Una natura tanto contraffatta da non riconoscersi. La metamorfosi nella narrazione fiabesca.

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È questione di fisica. In questo nostro mondo “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” (Lavoisier).
È questione di chimica. In questo nostro mondo “gli elementi non si creano e non si distruggono, ma soltanto si trasformano” (Empedocle ca. 490-430 a.C.).
È questione di creazione fantastica. In questo nostro mondo ci si raccontano storie, miti, in cui tutto è in trasformazione.
È questione di magia. In questo nostro mondo di elaborazione creativa la magia tutto tocca, tutto modifica, tutto trasforma, specie nel suo esatto contrario. È il gioco degli opposti: da essere in movimento a essere fermo, immobile; da essere mortale a essere immortale; da essere di carne ad essere di pietra; da essere bello ad essere brutto; da essere vecchio ad essere giovane e così via. E viceversa.

Le metamorfosi sono un cambiamento di stato, una evoluzione, un ritorno alle origini, una via di fuga, una salvezza, una punizione, un monito. La fiaba ne è pervasa. 

Le metamorfosi sono un cambiamento di stato, una evoluzione, un ritorno alle origini, una via di fuga, una salvezza, una punizione, un monito. La fiaba ne è pervasa. Si nutre, la narrazione, di piccole e grandi metamorfosi. Nel racconto fiabesco madri che non possono avere figli adottano serpenti, insetti, noci e baccelli; capre e caproni suonano lo zufolo, rane parlano dal loro rifugio sotto le foglie con voce umana, sembrano umane fino a quando non le si scorgono e umane lo sono, perlomeno lo sono state; usignoli guidano lungo strade intricate come se le avessero essi stessi percorsi su due gambe o a cavallo; la schiuma del mare riluce di un brillio che sembra uno sguardo e infatti, lo è.

Le statue dei dioscuri Castore e Polluce, provenienti da un tempio dei Dioscuri nel Circo Flaminio
Le statue dei dioscuri Castore e Polluce, provenienti da un tempio dei Dioscuri nel Circo Flaminio

Un tempo molto lontano Giove, quando ancora era il più potente e indiscusso tra gli dèi, si innamorò di una giovane donna, Leda. Splendida, affascinante ma indifferente alle sue lusinghe. Giove comprese che se avesse voluto conquistarla avrebbe dovuto cambiare sembianze, mutare forma, e si trasformò in cigno. Si fece vicino a Leda che (!) ne rimase affascinata. Dalla loro unione nacquero due uova che dopo poco si schiusero, dando alla luce due gemelli, per il loro essere figlio di un dio, i Diòscuri. Furono chiamati Càstore e Pollùce, l’uno eccellente domatore di cavalli, l’altro imbattibile pugile. La loro fu un’esistenza eroica a metà strada tra il terreno e il divino, esattamente come le loro origini. Quando Càstore fu ferito a morte, Pollùce intercedette presso il padre che gli concesse di cedere al fratello parte della sua immortalità. Da quel momento i due fratelli si trasformarono in costellazione, quella dei Gemelli, appunto.

Nel mito di Leda e il Cigno, tre sono le metamorfosi che regolano l’andamento della narrazione: la prima a doppia valenza, a carattere temporaneo, è quella di Giove che da essere divino si tramuta in essere terreno, da essere divino dalle sembianze umane a essere animato dalle sembianze animali; la seconda, a carattere definitivo, da uovo a neonato (quello dell’uovo è il percorso evolutivo naturale di più affascinante retaggio); la terza, infine, da essere animato a inanimato, da persona a cosa, da uomo a elemento del paesaggio. Da gemelli a costellazioni, a carattere definitivo.

1. Leda e il cigno, Francesco Melzi Uffizi (1508 – 1515) 2. Gemelli, Johannes Hevelius, Uranographia, 1690
1. Leda e il cigno, Francesco Melzi Uffizi (1508 – 1515) 2. Gemelli, Johannes Hevelius, Uranographia, 1690

La metamorfosi a carattere definitivo è molto tipica nei miti. Essa era il risultato di un atto eroico, una ricompensa quindi, o di un atto vile, una punizione, o una ripicca frutto della gelosia divina (Giunone impose la sua brutalità su molte fanciulle, gelosa di Giove). Da uomo in albero, da donna in fiume, da uomo in roccia, da donna ad animale.

