L’alfabeto: che vertigine!

Entrai in classe, piccolina, sei anni ancora da compiere, un timore che si manifestava tramite un certo nervosismo.

Entrai in classe e le pareti erano ricoperte di lettere: ANGELA era scritto proprio davanti a me. Riconoscere il mio nome mi diede sicurezza: era il posto dove ero attesa!

La maestra accompagnò cortesemente ma fermamente i genitori fuori dalla porta, ci fece accomodare ai banchi, si presentò, ci fece dire il nostro nome suggerendoci di indicare il punto in cui fosse collocato alle pareti mentre lo pronunciavamo. Quasi tutti ci riconoscemmo. Eravamo accolti, aspettati, desiderati. Proprio come il fiocco con il nome che si mette fuori dalla porta in occasione della nascita di un bambino. E questi nomi, che iniziavano tutti con una lettera diversa, furono il mio primissimo approccio alla lettura. Un nome, un volto, un bambino, da ricordare e da conoscere.

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I banchi erano grandi, disposti a semicerchio al centro della stanza e a loro volta uniti a formare delle isole: sei banchi per sei bambini. La lezione si faceva seduti sulle sedie davanti alla lavagna. Non iniziammo subito a imparare a leggere e a scrivere. Prima era necessario conoscerci per nome, per volto, per carattere. Dare, così, un primo significato a quelle lettere colorate disposte sulle pareti. Sui banchi disegnavamo, mangiavamo, qualcuno dormiva, anche. Nessuna lettera da imparare, durante la prima settimana. Prima venivamo noi bambini. Le lettere potevano aspettare.

Ero impaziente e curiosa, ma imparai il valore dell’attesa. In questa scuola le aule profumavano di legno, le finestre aperte rimandavano suoni della natura e voci di bambini.

Dopo poco i nomi appesi alle pareti sparirono, sostituiti da altri cartelloni colorati pieni di lettere e di figure abbinate.

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Non esisteva il cortile, nella scuola dove andavo. Esisteva invece un grandissimo, enorme giardino alberato, in cui le classi erano posizionate a gruppi di due e separate le une dalle altre. Quella prima settimana di scuola, prima di affrontare, dunque, le lettere e i numeri, la passammo in esplorazione con la maestra: c’erano, naturalmente, luoghi in cui non potevamo andare, posti inaccessibili, anche un po’ spaventosi, boschetti da attraversare, alberi tagliati da saltare, giochi da raggiungere solo negli anni successivi. Se in prima elementare, infatti, il confine invalicabile era piuttosto vicino alla classe, i grandi di quinta potevano girare liberamente tutto il parco: loro sapevano leggere, e scrivere, e contare, e non si sarebbero persi!

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L’incontro con la prima lettera, la bellissima vocale AaAa mi rese subito l’evidenza di una priorità: ero la primogenita e dunque il mio nome iniziava come la prima lettera dell’alfabeto! Un’evidenza che naufragò presto, nel rapporto sempre un po’ conflittuale con una sorella di solo un anno minore. La scuola procedeva lieta: si imparava la concentrazione, a vergare con mano ferma prima a matita, ma presto con la penna stilografica, le lettere dell’alfabeto. Quaderni e quaderni in bella grafia, esercitando quella manualità fine che i nostri bambini touch stanno perdendo. Aste e segni grafici, tondi, linee, la penna che sporcava la mano, che sporcava il visetto concentrato e sudato: quanta passione per imparare a scrivere come la maestra!

L’introduzione di ogni lettera era preceduta da una festa: si cantava e si ballava. Ogni lettera, dunque, anche la sfortunata U, era apprezzata nella sua unicità e nella sua unità. A noi bambini la festa della lettera piaceva in se stessa e perché voleva dire imparare una cosa nuova, acquisire competenze nuove, con cui, poi, vantarci a casa, con i fratelli e le sorelle che ancora frequentavano la scuola materna.

Dire fare ballare Giralangolo

Dopo la A venne la E, la I, la O la U: imparammo che AIUOLE è l’unica parola del vocabolario italiano a possedere tutte le vocali (ancora non si studiavano la J e la Y).

Acquisii precisione e velocità, e, quasi improvvisamente, iniziai a vedere il mondo scritto. B A R o V I A, seguiti solitamente da un nome troppo lungo e difficile da pronunciare, e allora me lo inventavo, seguendo un suono armonico e intonato. Via Garibaldi, la via dove all’epoca abitavo, diventava, nel mio pensiero, viagaraldi e lo sarebbe rimasto per qualche anno ancora. Il mondo esterno diventava praticabile e accessibile. Stavo entrando in possesso di un tesoro: la parola scritta. Quei segni che prima non riuscivo a decifrare, che mi sembravano essere il mistero inaccessibile dei grandi, il loro linguaggio segreto, mi si spalancava davanti.

