Oggi, mai più, per sempre. Il tempo della vita nell’albo illustrato

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Che dici? Se ti abbraccio forte
forte, ho qualche chance in più
di scampare dalla morte?

(Franco Marcoaldi, Il tempo ormai breve, Einaudi)

Il tempo della nostra vita è una clessidra di cui ignoriamo il contenuto.
Già nel mito, nella filosofia antica, nel racconto orale e nelle arti primitive si trovano tracce delle riflessioni sull’inizio e la fine della propria esistenza e sul senso di essa, fino al cullare l’illusione di prevedere il suo percorso con arti magiche e divinatorie.

Il tempo che scorre è un argomento di conversazione scomodo, anche quando si evocano momenti felici del proprio passato: con una punta di malinconia si finisce per valutare che è trascorso troppo in fretta, che i bambini sono cresciuti e noi siamo invecchiati.
Da adulti nasce in noi la consapevolezza che il tempo che viviamo sia fugace e impossibile da prevedere. Sappiamo che ogni istante ha un peso differente e relativo alla nostra percezione: ricorderemo alcuni momenti per sempre e il loro spazio si dilaterà nei nostri ricordi, andando a occupare un volume più denso degli altri.

Eppure quando siamo piccoli il tempo ha un movimento diverso, indefinito e misterioso. “Quando arriviamo?” chiede il bambino durante un viaggio lungo e ogni risposta risulta alle sue orecchie vuota o poco comprensibile:

venti minuti o cinque ore sono un tempo indefinito, un concetto impalpabile.

Diversi psicologi hanno studiato a lungo la percezione del tempo durante l’infanzia e ho letto con interesse le teorie più famose e accreditate, ma le informazioni più utili a mio avviso mi sono arrivate da alcuni amici genitori e dalle loro esperienze personali.

“Alle cinque si fa merenda”, “La sera è il momento della nanna”: il tempo percepito dai bambini è quello vicino alle loro necessità, anche se non sempre compreso fino in fondo. Uno dei figli degli “intervistati”, fino ai suoi cinque anni ha creduto che la parola “domani” rappresentasse tutto ciò che non era “ora”, anche se si parlava di fatti avvenuti il giorno prima, a dimostrazione del fatto che ci si confonde sui termini o forse si attribuisce una propria interpretazione per rendere accessibile un concetto astratto molto ostico.
Guardare le foto dei nonni quando erano piccoli per alcuni bambini può essere destabilizzante e incomprensibile; può rimanere un mistero che la propria mamma sia stata bambina e abbia avuto a sua volta dei genitori.

Ma anche io diventerò grande? E quando? Domani?

Nella fiaba della tradizione francese Le fil magique, conosciuta in Italia come Il filo magico, il giovane Pietro, seppur abbastanza grande per aver imparato a comprendere il tempo che passa, vive le proprie giornate con insofferenza. Tutto scorre a ritmi lenti, il suo desiderio più grande è che alcuni momenti passino in un baleno. C’è poi Maria, figlia di un vicino, così bella e sorridente.

Quando sarò grande la voglio sposare… perché non sono già grande?

Mentre si culla in questi pensieri durante una passeggiata nel bosco, viene avvicinato da una donna che gli regala una scatolina d’argento da cui esce un filo d’oro.

 

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Il filo magico, tradotta e adattata da Rossana Guarnieri, da Le Grandi Fiabe d’Europa, AMZ editrice

 

“Guarda Pietro, vedi questo filo sottile? È il filo della tua vita. Se proprio desideri che il tempo per te trascorra velocemente, non devi far altro che tirare un po’ il filo; altrimenti, se sei contento così, non devi toccarlo. Ricordati però una cosa molto importante: cerca di non tirarlo troppo spesso, altrimenti la vecchiaia arriverebbe troppo presto e ti accorgeresti di non aver goduto abbastanza la vita”.

(da Il filo magico, tradotta e adattata da Rossana Guarnieri, da Le Grandi Fiabe d’Europa, AMZ editrice).

