L’inferno è amico delle storie

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Fuga nelle illustrazioni cattive

L’uomo nero, il lupo cattivo, la strega maligna sono personificazioni del male, della tentazione, del lato oscuro: la letteratura per ragazzi è ricca di situazioni e personaggi tutt’altro che rassicuranti.

Non parlo però soltanto dei “cattivi” della storia, ma anche dei protagonisti, perdenti dalle prime pagine, incastrati in storie che non avranno lieto fine. Come in un ritratto “wildiano”, li analizzerò partendo dalla loro immagine, dalla raffigurazione esplicitata che l’illustratore ha proiettato sul foglio. Gli illustratori che andremo a trovare, d’altro canto, hanno un gusto gotico, dark e non lesinano particolari macabri e desolanti. A volte con distacco chirurgico, altre con sadica ironia, le illustrazioni “cattive” non evitano il male, ma anzi lo sottolineano, lo esaltano: tutti gli illustratori presenti hanno fatto del “turbamento” provocato in chi guarda la colonna portante del loro stile.

Burton, Bessoni e Gorey: il circo del macabro

Tim Burton, il bambino ostrica e tutti gli altri: ritratti di bambini freak

nailboy

Il bambino con i chiodi negli occhi

piantò il suo alberello d’alluminio

Ma cresceva di sbieco

perché lui era cieco.”

Tim Burton, Morte malinconica del bambino Ostrica e altre storie (traduzione di Nico Orengo)

 

Da sempre immerso in un clima fiabesco, gotico ed eccentrico, Tim Burton ha raccontato da regista storie di personaggi romantici ma drammatici come La Sposa cadavere, Frankenweenie, Edward mani di forbice. Nel 1997 Burton pubblica il libro The Melancholy Death of Oyster Boy and Other Stories, tradotto l’anno dopo da Nico Orengo in Morte malinconica del bambino Ostrica e altre storie.

I personaggi di questa raccolta sono bambini borderline, irreali, a metà tra l’essere mostruoso e il fanciullo emarginato. Innocenti nella loro diversità, indifesi e soli, le loro brevi storie finiscono sempre in modo disperato: morti, in solitudine, schiacciati, trasformati in oggetti inanimati.

Burton accompagna ogni poesia dai suoi disegni veloci: infantili e inquietanti ritratti scarabocchiati, nelle immagini rimane persistente il senso di inadeguatezza delle creaturine davanti al mondo che li rifiuta. L’effetto è un campione di immagini senza speranza, storie talmente ineluttabili che riescono però a risultare velatamente comiche, al pari di un capitombolo inevitabile di un bambino.

Scrive Nico Orengo in una nota alla traduzione:


Sono figure struggenti, disegnate con grafite e parole in neogotico, piccoli E.T. spaesati o fiabeschi che emanano ad ogni parola, ad ogni gesto un alone di meraviglioso, di incantesimo, subito frustrato dagli adulti, genitori, medici o “normali” che siano.

I volti disegnati di Testa di Melone, Persico il bambino Tossico, la bambina Spazzatura mostrano un destino segnato: possiamo continuare a guardare nei loro occhi vuoti e fissi, ma troveremo espressioni che rimandano con rassegnazione agli scheletri che presto diventeranno.

Nelle fiabe della tradizione il bambino sfortunato, quello considerato più lento, sciocco o meno abile dei fratelli maggiori, vive una storia che si scioglie con il suo trionfo. Si arricchisce, sposa una principessa, sconfigge un drago, diventa lui stesso Signore e Re, rispettato e onorato. La sua vicenda proietta la speranza che una vita da perdente possa essere riscattata. I bambini di Burton sono ben lontani dal riscatto: nascono perdenti in una società che li allontana e non sono prossimi a nessun trionfo.

 

Stefano Bessoni e lo studio del tassidermista

Tristi, disperati, oscuri, marci dentro. Gli antieroi di Stefano Bessoni sono fragili creature fallaci e fallate, osservate alla lente di un illustratore naturalista.