Faccio mio e interpreto un pensiero di Lévi-Strauss che considera la fiaba il luogo narrativo in cui i significati religiosi del mito si liberano, perché è il ponte che mi occorre e che scelgo di percorrere tra tutte le strade per arrivare dal mito alla fiaba, appunto. Dal monito alla magia per una via irta di pericoli ai quali è necessario sfuggire mutando di personalità, di forma, di rango. Crescendo.

“Tutte le malazioni che vengono commesse hanno qualche colore: o dello sdegno che provoca o della necessità che attutisce o dell’amore che acceca o dell’ira che precipita.” E hanno qualche conseguenza, a volte temporanea, a volte definitiva.

La peggiore è l’ingratitudine, almeno così sostiene Paola nell’ottavo passatempo della Prima giornata de Lo cunto de li cunti. Infatti un giorno stava Masaniello a zappare la terra quando una fata gli si fece d’appresso, sotto forma di una lucertolona, e gli chiese l’ultima delle sue figlie, per poterla crescere. Masaniello le diede Renzolla, ed ella la condusse con sé nel suo palazzo dove la fanciulla crebbe nella ricchezza e nella cura più assoluta. Si legge tra le righe di come la fata, capace di mutare forma, abbia ripreso la sua forma umana, abbandonando quella di lucertola, anche soltanto per poter dare a Renzolla quei quattro pizzichi che la fecero crescere forte come una quercia, ma la metamorfosi si dichiara quando il servo di un re bussa alla porta del castello.

sono metamorfosi da stregoneria, strumento temporaneo atto a incutere timore o a trarre in inganno per ottenere il proprio scopo

A quel punto la fata assume le sembianze di una giovane serva e recita una parte. Le sue sono metamorfosi da stregoneria, strumento temporaneo atto a incutere timore o a trarre in inganno per ottenere il proprio scopo, prima crescere la fanciulla e poi il darla in moglie al re. Riesce in entrambe le cose ma la fanciulla, ingrata, neanche la ringrazia. Ecco che la fata applica per punizione la propria arte magica e infligge a Renzolla un incantesimo di metamorfosi.

[…] le lanciò una maledizione, che la sua faccia si trasformasse in quella di una capra e, appena dette queste parole, le si allungò il muso con un palmo di barba, le si strinsero le mascelle, le si indurì la pelle, la faccia le si coprì di peli e le treccie a canestrino diventarono corna puntute (Faccia di capra, Basile, Lo cunto de li cunti, Garzanti 1999, pag. 176)

Renzolla è metà donna e metà capra e rimane in questa condizione mutata per un bel pezzo, lo rimarrebbe per sempre se non fosse che a un certo punto non si trovi a ragionare sull’utilità dell’essere cortese…

Una metamorfosi atta a educare alla gratitudine e quindi della durata giusta a perseguire questo scopo; una metamorfosi la cui durata dipende dalla volontà della strega che l’ha applicata ma sulla quale agisce anche la volontà di chi la subisce. La ragazza ritorna al suo stato naturale originario nel momento in cui si pente della propria ingratitudine.

Diverso il caso delle metamorfosi inflitte con una postilla, che dipende dall’andamento assolutamente casuale degli eventi. È il caso del Principe ranocchio, antica fiaba di matrice tedesca rinarrata dai fratelli Grimm. Il principe è già un ranocchio nel momento in cui entra nelle pieghe della fiaba, la maledizione che l’ha colpito è occulta, ma lui sa di avere una possibilità per riconquistare le sue sembianze naturali: che una ragazza lo ami. L’evolversi della fiaba è differente di bocca in bocca, ma molto abusata e comune è l’immagine della principessa che baciando il principe gli restituisce forma umana. Intercorre un patto tra il ranocchio e la ragazza, sempre connesso alla gratitudine. In realtà, è proprio il rigetto più assoluto che scioglie brutalmente l’incantesimo: la ragazza scaglia il ranocchio contro la parete per opporsi al volere paterno che gli imponeva di tener fede al patto concluso con la ributtante bestiola.

Crane, Walter. The Frog Prince. London: George Routledge and Sons, 1874
Crane, Walter. The Frog Prince. London: George Routledge and Sons, 1874

Nell’illustrazione di Walter Crane la metamorfosi è ben resa nel frantumarsi del ranocchio, condizione necessaria al ricomporsi in sembianze umane, com’era in origine la natura del principe.