 

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Il filo magico, tradotta e adattata da Rossana Guarnieri, da Le Grandi Fiabe d’Europa, AMZ editrice

 

Pietro all’inizio prova a conservare il filo, a tirarne solo un pezzettino per non dover seguire una lezione noiosa, ma la tentazione di sbarazzarsi della scuola è talmente alta che con uno strattone diventa grande e va a lavorare. Ma la vita in questo modo dura un soffio: ad ogni momento di noia o difficoltà, basta un attimo e il tempo fa un balzo. Pietro diventa un anziano al volgere della vita, pentito di tutto il tempo non vissuto.
Molto più complesso e articolato rispetto al “c’era una volta” è il concetto del “mai più”, che rimanda la spiegazione di un tempo che non ci sarà, un giorno che non tornerà, un caro defunto che non rivedremo.

 

Il desiderio che il tempo scorra velocemente è inversamente proporzionale all’età


Film come Big, con Tom Hanks, ci ricordano quanto da piccoli avremmo voluto avere anche noi il filo magico di Pietro. Nella pellicola Josh, il bambino protagonista, vuole essere indipendente e crescere in fretta. Il suo desiderio, espresso davanti un moderno oracolo dei desideri di un luna park viene realizzato e Josh si ritroverà adulto a dovere affrontare una nuova vita di libertà ma anche di responsabilità.

Eppure uno dei sogni ricorrenti dell’uomo è quello di recuperare il tempo, costruire una macchina che ci porti indietro e ci permetta di rivivere gli istanti passati o una nuova giovinezza.

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Scena dal film Cocoon – L’energia dell’universo, Ron Howard, 1985, USA, 117

 

In Cocoon, film premio Oscar del 1985, un gruppo di anziani scopre, nelle vicinanze della loro casa di riposo, una piscina che ha dei poteri miracolosi: il bagno nella sua acqua, a causa di una presenza extraterrestre, li fa ringiovanire e riacquistare forza e vigore. L’ebbrezza di poter srotolare il tempo per recuperare il vigore e la giovinezza è così forte che i protagonisti decidono di partire per il pianeta alieno che garantirà loro l’eterna giovinezza, anche se questo vorrà dire lasciare gli affetti più cari sulla Terra.

Due sguardi diversi

Ci sono due albi che raccontano lo scorrere della vita di un uomo e che esprimono perfettamente la differenza di percezione che si può avere del tempo che passa nella propria esistenza: quella “bambina”, più ansiosa e attiva, legata alla vertigine dell’aspettativa verso ciò che accadrà e quella matura, più chiusa, volta al passato e conscia che il tempo non tornerà.

In Io aspetto di Davide Calì e Serge Bloch (Kite Edizioni, 2015) , a ogni illustrazione corrisponde una fotografia della vita di un bambino che si fa uomo, un fermo immagine che lo ritrae nei suoi momenti più importanti.

 

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Io aspetto, Davide Calì, S. Bloch, Kite edizioni, 2015

 

Il protagonista dell’albo vive il tempo della propria vita in un’attesa misteriosa, una modalità di percezione molto simile a quella che vivono i bambini. Non potendo definire il mistero del proprio destino, il protagonista accetta di vivere nell’incanto e nella vertigine dell’attesa, silenziosa e fiduciosa, proprio come un fanciullo che aspetta che arrivi la sera senza conoscere il vero senso delle ore.

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Io aspetto, Davide Calì, S. Bloch, Kite edizioni, 2015

 

ll filo della vita accompagna l’esistenza dell’uomo e viene reciso alla sua morte, una simbologia ben radicata nella nostra cultura occidentale già nel mito greco delle Moire greche, delle Parche romane e delle Norne norrene, che raffiguravano l’esistenza di ogni umano legata indissolubilmente a un filo del suo destino, lungo quanto la durata della sua vita, proprio come nella fiaba francese.

Il filo però non è solo quello tessuto e poi reciso da Atropo, che delimita il tempo della vita dell’uomo, ma nell’albo di Calì e Bloch è anche quello che lega gli eventi e i legami dell’esistenza come in una collana di perle. In questa doppia veste, anche lì dove il filo della vita si spezza, quello del legame rimane ancora più forte.

