Liste narranti

Quando ero bambina avevo una scatola, che chiamavo la scatola dei tesori, nella quale c’erano gli oggetti che avevo raccolto e che mi piacevano: pupazzetti, bottoni, sassi, adesivi gommosi, nastri… Per me avevano un valore e un significato.

Catalogare l’immaginario per me è raccogliere, apparentemente senza motivo, oggetti vari, che proprio perché raccolti e messi “da parte” assumono significanza. A volte significanza poetica.

Ne è un esempio Il Cosario, il delicato libro di poesie di Alessia Napolitano, illustrato dagli splendidi disegni di Silvia Molinari, edito da Edizioni Corsare. Il Cosario è un piccolo inventario di quegli oggetti intascati dai bambini, raccolti in giro e conservati gelosamente. Piccole cose “senza valore”, che una volta che sono in tasca divengono il “mio tesoro”  e diventano significanti ed evocativi. Evocano estati piene di grilli e pomodori, il nonno che insegna e fa vedere. C’è la terra, c’è la rabbia e il freddo invernale, ci sono le mappe strappate che suggeriscono viaggi. Nelle tasche di un bambino, l’inventario del suo piccolo, grande mondo.

Alessia Napolitano, illustrazioni di Silvia Molinari, Il Cosario, edizioni Corsare, 2016
Alessia Napolitano, illustrazioni di Silvia Molinari, Il Cosario, edizioni Corsare, 2016

Fare una lista di oggetti è un modo per fare ordine.

Un modo per dare un ordine, come in Alfredo quasitutto di Jon & Tucker Nichols edito da Il Castoro: il protagonista inizia a inventariare tutte le sue cose nel tentativo di fare ordine e di ritrovare la sua dentiera. Ne esce fuori un folle catalogo di oggetti di tutti i tipi assemblati secondo il colore o la loro funzione.

La lista e il catalogo, così come il museo immaginario, sono un modo di narrare, di raccontare storie. Una delle liste più “narranti” è l’elenco visivo, ovvero tutti quei quadri o affreschi o stampe che rappresentano battaglie, mercati, piazze con attori e girovaghi, ma anche le Sacre Conversazioni (Madonna e Santi). L’arte italiana ne è piena.

Nel castello Trausnitz di Baviera lungo tutta la Narrentreppe (scala dei matti) Alessandro Scalzi, detto il Paduano, ha dipinto una “rappresentazione di una compagnia all’improvviso italiana”. La commedia all’improvviso italiana, più nota come Commedia dell’Arte, è una forma di teatro sviluppatasi tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento che prevedeva parti fisse e assenza di copione, sostituto da un “canovaccio” che permetteva all’attore di mestiere di andare all’improvvisa.

Gli affreschi del Paduano lungo la Narrentreppe sono una vera e propria narrazione. I personaggi (Zanni, Pantalone, la Cortigiana) escono da porte, si affacciano a finestre. Finestre si aprono su strade e lasciano intravedere muri con cornicioni, in un susseguirsi narrativo che affolla la scala, tanto che Pantalone, a cavallo di un asino, sale la stessa accanto al visitatore.

Che cosa accade nell’illustrazione per ragazzi?  È possibile parlare di elenco visivo?

Mi balza agli occhi Velluto. Storia di un ladro (Topipittori edizioni) per il dispiegarsi davanti agli occhi del lettore di stanze nelle quali si aprono porte che danno in altre stanze, nelle quali si aggirano gli abitanti della casa.

Ci sono specchi nei quali si riflettono scale e camere.

La casa è piena di oggetti e di quadri tanto da sembrare un museo. Strumenti musicali, sculture moderne e non, oggetti lasciati lì quasi per caso.

Già con le sole immagini Velluto racconta. Non solo uno, ma più racconti, perché ogni quadro è una narrazione, ogni oggetto, ogni piccolo particolare diventa comunicativo. Quando si passa alla lettura del testo l’idea di lista narrante si esalta. Velluto si aggira con passo silenzioso e felpato raccontandoci la casa e i suoi abitanti, attraverso gli odori che hanno, che hanno avuto, che si portano dietro, il profumo delle loro letture serali e persino gli odori dei loro sogni:

Distinguo il salmastro di mare: viene da Pierre, ci scommetto, che a occhi chiusi rievoca il racconto ascoltato durante la cena. Ecco l’odore strinato della polvere da sparo, al primo deflagrare dei cannoni: il pirata Tremain ha già dato l’ordine di attaccare il galeone spagnolo. I suoi uomini agitano sciabole e spingarde, urlando d’entusiasmo e di paura…

L’odore ferroso del sangue che sento più intenso a ogni esplosione, in realtà, è quello delle ginocchia di Pierre: se le sbuccia spesso. Emile è ancora piccolo, e i suoi sono sogni semplici. In questo momento, è circondato da un forte profumo di fragole.

