Noi insegnanti dobbiamo avere due qualità: uno amare molto la cultura, ma amarla veramente, incarnare questo amore per lo studio e per la conoscenza, ma anche molto avere a cuore i ragazzi che abbiamo di fronte, chiunque essi siano, anche quelli che odiano la cultura e hanno un rapporto alterato con qualsiasi forma di conoscenza e di sapere.
(Fahrenheit del 27/03/2017- Don Milani e il donmilanismo; Franco Lorenzoni)

Restituire la fiducia ai ragazzi, investendo fiducia in loro, dal più bravo, attento e colto fino all’ultimo dei ripetenti. Anzi il contrario, partendo proprio da loro: è questo che Eraldo Affinati, da sempre impegnato sul fronte per il recupero e reintegro di ragazzi difficili, fa ogni giorno e che racconta nel suo libro Elogio del ripetente. “Noi forgiamo cittadini: se la società scricchiola, è anche a causa nostra”.
Quello che fa Affinati è chiedersi quale sia la responsabilità dell’insegnante davanti al ragazzo che si allontana dalla scuola, magari dopo l’ennesima bocciatura. Leggendo il suo libro di testimonianze e riflessioni, continuava a ronzarmi la stessa idea: non basta lavorare sulla formazione dei ragazzi, o sulle loro potenzialità: noi stessi dovremmo diventare degni di essere stimati, di avere la fiducia dei ragazzi e restituire loro fiducia nel mondo degli adulti che rappresentiamo davanti a loro.
Si può lottare contro una situazione scomoda o un’ingiustizia, contro il silenzio di una società che non ci rappresenta, ed è quello che fa nel suo piccolo il personaggio di Emanuela, maestra di un remoto villaggio dove da tempo non vive nemmeno la più piccola forma animale. Nessuno ne vuole parlare, vige una strana omertà verso qualcosa di proibito e che fa parte di un misterioso passato. Ma Emanuela è una donna coraggiosa, che sfida la paura, l’omertà e il senso di terrore che attanaglia il villaggio; non vuole dimenticare, e non vuole che i suoi bimbi rimangano ignari di una così grande verità, e a costo di essere derisa e isolata, porta la sua testimonianza agli alunni.

La maestra Emanuela spiegò in classe com’è fatto un orso, come respirano i pesci e che versi fa la iena di notte. Inoltre, appese in aula svariate figure di bestie e anche di uccelli. Quasi tutti i bambini la prendevano in giro, visto che in vita loro non avevano mai visto un solo animale. Molti di loro, poi, non erano per niente convinti che al mondo ci fossero altri esseri. Per niente. Quanto meno nei nostri paraggi. A parte il fatto, dicevano, a parte il fatto che in tutto il paese questa maestra non era ancora riuscita a trovare qualcuno che accettasse di diventare suo marito, e per questa ragione, dicevano, lei aveva la testa piena di volpi e passerotti: semplici trovate, che la gente s’inventa solo per solitudine.
(D’un tratto nel folto del bosco, Amos Oz, traduzione Elena Loewenthal, Milano, Feltrinelli, 2007)

Mi chiedo sempre più spesso quale sia il ruolo degli insegnanti e dei maestri oggi, e non solo nella scuola, ma mi rendo conto che è difficile fare una sintesi e forse è una presunzione voler generalizzare.
Nella letteratura degli ultimi anni maestri e professori non mi sembrano più quegli adulti conflittuali, ottusi e feroci, figli di un pensiero classista o poco attento all’infanzia: non sarebbero forse più credibili. Oggi l’insegnante sembra essere più empatico, attento, colloquiale e i bambini dei romanzi vivono con minor conflitto il rapporto, quasi che il confronto con questo adulto sia meno problematico, o forse l’insegnante sia diventato nella letteratura più comprensivo e aperto nei confronti dei ragazzi. I problemi scolastici si sono spostati sul bullismo, il rapporto con i pari, sulle proprie difficoltà e i propri inciampi, sulle relazioni problematiche con la famiglia che minano la serenità e il rendimento scolastico.
Agli insegnanti rimane la tentazione di cadere in un ruolo terapeutico senza avere un quadro preciso e puntuale della situazione, fino a minare il loro ruolo primario e a portare in confusione il bambino stesso. Il signor Daniels, insegnante in Un pesce sull’albero, supera egregiamente la sfida.

Un pesce sull'albero
Copertina di “Un pesce sull’albero”, Lynda Mullaly Hunt, Uovonero

 

Riesce ad accorgersi del problema di Ally, giovane protagonista con grandi difficoltà legate alla sua dislessia mai compresa. La terapia che Ally seguirà, servirà ad aiutarla a leggere, ma soprattutto a riconquistare l’interesse per la scuola e ciò che essa rappresenta: la conoscenza, la relazione con gli altri, il far parte di una società. Ally in poco tempo guadagna un ruolo all’interno della sua classe, diventandone rappresentante, nella stessa misura con la quale riconquista fiducia in se stessa e nel suo ambiente. E fiducia verso un mondo che, fino a quel momento, sembrava non fare per lei.

Bibliografia
Storia delle mie storie, Bianca Pitzorno, Parma, Pratiche, 1995
I diamanti in cantina, Antonio Faeti, Milano, Bompiani, 1995
Le voci segrete. Itinerari di iniziazione al femminile nell’opera di Bianca Pitzorno, Mirca Casella, Milano, Mondadori, 2006
Matilde, Roald Dahl, illustrazioni di Quentin Blake, Milano, Salani Gl’Istrici, 2016
Matilda, Roald Dahl, illustrazioni Quentin Blake, London, Puffin Books, 2007
Ascolta il mio cuore, Bianca Pitzorno, illustrazioni Quentin Blake, Milano, Mondadori Oscar Junior, 2015
Cuore, Edmondo De Amicis, illustrazioni Federico Maggioni e Alberto Rebosi, Mantova, Corraini, 2000
Elogio del ripetente, Eraldo Affinati, Milano Mondadori Piccola Biblioteca Oscar, 2015
Un pesce sull’albero, Lynda Mullaly Hunt, traduzione Sante Bandirali, Crema (CR), Uovonero, 2016
D’un tratto nel folto del bosco, Amos Oz, traduzione Elena Loewenthal, Milano, Feltrinelli, 2007
Lettera a una professoressa, Scuola di Barbiana, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1976
http://www.lastampa.it/2007/05/17/cultura/la-sua-utopia-si-realizzata-purtroppo-FkfNtLJGSYAheykG6pgXeJ/pagina.html
http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-7ca23de7-1587-4219-b1cf-318842ad97cc.html

 

 

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Valeria Bodò è una giocattolibraia. Promuove la letteratura per l'infanzia in gruppi di approfondimento e lettura tra adulti. È un'educatrice naturalista e ha tenuto laboratori per bambini e ragazzi, specializzandosi in un tipo di didattica inclusiva in centri di accoglienza e in carcere. Ha lavorato in una biblioteca accessibile a persone sorde, curando in particolare il reparto ragazzi.