Regista, animatore, illustratore, nel suo passato l’artista frequenta la facoltà di Biologia di Roma, in cui approfondisce la sua passione per l’anatomia e la zoologia. Interessato alle atmosfere delle fiabe tradizionali, ha una passione per i reperti, gli scheletri, le preparazioni del tassidermista e i barattoli in formalina che si incontrano nei sotterranei dei musei di zoologia, wunderkammer dove probabilmente ha formato il suo lato scientifico e curioso.

Nel 2012 esce la sua versione di Alice e i suoi studi traspaiono perfettamente in quello che lui stesso chiama “taccuino di viaggio, con schizzi e appunti sugli abitanti del Paese delle Meraviglie. Un ‘bestiario’ stilato con lo sguardo del naturalista dall’animo vittoriano, diviso tra la passione per gli insetti, gli scheletri, gli spettri, la fotografia”.

Immagine tratta dal blog di Stefano Bessoni
Immagine tratta dal blog di Stefano Bessoni

Sceglie il primo titolo che Lewis Carrol pensò per la sua opera, Alice underground, e lo utilizza per sottolineare come il viaggio di Alice inizi sotto terra, caduta in un pozzo. Da un lato l’attenzione anatomica alla vita, dall’altra la ricerca di luoghi irreali, dalle atmosfere da laboratorio alchemico, lo fanno avvicinare ai personaggi di Alice ritraendoli nelle loro deformità, facendo trasparire il lato crudele, macabro e amorale.

In Pinocchio Bessoni sceglie di lasciare la storia come sottile filo conduttore e di concentrarsi sui personaggi e sulle loro ambivalenze, ossessioni, follie. Il burattino è un piccolo Frankenstein tra la vita e la non vita, messo a nudo nella sua essenza di bambino corrotto, portato naturalmente ad allontanarsi e a tradire, sovvertire e disobbedire.

In entrambe le opere traspare però un senso di grande comprensione e vicinanza per queste creature macabre e freak, una nota dolce che li rende esseri romantici e malinconici imprigionati nella loro goffa forma e nelle loro vite corrotte, in un circo macabro che rappresenta le caricature dei nostri vizi, delle nostre debolezze.

 

Edwad Gorey maestro di inquietudine

 

Non so perché, ma lo scopo della mia vita consiste nell’instillare un disagio generale. Penso che il disagio sia una reazione dovuta verso questo mondo.

E. Gorey

Edward Gorey ha raccontato nei suoi libri bambini morti, efferati omicidi, storie di violenza senza senso, considerando l’effetto delle sue opere sui lettori, senza troppo sbilanciarsi, “leggermente inquietante”. Lui stesso aveva accettato lo pseudonimo di “Edward Blutig”, “sanguinario” o “crudele”, pur avendo un aspetto pacifico e una celebre espressione distaccata.

Lettore onnivoro, collezionista di qualsiasi oggetto catturasse la sua attenzione, “gattaro” e appassionatissimo di balletto, Edward Gorey ha creato un genere di letteratura dallo humor nero e dai forti toni tragici e sadici.

Ne The Gashlycrumb Tinies (I piccini di Gashlycrumb per la coraggiosa collana “I cavoli a Merenda” di Adelphi) del 1963, come in un film muto accompagnato da didascalie, procedono i fotogrammi di 26 bambini e delle loro brevi vite spezzate, in un abbecedario perfetto.