La lista dei profumi e degli odori apre le porte a infinite storie.

Forse è questa la magia della lista, il suo fascino. La lista è una narrazione. Sarà una deformazione professionale ma per me la lista è un modo di raccontare. Da anni la mia professione è raccontare storie, in genere ai bambini e ai ragazzi. Ecco, io trovo che il fascino della lista sia proprio quel suo potere evocativo e narrante. La lista è un modo di narrare perché si porta dietro odori, ricordi, voci. Diventa comicità quando nella lista delle cose che la mamma ha in borsa c’è un calzino (che già di suo, fa ridere…) oppure una forchetta, perché “è fuori posto”. Ovviamente molto sta nella voce, nello sguardo e nelle pause di chi narra.

Riguardo a questo vorrei citare due ricordi che ho nel cuore. Il primo, più recente, è Vittorio Gassman che legge gli ingredienti dei frollini nello spettacolo televisivo Tunnel, nel quale il grande Mattatore declama, prendendo in giro se stesso come amava fare, gli ingredienti dei biscotti come se fossero versi di un poema.

L’altro è uno degli esempi più alti di sguardo che narra e di lista narrante del teatro italiano: Gastone di Ettore Petrolini.

In questo pezzo di repertorio l’attore romano descrive Gastone, il protagonista dell’omonima commedia teatrale, rappresentata per la prima volta nel 1924. La commedia è una satira amara della società dello spettacolo e dei personaggi meschini e gretti che ne fanno parte. Gastone è il rappresentante di questo mondo, istrionico, attore di varietà di infima categoria, dalla parlantina sciolta, squattrinato e dai modi esageratamente teatrali.

Attraverso una lista incalzante di aggettivi, Petrolini descrive Gastone, ma sono gli occhi e la voce che ci raccontano il personaggio, il suo essere vacuo e superficiale; la voce fa quasi da controcanto, come a prenderlo in giro. Tutto il pensiero di Petrolini su quel mondo sta il quel suo “ridere, ridere, ridere…” che poi è una lista di tre parole che sono una.

La lista, sia quella del “tutto è qui” sia quella “dell’eccetera”, a cui fa riferimento Umberto Eco in Vertigine della lista (Bompiani), apre gli sconfinati mondi della narrazione.

Che cosa narrano le liste nei libri per ragazzi?

Cosa ci racconta l’elenco dei cibi che si fanno servire il Gatto e la Volpe in Le Avventure di Pinocchio? Ci racconta la fame, ma anche la scaltrezza dei due furbacchioni. Ci racconta che Pinocchio aveva altro per la testa infatti “chiese un spicchio di noce e un cantuccio di pane e lasciò nel piatto ogni cosa”. Certo mi si potrà obiettare che questo trapela anche grazie alle parole che l’autore usa per accompagnare la lista e non solo dalla lista in quanto tale, quel suo mettere l’aggettivo “leggerissimo” accanto a “contorno di pollastre ingrassate e galletti di primo canto” ne denota l’ironico significato.

Il potere della lista per me è proprio questo. È il contesto straniante che la rende significante. Il significato della lista è il contesto nella quale è inserita. Una lista di cibi può essere gioiosa se è un banchetto, oppure parlare di fame se è la lista di ciò che vorrebbe mangiare Zanni nella arcinota scena La fame dello Zanni in Mistero buffo di Dario Fo:

Anche la lista della spesa può assumere significati assolutamente diversi. Penso ad una famosissima scena del film Miseria e Nobiltà (1954, regia di Mario Mattoli) quella in cui Pasquale (interpretato da Enzo Turco) vorrebbe impegnare il cappotto per comprare da mangiare e quindi incarica Felice Sciosciammocca (Totò) di andare dal “pizzicagnolo” e gli fa una lista di cosa prendere. Il significato della lista sta nella controscena di Totò, nel suo guardare dubbioso il misero cappotto, nel soppesarlo, sbirciare tra le pieghe. Il cappotto non lo vediamo perché è piegato, ma ci immaginiamo un povero pastrano ormai consumato e la lista della spesa di Pasquale risulta assolutamente esagerata.