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Come era bella la f minuscola corsiva e ancora di più la F maiuscola corsiva! Simile alla E maiuscola corsiva, mi sembrava sempre una lettera zoppicante e per questo amata un po’ di più. Me la figuravo come un fragile fringuello su una foglia, e fantasticavo. La B era un signore borioso, un po’ bolso, con il bastone e parole burbere da buttare addosso a noi bambini. T era un trampolino per i tuffi, ma anche un timido trampoliere, un tosto tavolo sotto cui travestirsi. I svettava alto, maiuscola senza cappello, minuscola, invece, era un’indomita donnina con cappellino, che ogni tanto scivolava, ogni tanto bucava la pagina, ogni tanto veniva dimenticato a casa.

Mi divertivo a scrivere, a inventare parole componendo le varie lettere tra loro, significato e significante non avevano ancora nessun senso per me.

La forma corsiva imponeva che tutte le lettere si tenessero per mano: la penna stilografica scivolava senza interruzioni arrivando alla fine della parola con uno svolazzo. C’erano parole lunghissime che richiedevano una grande tecnica e grandi capacità, anche di tenuta: nessuna distrazione in quelle lunghe ore di segni tracciati sul quaderno!

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La sicurezza del segno tracciato divenne la possibilità di una scoperta ulteriore. Potevo infatti immaginare un mio segno grafico differente e unico: iniziai a sperimentare. La aA poteva essere tonda come la o aggiungendo una gambetta, oppure poteva essere una v rovesciata anche senza tracciare la riga in mezzo. Potevo, anche, gonfiare le lettere, rendendole simile a dei palloncini e colorarle dentro. Ricordo pagine e pagine di fogli bianchi ricoperti di lettere colorate e strambe: non sapendo assolutamente disegnare, potevo però scrivere disegnando. Ecco che l’elefante non era rappresentato nella sua forma grafica ma correttamente scritto. E vicino all’elefante vuoi non metterci un topolino? Ridevo da sola, ricordando la celebre favola di La Fontaine. Ripercorrevo la strada di celebri grafici che si sono immaginati il mondo come una rappresentazione alfabetica scritta. Crescevo affascinata dai diversi modi in cui la lettera scritta era inoltre tracciata sulla pagina. Istintivamente cercavo alfabeti aggraziati per le giornate liete e alfabeti rigidi e imbalsamati per le giornate uggiose. Non ho mai smesso di giocare con le lettere, di tracciare con la penna lettere singole, come gli innamorati che traggono particolare piacere dal riprodurre tante e tante volte il nome dell’amato su un foglio.

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Mi rimase l’incanto per l’alfabeto, la gioia di scoprire un mondo diverso, una via alternativa a quella conosciuta per tracciare lettere a volte misteriose su un foglio.

Negli anni ho poi imparato alfabeti diversi, quello greco e quello ebraico, e ogni volta la vertigine ricominciava: il tratteggiare lettere diverse, addirittura scritture che andavano a scontrarsi con la logica sinistra-destra, mi hanno riportato a quei primi incontri, a quei primi quaderni corredati da segni che diventavano via via più sicuri, ho ritrovato e riconosciuto in me passioni antiche mai sopite, quella che provo ancora oggi di fronte ai magnifici alfabetieri, che erroneamente destiniamo ai bambini, quando invece, per lo più, emozionano noi adulti.

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L’alfabeto rimane una grande scoperta, e ripensare a quei primi mesi è fonte di forte e magnifica nostalgia, come ci racconta Walter Benjamin in Infanzia Berlinese:

…nulla di ciò in cui mi imbattei nell’infanzia suscita più cocente nostalgia dell’alfabetario. Conteneva, impresse su piccole tavolette, le lettere dell’alfabeto, singolarmente, in caratteri gotici che le facevano apparire più giovani e anche più leggiadre di quelle stampate. Si adagiavano esili sul giaciglio inclinato, ciascuna in sé compiuta, e nella loro sequenza vincolate dalle regole dell’ordine – la parola – di cui erano sorelle. Restavo ammirato per come tanta modestia potesse coniugarsi con tanta magnificenza. Era uno stato di grazia. E la mia destra, che reverente cercava di conquistarlo, non riusciva nell’intento. Doveva restare fuori come il guardiano incaricato di lasciar passare gli eletti. Così il suo rapporto con le lettere fu pieno di rinunce. La nostalgia che risveglia in me mostra quanto l’alfabetario sia stato tutt’uno con la mia infanzia. Ciò che in realtà cerco in esso è l’infanzia stessa…

(W. Benjamin, Infanzia berlinese, Einaudi, pp. 98-99).