I Piccini di Gashlycrumb, Edward Gorey, Adelphi
I Piccini di Gashlycrumb, Edward Gorey, Adelphi

“A is for Amy who fell down the stairs; B is for Basil assaulted by bears; C in for Clara who wasted away, D is for Desmond thrown out of a sleigh…” e così via, i piccoli vanno verso le loro morti violente, al ritmo di filastrocca, in una nenia musicale che ricorda alcune ninna nanne o canzoncine della nostra infanzia, il cui ritmo distoglie dal turbamento per il destino dei bambini. “Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? (…) Lo daremo all’Uomo nero, che lo tiene un anno intero…”, ma anche “Three blind mice. Three blind mice. See how they run. See how they run. They all ran after the farmer’s wife, who cut off their tails with a carving knife (…)”: il mondo dell’infanzia è pieno di riferimenti a efferati delitti, personaggi spaventosi, buio e atmosfere creepy.

Nelle illustrazioni di Gorey, a differenza del testo, sempre esplicito e descrittivo, il dramma non è ancora compiuto. Come in una tragedia greca, l’efferatezza e la violenza barbara non sono palesi e gli spettatori possono solo immaginare e intuire ciò che accadrà un momento dopo o, più raramente, cosa è avvenuto un momento prima. Questo permette ai personaggi di Gorey di non lasciar trasparire alcuna emozione: siano assassini o vittime, i protagonisti delle sue tavole, sempre in bianco e nero, sono immobili, lontani dall’efferatezza, senza passioni. Possiamo cogliere nelle vittime una leggera sorpresa, un laconico smarrimento, ma nessun dramma. Forse la morte li sorprende davvero, e noi li osserviamo un momento prima di comprendere la sua manifestazione; forse la morte non li spaventa, e anche noi non ci lasciamo coinvolgere in sentimenti empatici. Fatto sta che con Gorey non vibra nessuna partecipazione emotiva, nessun turbamento. E gli “spettatori” non possono far altro che chiedersi quale sarà la scena successiva, con una punta di morbosa curiosità.

Gorey non aveva ben chiaro il motivo per cui i bambini lo amassero così tanto:

Talvolta [Gorey] dichiarava che la sua opera era pensata per i più giovani, altre volte sembrava perplesso per il fatto che i bambini amassero i suoi libri.

(Karen Wilkin da Raffinati enigmi, l’arte di Edward Gorey, Logos)

Probabilmente l’artista ha saputo sdoganare, forse senza rendersene conto, la visione angelicata del mondo dei bambini, protetti da ogni male. La copertina dei Piccini ritrae la Morte che ripara con un ombrello nero i 26 bimbi spauriti, forse a sottolineare quella «sarcastica ribellione alla visione dell’infanzia come solare, idilliaca ed istruttiva» (George R. Bodmer, The Post-Modern Alphabet: Extending the Limits of the Contemporary Alphabet Book, from Seuss to Gorey): chissà se la Morte li protegge dalla pioggia o dal sole.

I Piccini di Gashlycrumb, Edward Gorey, Adelphi
I Piccini di Gashlycrumb, Edward Gorey, Adelphi

Dall’alba dei tempi, le storie che vengono raccontate, tramandate e rielaborate sono intrecciate di episodi di violenza, ingiustizie, aggressività: come la mitologia e la Bibbia, le fiabe hanno al loro interno vicende di sangue, violenza, delitti e soprusi. Sin da piccoli ci confrontiamo con le ansie e le paure che vivono i personaggi delle fiabe che ci raccontano: veniamo abbandonati nel bosco, ci confrontiamo con i nostri limiti di bambini, affrontiamo personaggi oscuri che vogliono attentare alla nostra sicurezza o alla nostra vita.

Bruno Bettelheim nel celebre saggio Il mondo incantato scrive:

(…) nelle fiabe il male è onnipresente come la virtù. Praticamente in ogni fiaba il bene e il male si incarnano in certi personaggi e nelle loro azioni, così come il bene e il male sono onnipresenti nella vita e le inclinazioni verso l’uno o l’altro sono presenti in ogni uomo.

E se questo equilibrio venisse ribaltato?

 

Juan, Ceccoli, Pacheco: passioni, disperazione e altri delitti

Ana Juan e la tragica e dannata Snowhite

In una rilettura estremamente oscura di Biancaneve si è cimentata l’illustratrice spagnola Ana Juan.