Una lista è sempre un racconto perché descrive, narra, e ci dice molto di chi l’ha scritta e di cosa vuole dirci.

Una lista di nomi può raccontarci un’infanzia e un Paese, come la lista dei compagni di classe di Enrico, il protagonista di Cuore di De Amicis, che ci racconta l’Italia dell’epoca, fatta di povertà, diseguaglianze sociali, ragazzini vestiti con abiti fuori misura e malati di malnutrizione.

Il ragazzo che mandò il francobollo al calabrese è quello che mi piace più di tutti, si chiama Garrone, è il più grande della classe ha quasi quattordici anni, la testa grossa, le spalle larghe; è buono, si vede quando sorride; ma pare che pensi sempre, come un uomo. Ora ne conosco già molti dei miei compagni. Un altro mi piace pure, che ha nome Coretti, e porta una maglia color cioccolata e un berretto di pelo di gatto: sempre allegro, figliuolo d’un rivenditore di legna, che è stato soldato nella guerra del ‘66, nel quadrato del principe Umberto, e dicono che ha tre medaglie. C’è il piccolo Nelli, un povero gobbino, gracile e col viso smunto. C’è uno molto ben vestito, che si leva sempre i peluzzi dai panni, e si chiama Votini. Nel banco davanti al mio c’è un ragazzo che chiamano il muratorino, perché suo padre è muratore; una faccia tonda come una mela con un naso a pallottola: egli ha un’abilità particolare, sa fare il muso di lepre, e tutti gli fanno fare il muso di lepre, e ridono; porta un piccolo cappello a cencio che tiene appallottolato in tasca come un fazzoletto. Accanto al muratorino c’è Garoffi, un coso lungo e magro col naso a becco di civetta e gli occhi molto piccoli, che traffica sempre con pennini, immagini e scatole di fiammiferi, e si scrive la lezione sulle unghie, per leggerla di nascosto. C’è poi un signorino, Carlo Nobis, che sembra molto superbo, ed è in mezzo a due ragazzi che mi son simpatici: il figliuolo d’un fabbro ferraio, insaccato in una giacchetta che gli arriva al ginocchio, pallido che par malato e ha sempre l’aria spaventata e non ride mai; e uno coi capelli rossi, che ha un braccio morto, e lo porta appeso al collo: suo padre è andato in America e sua madre va attorno a vendere erbaggi. È anche un tipo curioso il mio vicino di sinistra, – Stardi, – piccolo e tozzo, senza collo, un grugnone che non parla con nessuno, e pare che capisca poco, ma sta attento al maestro senza batter palpebra, con la fronte corrugata e coi denti stretti: e se lo interrogano quando il maestro parla, la prima e la seconda volta non risponde, la terza volta tira un calcio. E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra Sezione. Ci sono anche due fratelli, vestiti eguali, che si somigliano a pennello, e portano tutti e due un cappello alla calabrese, con una penna di fagiano. Ma il più bello di tutti, quello che ha più ingegno, che sarà il primo di sicuro anche quest’anno, è Derossi; e il maestro, che l’ha già capito lo interroga sempre. Io però voglio bene a Precossi, il figliuolo del fabbro ferraio, quello della giacchetta lunga, che pare un malatino; dicono che suo padre lo batte; è molto timido, e ogni volta che interroga o tocca qualcuno dice: – Scusami, – e guarda con gli occhi buoni e tristi. Ma Garrone è il più grande e il più buono.

C’è una lista che mi sta nel cuore da sempre, per il suo potere evocativo. In Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare Sepùlveda così descrive il bazar di Harry:

… a prima vista poteva sembrare un disordinato negozietto di oggetti strani, un museo di bizzarrie, un deposito di macchine inservibili, la biblioteca più caotica del mondo, o il laboratorio di qualche dotto inventore di aggeggi impossibili da definire […]. Il posto si chiamava il bazar di Harry […]. Nelle tre case collegate attraverso corridoi e scale strette, c’erano quasi un milione di oggetti, tra i quali possiamo ricordare:

7200 cappelli con tesa flessibile per non essere portati via dal vento;

160 ruote del timone di barche col mal di mare a forza di girare intorno al mondo;

245 fanali di imbarcazioni che avevano sfidato le più fitte nebbie;