Duplice, invece, la metamorfosi del Leone e la raganella, spesso trascurata fiaba dei fratelli Grimm, nella quale la metamorfosi di origine magica investe sia il principe che la principessa del lieto fine. Lo strumento che permette la dissoluzione dell’incantesimo è la sorella amorevole del principe, la quale possiede a sua volta gli strumenti per riconoscere nel leone, nel quale è stato trasmutato il fratello, tutti gli elementi che ne caratterizzavano la natura originaria. Non più gambe ma zampe, non più capelli ma criniera. La natura da principesca si è fatta (meglio, è stata fatta) ferina, ma esso la guarda con dolcezza (era così gentile), alla maniera umana… Inconsapevolmente, per istinto, la fanciulla si fida di questa imponente bestia e si fida alla stessa maniera istintuale di una confidente raganella, alla quale non esita a dare ascolto, mettendo in atto un’azione piuttosto violenta grazie alla quale l’incantesimo si scioglie e il leone può riconquistare le sembianze del principe. Sempre con all’origine l’atto della fanciulla, per la consequenzialità naturale e surreale delle fiabe, la raganella avrà l’opportunità di recuperare la sua forma naturale, per concludere, infine, la propria storia alla maniera lieta cui accennavo poco sopra.

Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Il leone e la raganella) – 2014, Donzelli
Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Il leone e la raganella) – 2014, Donzelli

La metamorfosi è qui ritorno al proprio rango, riconquista oltre che della propria forma anche del proprio, legittimo, status. L’incantesimo di metamorfosi, applicato spesso senza una particolare ragione, risulta essere un processo necessario a porre una “spiegazione” magica a una ragione irreale (quale sia il riscontro delle streghe che lo praticano è piuttosto ambiguo, molto più chiari gli intenti della strega di Biancaneve nel suo opportunistico trasmutarsi). Laddove la natura impone il proprio corso, che può essere la morte, la malattia escludente dalla socialità, la lontananza del viaggio, interviene la magia metamorfizzante a incasellarla in un contesto ambiguo e magico in cui tutto può tornare all’ordine naturale, o all’ordine percepito come tale.

Persino quando dalla forma umana dolorosamente conquistata (in una metamorfosi lacerante e magica da sirena a fanciulla) ci si condanna a una delle consistenze più semplici e soggette ai cicli della natura, quale è la schiuma del mare, c’è sempre un’altra magia in cui sperare. Un miracolo, che può intervenire a rimettere sui binari del concepibile e del rassicurante un’esistenza che appare stanca del turbinio magico e innaturale che l’arte più capace di metamorfosi, la narrazione, le ha riservato.

Anderson, Anne. The Anne Anderson Fairy Tale Book. London: T. Nelson & Sons, 1923
Anderson, Anne. The Anne Anderson Fairy Tale Book. London: T. Nelson & Sons, 1923
BIBLIOGRAFIA
Lo cunto de li cunti, Basile, Garzanti 1999
Il principe cigno e altre undici fiabe segrete dei fratelli Grimm, illustrazioni di Fabian Negrin, Donzelli 2014
Fiabe e storie, Hans Christian Andersen, illustrazioni d Fabian Negrin, Donzelli 2014
Dizionario di mitologia e dell’antichità classica, Gislon, Palazzi, Zanichelli 2008
FIABE CITATE/FONTI
Faccia di capra, Basile, Il Pentamerone
Il leone e la raganella,  fratelli Grimm
Il Principe ranocchio, fratelli Grimm
La Sirenetta, Hans Christian Andersen
Biancaneve, fratelli Grimm
Mignolina, Hans Christian Andersen
Issun Boshi, fiaba tradizionale giapponese
Il principe serpente, antica fiaba persiana
Il re serpente (ne esistono numerose varianti, una delle più belle è nella raccolta di Fiabe italiane di Italo Calvino)
Infine il motivo della donna senza figli che adotta un serpente (che poi prende forma umana) è presente anche nel Pentamerone di Basile.
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Scrittrice e filologa, freelance copywriter, libraia, ha fondato e cura AtlantideKids, blog dedicato alla letteratura per l'infanzia. Caporedattrice della linea Dana di RW edizioni. Ha pubblicato con Bacchilega Junior "Blu di Barba".