Le Wunderkammern di Brian Selznick, tra memoria e costruzione di sé

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Com’è noto, il fenomeno delle Wunderkammern nacque nel 1500, come eredità dello studiolo umanistico, primo esempio di ambiente architettonico destinato alla collezione, antenato delle istituzioni museali. Gli studioli erano piccoli ambienti appartati in cui i Signori raccoglievano gli oggetti significativi delle loro collezioni. A Firenze, la mia città, erano stati realizzati due esempi mirabili di studiolo: quello di Lorenzo il Magnifico, a Palazzo Medici, contraddistinto per la ricchezza degli oggetti, che pare fossero raccolti in serie omogenee. Questo studiolo fu il primo a ospitare dei “naturalia”, tra cui una zanna d’elefante e un corno di “unicorno”, probabilmente di narvalo, il pezzo di maggior valore dell’intera collezione. L’altro studiolo fiorentino fu quello di Francesco I in Palazzo Vecchio, un piccolo ambiente realizzato tra gli altri da Vasari, in cui il granduca amava nascondersi per coltivare i suoi interessi magico – alchemici.

Lo studiolo si evolve verso la Galleria Rinascimentale, che diviene il modello, nell’Europa del Nord, delle prime Wunderkammern o “Stanze delle meraviglie”. Mentre le Gallerie rinascimentali ospitavano soprattutto oggetti come statue e quadri, l’interesse dei principi del Nord si rivolgeva soprattutto verso i fenomeni naturali e le curiosità scientifiche.

Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012
Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012

Le Wunderkammern dovevano suscitare nel visitatore sia l’ammirazione per il prestigio del collezionista, che era entrato in possesso di oggetti spesso molto costosi, sia lo stupore davanti a oggetti inusitati.

Le Stanze delle Meraviglie erano rigorosamente organizzate e prevedevano una collocazione bipartita dei reperti, detti mirabilia: da una parte i naturalia, cioè gli elementi meravigliosi forniti dalla natura stessa, dall’altra tutto ciò che era stato realizzato dalle mani dell’uomo, gli artificialia. I naturalia legavano la loro prodigiosità alla forma, alla dimensione, o alla provenienza geografica; gli artificialia, invece, alla singolarità o alla complicatezza delle tecniche utilizzate per realizzarle. La Wunderkammer era spesso una stanza con le pareti ricoperte da scaffali di legno, sui quali facevano mostra di sé innumerevoli barattoli di vetro, alternati ad armadi e stipetti con un gran numero di cassetti. Anche il tetto veniva utilizzato, per appenderci animali essiccati.

Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012
Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012

“Ricostruire l’universo in una stanza”, questo era lo scopo dei gabinetti delle curiosità, ed è questo aspetto, che sembra quasi attribuire al collezionista una sorta di facoltà creatrice, uno degli elementi che mantengono vivo oggi, nell’epoca dei musei contemporanei, il fascino della Wunderkammer.

Un’indagine approfondita sull’immagine della “Camera delle meraviglie”, esplicitamente citata o rielaborata metaforicamente, nella letteratura per ragazzi, richiederebbe uno studio molto più corposo di questo articolo e potrebbe prendere varie direzioni. In questo contributo vorrei soffermarmi brevemente sull’importanza che questo tipo di ambiente ha, indubbiamente, sull’immaginario dello scrittore e illustratore americano Brian Selznick (1966).

Selznick è il codificatore di una nuova grammatica della graphic novel, in cui le immagini, dipinte con matita e carboncino e che occupano sempre l’intera pagina, la cui successione tende spesso a riprodurre i movimenti della macchina da presa, non hanno il compito di fare da controcanto al testo, ma narrano per conto loro, secondo un ritmo sempre diverso nelle tre grandi opere  pubblicate in Italia da Mondadori.

In La straordinaria invenzione di Hugo Cabret testo e immagini narrano, alternativamente, la medesima storia; in La stanza delle meraviglie, che com’è ovvio è il testo che analizzerò più a fondo, le immagini narrano una storia del 1927 che, con montaggio alternato, si intreccia a una storia ambientata cinquant’anni dopo, finché, nell’ultima parte del libro, il lettore riesce finalmente a collegare i due protagonisti; nell’ultima opera, disponibile da poche settimane, Il tesoro dei Marvel, una prima storia, narrata esclusivamente dalle immagini, viene seguita da un’altra, esclusivamente affidata alle parole. Quando si comprende l’intreccio tra le due vicende, e si crede di aver chiuso anche questa volta il cerchio, la vicenda subisce una svolta inattesa che costringe il lettore a rivedere tutta la percezione della prima parte del libro.