12 telegrafi di macchina sbattuti da iracondi capitani;

256 bussole che non avevano mai perso il nord;

6 elefanti di legno a grandezza naturale;

2 giraffe imbalsamate nell’atto di contemplare la savana;

1 orso polare imbalsamato nel cui ventre giaceva la mano destra, anche essa imbalsamata, di un esploratore norvegese;

700 ventilatori che con le loro pale ricordavano le fresche brezze dei tramonti tropicali;

1200 amache di iuta che garantivano i sogni migliori;

1300 marionette di Sumatra che avevano interpretato solo storie d’amore;

123 proiettori per diapositive che mostravano paesaggi nei quali si poteva essere sempre felici;

54.000 romanzi in quarantasette lingue;

2 riproduzioni della torre Eiffel, una costruita con mezzo milione di spilli da sarto e l’altra con trecentomila stuzzicadenti;

3 cannoni di navi corsare inglesi;

17 ancore trovate nei fondali del mare del Nord;

2000 quadri di tramonti;

17 macchine da scrivere appartenute a scrittori famosi;

128 mutande lunghe di flanella per uomini di oltre due metri d’altezza;

7 frac per nani;

500 pipe in schiuma di mare;

1 astrolabio ostinatamente fisso sulla posizione della Croce del Sud;

7 buccine giganti dalle quali provenivano echi lontani di mitici naufragi;

12 chilometri di seta rossa;

2 boccaporti di sottomarini;

e molte altre cose che sarebbe troppo lungo elencare.

Una sorta di wunderkammer su più piani collegata da scale e corridoi.

L’incredibile lista degli oggetti del bazar di Harry potrebbe sembrare una lista il cui unico obbiettivo è quello di enumerare gli oggetti presenti, in realtà è forse una delle liste più narranti della letteratura per ragazzi. Evoca odori salmastri, calore tropicale, caccie, amori avventurosi e romantici, musiche esotiche e storie di viaggi. A ben guardare c’è molto della produzione letteraria del Sepùlveda romanziere in questa “semplice” lista.

Altra lista narrante, pur nella sua brevità è la lista delle povere cose che Tom rimedia con il furbo giochetto di far dipingere la palizzata ai suoi compagni in Le avventure di Tom Sawyer. Eccola:

Tom aveva in tasca:

dodici biglie

un pezzo di armonica ancora sonabile

un pezzo di vetro di una bottiglia blu (da guardarci il mondo attraverso)

un rocchetto

una chiave che non apriva nulla

un frammento di gesso

il tappo di vetro di una caraffa

un soldatino di stagno

una coppia di girini

sei petardi

un gattino di ceramica cieco da un occhio

una maniglia di ottone

un collare per cane – senza il cane

il manico di un coltello

quattro pezzi di buccia d’arancia e

il vecchio telaio sconquassato di una finestra.

Il piccolo tesoro di Tom ci racconta di cianfrusaglie trovate in terra e conservate come reliquie, ci racconta di giochi e sfide, di un’infanzia povera passata a giocare in strada con poche cose, per cui un pezzo d’armonica, purché suonabile, è un tesoro che vale molto ed è oggetto di scambio.

Leggendo la lista io sento l’odore della terra, di sudore bambino e di ginocchia sbucciate, ma forse è solo nella mia fantasia.

C’è un’altra lista che bussa impertinente alla mia fantasia, anzi sono due. La prima è alla fine del primo capitolo di Pippi Calzelunghe:

Qui c’era un solo mobile: un enorme comò con un’infinità di cassettini. Pippi li aprì e mostrò a Tommy e Annika tutti i tesori che vi aveva riposto: straordinarie uova d’uccello, strane conchiglie e meravigliose pietre, graziose scatoline, specchi d’argento, collane di perle e tante altre cose che Pippi e il suo papà avevano comperato durante i loro viaggi intorno al mondo. Pippi offrì a ognuno dei suoi compagni di gioco un regalino per ricordo: a Tommy un pugnale col manico di madreperla scintillante e ad Annika una scatolina col coperchio formato da conchiglie rosa. Nella scatola c’era un anello con una pietra verde.

Astrid Lindgren, Pippi Calzelunghe, illustrazioni di Ingrid Vang Nyman, prima edizione Rabén & Sjögren, 1945
Astrid Lindgren, Pippi Calzelunghe, illustrazioni di Ingrid Vang Nyman, prima edizione Rabén & Sjögren, 1945

 

È una lista che sa di viaggi esotici e paesi lontani quali Annika e Tom non hanno mai né visto né immaginato.