Le tavole composte da ombrosi chiaroscuri descrivono una cupa visione della fiaba classica la cui protagonista è la giovane e bellissima vittima della gelosia della matrigna.

Le illustrazioni si susseguono parallele alla storia, pagina dopo pagina sempre più dense e ombrose. Il “cacciatore”, l’emissario di Lady Hawthorn che tenta di violentare Snowhite è ritratto di spalle, vestito della stessa pelliccia dei topi; i beceri nani, proprietari della taverna in cui la giovane è costretta a lavorare giorno e notte pur di avere un tetto sulla testa, hanno espressioni distorte, avide e vacue; di Mr Price, che vuole rubare l’innocenza della fanciulla comprandola ai nani, riusciamo a scorgere non più del profilo aquilino e dello sguardo fuori scena.

Non c’è futuro, non c’è redenzione, ma solo la speranza di qualcosa o qualcuno che strappi Snowhite da una solitudine senza fine, la ricerca di un figlio che riscaldi il suo mondo freddo e terribile.

Snowhite, Ana Juan, Logos
Snowhite, Ana Juan, Logos

Ana Juan riempie le sue tavole di creature notturne, scure e pericolose: sciami di topi accompagnano la fuga di Snowhite, pipistrelli dai lunghi denti le volano accanto, le strade e la taverna sono attraversate da loschi figuri dagli occhi malati, prostitute stanche della vita, ubriachi.

La Juan è riuscita con le sue illustrazioni a ribaltare i valori della fiaba, estremizzandola fino a toglierle ogni spiraglio di speranza: le ombre sono sempre minacciose, le architetture vertiginose, ogni curva è una spirale che imprigiona e toglie l’aria. Non c’è luce né giorno, i neri si sovrappongono ai grigi, l’aria è densa e nebbiosa, la notte copre e nasconde.

 

In antitesi con la donna immaginata della Juan si pone quella della Ceccoli.

Se da una parte la femminilità è un fardello che pesa il prezzo della libertà, dall’altro diventa un’arma. Se da un lato le illustrazioni hanno il tratto pesante e graffiato, curve vertiginose e pesanti neri, dall’altro il tratto si fa lezioso, i colori sono pastello, tutto è candido e patinato, sa di marshmallow e ricorda la tentazione della casa di marzapane nel bosco di Hansel e Gretel.

 

Nicoletta Ceccoli e l’innocenza perduta

Nicoletta Ceccoli ha creato una serie di bambine incantate, innocenti ma allo stesso momento sensuali e provocanti, delle Lolita che però sembrano non conoscere ancora i confini della propria femminilità. Bambine che giocano con le ataviche paure e le dominano: il buio, gli insetti, gli oggetti taglienti, le fiere pericolose diventano spazio di movimento libero, di gioco. Lì dove i bambini delle fiabe sono soli e spaventati, qui le bambine della Ceccoli hanno già superato ogni percorso di crescita ed emancipazione e dominano perfettamente i loro lupi cattivi.

ceccoli
Daydreams, Nicoletta Ceccoli, Logos

Alice è tra le fanciulle della raccolta Daydreams, pubblicato per la prima volta nel 2012. Inquieta, sola ma fiera e per niente spaventata, l’Alice di Nicoletta Ceccoli viaggia in un luogo in cui le meraviglie possono essere inquietanti scenografie in cui perdersi, al suono di un carrilon rotto.

La Dorothy Circus Gallery di Roma è l’unico esempio di galleria in Italia ad esporre opere di arte contemponanea con un occhio particolarmente attento al Pop Surrealismo e alla street art. Come le opere della Ceccoli, gli artisti che espongono spesso si ispirano alle atmosfere fiabesche, surreali e gotiche.