Oltre che dalla cifra stilistica, le graphic novel di Selznick sono accomunate anche da situazioni ricorrenti nell’intreccio. I protagonisti di Selznick sono ragazzi molto sensibili, sottoposti dalla vita a prove spesso dure: orfani (La straordinaria invenzione di Hugo Cabret e La stanza delle meraviglie) o con genitori lontani e un vuoto nel cuore per la perdita del nonno (Il tesoro dei Marvel), che si ritrovano da soli a dover ricostruire la storia misteriosa della loro famiglia, per tenere legato il filo sottile che unisce memoria e costruzione dell’identità. Per trovare se stessi, finiscono per passare del tempo in un museo, spesso in ambienti piccoli, separati (una riproduzione della wunderkammer) o in un ambiente costruito con le caratteristiche di un museo.

Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012
Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012

Nel primo romanzo di Selznick tradotto in italiano, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, il cui successo è stato certificato dalla trasposizione cinematografica di Martin Scorsese, il museo è il luogo in cui lavora il padre del protagonista, in cui egli ritrova l’automa che costituisce il fulcro della vicenda (l’automa era uno degli elementi ricorrenti della sezione degli artificialia), ed è il luogo in cui il padre muore, in un incendio.

In realtà, il luogo prediletto dal padre è la soffitta del museo, così descritta:

Qualche sera più tardi, il padre lo fece entrare di nascosto nella soffitta del museo. In quella luce polverosa, il ragazzo vide modellini navali rotti, teste di statue, vecchie insegne e pile di porte distrutte. C’erano vasi di vetro pieni di strani liquidi, uccelli impagliati e gatti immobilizzati a metà di un salto su supporti di legno.

Alla fine il padre sollevò un lenzuolo bianco tutto macchiato ed ecco… l’uomo meccanico.

Nelle rovine del museo incendiato tornerà poi Hugo per recuperare l’automa e il taccuino con gli appunti del padre. È lì, nel rudere di una soffitta divenuta “camera delle meraviglie”, che ha inizio il coming-of-age di Hugo Cabret.

All’opposto cronologico della bibliografia selznickiana troviamo il recentissimo Il tesoro dei Marvel, che nella prima parte, grafica, mette in scena l’epopea dei Marvel, la storia di alcune generazioni di attori teatrali, a partire dal naufragio del transatlantico Kraken, nel 1766, fino al momento in cui Leo, l’ultimo discendente, il primo a non manifestare alcun interesse per la recitazione, non decide di chiudere il cerchio avviato dal capostipite e cercare fortuna per mare. Dopo un evento traumatico, la narrazione si interrompe improvvisamente.

Duecento anni più tardi – e qui mi riferisco alla storia narrata con le parole – Leo, un ragazzino relegato in una scuola d’élite da una famiglia lontana e assente, scappa con l’intento di raggiungere il quartiere di Spitalfields, a Londra, dove vive lo zio, che l’adolescente non ha mai incontrato. L’abitazione dello zio rappresenta una scoperta scioccante, un salto all’indietro nel diciannovesimo secolo: niente luce elettrica, riempita fino all’inverosimile di oggetti di ogni sorta (di nuovo!), organizzata e concepita come un museo, tutto consacrato alla memoria dei Marvel. Quando tutto sembra suggerire che il legame tra le due vicende risieda in una discendenza della famiglia di Leo da quella dei Marvel, Leo viene a conoscenza di una verità assolutamente strabiliante, che rimette tutto in discussione, e che confonde totalmente le acque della realtà e della finzione. È ancora in una sorta di “camera delle meraviglie”, quindi, che il protagonista ricostruisce la memoria della sua famiglia, pre-condizione per la definizione della propria identità. Senza rivelare troppo del plot, mi preme però sottolineare che nella post-fazione del romanzo si apprende che il personaggio dello zio Albert e la sua casa fuori dal tempo sono la trasfigurazione romanzesca di un personaggio realmente esistente e di una casa che è oggi adibita – inutile dirlo – a museo.

Nell’analizzare il secondo romanzo di Selznick, quello che sin dal titolo si riferisce esplicitamente alla Wunderkammer, tenterò di fornire un’ipotesi interpretativa su questo topos ricorrente.

La stanza delle meraviglie racconta in parallelo la doppia storia di Rose, ambientata nel 1927, e di Ben, cinquant’anni dopo. Entrambi sono sordi, lei dalla nascita, lui per l’effetto di un fulmine (il titolo originale Wonderstruck allude anche a questo evento, elemento del tutto perso nella traduzione italiana), entrambi insoddisfatti della propria vita, entrambi cercano a New York di riempire i vuoti della loro esistenza. Rose cerca un contatto con la madre, attrice famosa che l’ha lasciata a vivere nel New Jersey, Ben, rimasto da poco orfano di madre, vi cerca notizie del padre che non ha mai conosciuto. Entrambi si trovano a cercare se stessi nel Museo di Storia Naturale, ed è proprio nelle stanze del Museo che le due storie trovano il loro legame e i due personaggi finiranno per incontrarsi, scoprendosi e conoscendosi a vicenda.

Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012
Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012

“Vorrei avere un posto nel mondo”, scrive Rose in un bigliettino, nel momento più disperato della sua ricerca. Questo è – semplicemente – il tema del romanzo: due ragazzi cercano il loro posto nel mondo e lo trovano, allontanandosi da un luogo protetto e sicuro, fronteggiando i pericoli della realtà, amplificati dalla sordità, andando a collocare se stessi come oggetti tra altri oggetti di una collezione.

Ben, figlio di una bibliotecaria, ha nel sangue la propensione alla collezione e alla catalogazione della realtà. In un momento di sconforto si chiede perché tutta la realtà non sia classificata secondo il sistema Dewey. Da poco orfano di madre, vive dagli zii, ma rimpiange la sua casa:

A Ben mancava il caos rassicurante della sua casa: i tavolini, le sedie tutte spaiate, i vecchi orologi, le citazioni che la mamma ritagliava con cura e appiccicava al frigorifero con lo scotch, le stampe dei suoi quadri preferiti, le rotelle, gli ingranaggi arrugginiti e le altre cose interessanti che Ben aveva scovato durante le escursioni intorno al lago e in paese, la collezione di dischi, il camino di pietra, le preziose corna d’alce trovate lungo il Gunflint Trail e naturalmente tutti i libri, che strabordavano dagli scaffali e giacevano impilati in giro.

Il suo bene più prezioso è una scatola, che la mamma gli ha regalato per Natale, prima di morire in un incidente d’auto:

Uno per uno, toccò i piccoli oggetti che conteneva. Li aveva ordinati con dei divisori di cartone, dando a ciascuno una collocazione precisa. Fra le altre cose, c’erano diversi rametti dalla forma strana; il suo ultimo dente da latte; un piccolo pezzo degli scacchi di plastica che aveva trovato col suo amico Billy […]; un teschio d’uccello e un fossile chiamato “stromatolite”…

La scatola di Ben è la sua piccola Wunderkammer e Ben è, sin da piccolo, un collezionista-curatore. Il momento di svolta della sua vicenda è quello in cui scopre, tra gli oggetti della madre, un libro intitolato La stanza delle meraviglie, che descrive un’esposizione al Museo di Storia Naturale di New York, che gli fornisce delle informazioni sul padre (il nome e un indirizzo).

Spinto dal desiderio di incontrare il padre, Ben si ritrova nelle stanze del museo, e pur non raggiungendo propriamente il suo scopo (il padre è morto qualche anno prima), finisce per trovare ugualmente il suo posto nel mondo, incontrando la nonna e divenendo – metaforicamente ma anche letteralmente – un oggetto della collezione della sua vita.

La stanza delle meraviglie è un libro in cui il museo appare il contesto più adatto in cui mettere in relazione gli oggetti con il tema dell’identità. Sia Rose che Ben legano la ricerca della propria identità, del loro “posto nel mondo”, alla loro permanenza nelle stanze del museo, in cui altri curatori hanno disposto gli oggetti in modo che questi fossero creatori di significato per loro, e che loro potessero vedere un po’ di se stessi negli oggetti e trovare anch’essi la loro collocazione. Ben, in particolare, impara a diventare curatore della propria stessa esistenza.

Il finale, bellissimo, del libro, porta Ben e Rose in un altro museo, il Queens Museum of Art, in cui la nonna mostra al nipote una gigantesca riproduzione di New York, curata da lei al tempo dell’Esposizione Universale del 1964, che nasconde però un segreto privato: all’interno di ognuno dei luoghi legati alla vita del padre è stato inserito un oggetto simbolico, che in qualche modo lo personalizza. Quando Ben chiede che cosa ci sia all’interno della riproduzione del Museo di Storia Naturale, scopre il disegno di un bambino di quattro anni, e capisce quindi che, seppure inconsapevolmente, ha avuto il suo posto nella vita del padre, e lo ha avuto attraverso il medium di un oggetto da collezione, che, solo se collocato al suo posto, acquista valore. Come – sembra dirci Brian Selznick – l’esistenza di tutti noi.

Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012
Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012
Bibliografia
Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori, 2007
Id., La stanza delle meraviglie, Mondadori, 2012
Id., Il tesoro dei Marvel, Mondadori, 2016