L’altra si trova sempre in Pippi Calzelunghe ed è una lista sui generis, ma molto affascinante. All’inizio del secondo capitolo Pippi coinvolge i suoi nuovi amici in una sorta di gioco che lei chiama, con quella serietà che è propria dei bambini quando giocano, la “mia professione”.

Pippi è una cerca-cose, ovvero “qualcuno che si preoccupa di cercare le cose… Il mondo è pieno zeppo di cose, e ci vuole pure qualcuno che dia da fare per sapere che razza di cose siano”!

Nella breve lista di Pippi pepite d’oro, topi morti e piccole viti sembrano stare sullo stesso piano, ma la piccola figlia di “un re di una tribù di negri” sa bene che “è meglio trovare una pepita d’oro che una piccola vite”. La lista delle cose che Pippi, Annika e Tom troveranno rasenta il surreale dato che annovera anche “un vecchio signore disteso su un prato” (la consegna è di prendere tutto ciò che si trova per terra!) e “una vecchia latta arrugginita” che può diventare “una Scatola- da – Biscotti se ci metti i biscotti, oppure puoi non riempirla e allora diventa una Scatola –senza – Biscotti”.

La piccola lista da cerca-cose di Pippi ci racconta il pensiero bambino, dove tutto è meraviglia, stupore e scoperta e logica, una logica stringente che ha parametri tutti suoi.

Mi viene in mente un’altra lista… e mentre la ricordo mi viene da ridere e ciò che mi risulta comico non è la lista in sé, ma il linguaggio usato dall’autore:

Ecco fatto. Ho voluto ricopiare qui in questo mio giornalino il foglietto del calendario d’oggi, che segna l’entrata delle truppe italiane in Roma e che è anche il giorno che son nato io, come ci ho scritto sotto, perché gli amici che vengono in casa si ricordino di farmi il regalo. Ecco intanto la nota dei regali avuti finora:

 l.° Una bella pistola da tirare al bersaglio che mi ha dato il babbo;

2.° Un vestito a quadrettini che mi ha dato mia sorella Ada, ma di questo non me ne importa nulla, perché non è un balocco;

3.° Una stupenda canna da pescare con la lenza e tutto l’occorrente e che si smonta e diventa un bastone che mi ha dato mia sorella Virginia, e questo è il regalo che mi ci voleva, perché io vado matto per la pesca;

 4.° Un astuccio con tutto l’occorrente per scrivere, e con un magnifico lapis rosso e blu, regalatomi da mia sorella Luisa;

5.° Questo giornalino che mi ha regalato la mamma e che è il migliore di tutti.

L’avete riconosciuta? Ovviamente sì! È l’inizio di Il giornalino di Gian Burrasca (Vamba, 1912). Anche qui la lista narra. Capiamo che la voce narrante è un bambino, che ha tre sorelle più grandi, che ama la pesca e che ha ricevuto in regalo l’oggetto su cui scrive. Capiamo dal modo di raccontare che Giannino è un ragazzino con la parlantina sciolta e curioso. Dal tenore dei regali capiamo anche che appartiene alla buona borghesia dell’epoca. In realtà tutto Il giornalino di Vamba è una lista di avvenimenti, ricordi e fatti raccontati, nella finzione letteraria, da Giannino Stoppani. Ma forse questo è tipico dei diari, veri o “falsi” che siano. Qui però mi fermo perché su i diari ci sarebbe da fare un discorso a parte!

 

Bibliografia
Umberto Eco, Vertigine della Lista, Bompiani, 2009
Alessia Napolitano, illustrazioni di Silvia Molinari, Il Cosario, edizioni Corsare, 2016
Jon & Tucker Nichols, Alfred quasitutto, Il Castoro, 2015
Silvana D’Angelo e Vittorio Marinoni, Velluto. Storia di un ladro, Topipittori, 2007
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, prima edizione Libreria Editrice Felice Paggi, 1883
Luis Sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, prima edizione italiana Salani, 1996
Astrid Lindgren, Pippi Calzelunghe, prima edizione Rabén & Sjögren, 1945
Mark Twain, Le avventure di Tom Sawyer, prima edizione The American Publishing Company, 1876
Edmond De Amicis, Cuore, prima edizione Treves, 1886
Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca, prima edizione Bemporad, 1912