L’artista Camille Rose Garcia, pittrice, scultrice e illustratrice americana, esponente del Pop Surrealismo, è una collezionista di storie per l’infanzia e si è voluta confrontare con le illustrazioni di tre classici: Snowhite, Cinderella e l’immancabile Alice. I testi originali dei Grimm, di Perrault e di Carroll sono interpretati con una vena dark, con influssi provenienti dall’arte urbana e dal mondo disneyano distorto, come quello rielaborato da Bansky per Dismaland.

Cinderella, C. Perrault, C. R. Garcia, Collins
Cinderella, C. Perrault, C. R. Garcia, Collins

Gabriel Pacheco tra romanticismo e immaginari gotici

La Sirenetta, La Bella e la Bestia, Frida Khalo, un recentissimo Pinocchio. Ma anche i suoi protagonisti de La Strega e lo Spaventapasseri e de L’aggiustacuori: ogni personaggio che esce dal pennello di Gabriel Pacheco proviene da una rielaborazione fatta di ricordi e riferimenti, una ricerca profonda e coltissima, un dialogo filosofico su esistenza e caducità, su illusione e realtà. È proprio grazie a questa genesi così complessa, ai rimandi e alle metafore nascoste, che si percepiscono, non sempre coscientemente, una vertigine e un leggero disagio, il turbamento inquieto tra il sogno e la veglia.

Le illustrazioni di Pacheco sono permeate da un’atmosfera romantica e malinconica solo superficialmente; sopraggiunge presto un mondo sotterraneo in cui scavare, acque nere in cui immergersi non senza paura. I personaggi si allungano, le architetture sono verticali, i colori scelti attentamente per creare un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio.

Gabriel Pacheco
The Little Mermaid, H. C. Andersen, G. Pacheco, Aga World Co. Ltd

Pacheco lavora su principi non sempre immediati per chi è abituato a cercare nell’arte una contemplazione estetica. Nelle sue tavole non c’è ricerca di Bellezza fine a se stessa come compromesso per arrivare al piacere, ma anzi un rifiuto del suo potere:

Sono sempre più convinto che la bellezza respinga ogni cosa. Ho sempre creduto che il godimento della bellezza fosse un atto estremamente squallido.Voglio dire quando una persona si trova di fronte alla bellezza non ha altra possibilità che sentirsi abbandonata, nuda, abbattuta; perché qualsiasi cosa faccia, qualsiasi cosa pensi, sarà sempre insufficiente. È ancora più terribile quando si prova a fare qualcosa di bello, per non parlare poi di quando si vorrebbe fare una bella illustrazione.

(da Intervista a Gabriel Pacheco di Anna Castagnoli)

Lo smarrimento è tangibile, i suoi mondi onirici e lirici sono difficili da percorrere:

Non c’è una sola realtà, ma un infinito che necessita sempre di una storia per farci comprendere, finalmente, che gli oggetti non sono materia, ma istanti del tempo nello spazio, e che le cose, come le parole, oscillano.

Le immagini portano sotto la superficie, dove non c’è una strada illuminata: bisogna fidarsi dell’illustratore e farsi trascinare nelle foreste, tra le architetture gotiche, negli sguardi lontani di quei mondi sommersi.

 

Perché l’inferno è amico delle storie? Illustrazioni e neuroni specchio

Tenebre, terrore, efferatezza, dolore, perversione, disperazione: con pari energia ciò che ci spaventa ci respinge e ci attrae. Dall’alba dei tempi l’uomo ha espresso in tutte le forme artistiche questa ambivalente curiosità nei confronti di ciò che rappresenta il male, evocandolo con la propria arte ed esorcizzandolo con danze, storie del terrore, sculture, cattedrali, dipinti, illustrazioni.

Freud approfondì l’attrazione per il “perturbante” come ciò che, in antitesi alla consolazione e al conforto, genera angoscia e terrore; sin da bambini viaggiamo sul filo della curiosità nello sperimentarci in situazioni così estreme nel gioco e nella narrazione.

“La finzione espressa con qualsiasi mezzo è un’antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana.” Nel saggio L’istinto di Narrare, edito nel 2014 in Italia da Bollati Boringhieri, l’autore Jonathan Gottschall celebra la necessità atavica di narrare e di ascoltare storie.

Nel capitolo del libro “L’inferno è amico delle storie” Gottschall sottolinea come le narrazioni a ricca percentuale di suspense non solo tengano vivo l’interesse, ma ci permettano di sperimentarci in situazioni non convenzionali: “La finzione consente al nostro cervello di fare pratica con le reazioni a quei generi di sfide che sono e sono sempre state le più cruciali per il nostro successo come specie.”

Mentre ascoltiamo o leggiamo una storia, mentre guardiamo un film od osserviamo una serie di illustrazioni, nel nostro cervello avviene una risposta immediata. “La costante attivazione dei nostri neuroni in risposta a stimoli derivanti dal consumo di finzione narrativa rafforza e ridefinisce le vie neurali che consentono una navigazione competente dei problemi dell’esistenza”.

Le illustrazioni di fiabe e albi non sono solo una cornice della parola, ma collaborano alla navigazione: grazie ai segni, alla scelta del colore, prospettive e distribuzione dello spazio, si crea un’interpretazione grafica della storia e una sua lettura autonoma che possono favorire la ricerca di quel “perturbante” che rende avvincente la narrazione e piena l’immedesimazione, e che ci permette di sperimentare, vivendolo empaticamente, il rapporto con la paura, il terrore e il male.

Bettelheim pensava che le illustrazioni non aiutassero le fiabe, ma anzi le ancorassero nel loro compito catartico di esorcizzazione di paure e ansie infantili. Possiamo però considerare che il mondo contemporaneo ha un rapporto diverso con le immagini dato dalla loro preponderanza e dall’importanza che il visivo ha per la costruzione del proprio immaginario.

È per questo che oggi l’albo illustrato è una delle forme più piacevoli e diffuse di letteratura dell’infanzia e la narrazione ha uguale importanza dell’interpretazione artistica e personale dell’illustratore.

 

Bibliografia
Morte malinconica del bambino Ostrica e altre storie, Tim Burton, Einaudi, Torino, 1998
I Piccini di Gashlycrumb, Edward Gorey, Adelphi, Milano 2013
Raffinati enigmi, l’arte di Edward Gorey, K. Wilkin, Logos, Modena 2011
Alice Sottoterra, Stefano Bessoni, Logos, Modena, 2015 (nuova edizione)
Pinocchio, Stefano Bessoni, Logos, Modena 2014
Snowhite, Ana Juan, Logos, Modena, 2011
The Little Mermaid, H. C. Andersen, G. Pacheco, Aga World Co. Ltd, Seoul, 2009
Daydreams, Nicoletta Ceccoli, Logos, Modena, 2011
Sogni di bambine, B. Masini, N. Ceccoli, Rizzoli, Milano, 2012
Cinderella, C. Perrault, C. R. Garcia, Harper Design, 2015
L’istinto di Narrare, Jonathan Gottschall, Bollati Boringhieri, Torino, 2014
Il mondo incantato, Bruno Bettelheim, Feltrinelli, Milano, 1988
Storia della bruttezza, a cura di Umberto Eco, Bompiani, Milano, 2007
Andersen, Gennaio-febbraio 2016, n. 329
Intervista a Gabriel Pacheco, a cura di Anna Castagnoli, apparsa sul blog Le figure dei Libri
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Valeria Bodò è una giocattolibraia. Promuove la letteratura per l'infanzia in gruppi di approfondimento e lettura tra adulti. È un'educatrice naturalista e ha tenuto laboratori per bambini e ragazzi, specializzandosi in un tipo di didattica inclusiva in centri di accoglienza e in carcere. Ha lavorato in una biblioteca accessibile a persone sorde, curando in particolare il reparto ragazzi.