In opposizione al tempo lineare e fiducioso percepito dal personaggio principale di Io aspetto c’è quello malinconico e struggente vissuto dall’anziano protagonista dell’albo La Fuga di Pascal Blanchet.

 

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La fuga, Pascal Blanchet, Barbara Fiore editora, 2007, Granada

 

Il libro racconta tramite flashback la vita di un bambino che cresce e la sua passione per la musica, il suo lavoro come musicista e l’incontro con l’amore. Diventato anziano, dopo la morte della sua amata, perde progressivamente i suoi ricordi, cadendo in un oblio dovuto alla malattia che lo porta a non riconoscere perfino il figlio.

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Ma la musica, come una madeleine, rievoca i ricordi anche sul letto di morte: seppur malinconici, gli donano la gioia del tempo che è stato, dell’amore, della giovinezza e della felicità del passato.

Il ricordo del proprio tempo vissuto è un balsamo per l’anziano, un modo per lasciare questo mondo sapendo che è valso vivere.

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La fuga, Pascal Blanchet, Barbara Fiore editora, 2007, Granada

 

Tra il protagonista dell’albo di Calì e quello di Blanchet la differenza più grande sta a mio avviso nella percezione del tempo della loro vita. In Io Aspetto il bambino si fa uomo e poi anziano, ma continua a mantenere uno sguardo bambino di fronte alla propria esistenza, una curiosità verso il destino del proprio filo, un’aspettativa che di volta in volta si trasforma in meraviglia, frustrazione, dolore, speranza nel futuro.

Ne La fuga invece la narrazione avviene attraverso il ricordo di un uomo totalmente volto al passato: il tempo della sua vita si è esaurito senza scampo e l’anziano è immerso e aggrappato al ricordo di ciò che è stato, unico modo per fuggire dal presente più doloroso e che non lascia più spazio per l’aspettativa.

Sovvertire l’ordine del tempo

Come ritardare la venuta della Nera Signora, che taglia il filo del tempo di ognuno di noi con la sua falce affilata?

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I pani d’oro della vecchina, Annamaria Gozzi, Violeta Lopiz, Topipittori, 2012, Milano

 

L’anziana signora de I pani d’oro della vecchina lo ha capito: il tempo della propria vita può essere allungato di qualche spanna. Basta saper prendere per la gola Comare Morte, prometterle che basteranno pochi giorni ancora per concludere una ricetta di pani dolci e morbidi, abbrustoliti e ripieni di uvetta e mandorle.

Sennonché un minuscolo pezzo di uvetta, che ancora aveva tra i denti, le restituì un sapore sconosciuto. E lei, che mai aveva conosciuto la nostalgia, sentì come una vertigine per via di quel pezzetto d’uva, ancora vivo e pieno d’aria autunnale.”

Possiamo sperare che la Morte si dimentichi di noi, ma per quanto tempo lo farà?

E se si potesse sovvertire invece l’ordine del tempo? Se si potesse fermare quello scorrere inesorabile della clessidra, far sì che qualche granello di sabbia risalga la china?

Il Maestro Svjetlan Junakovic ha provato a dare una risposta, nel suo libro Moj put, diffuso in un corto da Bold studio con il nome My way.

 

My way, Svetlan Junakovic, Bold Studio Zagreb, 2011, Zagrabia

 

Junakovic ci racconta che l’unico modo per ingannare la morte e lo scorrere del tempo è un passaggio di testimone. Nel corto un bambino si fa uomo e la sua vita è raccontata da un punto di vista particolare, quello dei suoi piedi e delle sue scarpe.

Da quelle sue prime piccole e gialle, regalate per permettergli di muovere i primi passi nel mondo, alle scarpe del suo primo concerto, a quelle che lo accompagnano sull’altare, il ragazzo si fa uomo e poi anziano, da figlio diventa nonno. Ora è il momento di donare al nipote le scarpine con cui attraversare il mondo e scrivere il suo destino.

Il tempo ha ripreso le sue fila: può continuare a scorrere tra i piedi di una nuova esistenza; i legami tra nonno e nipote si stringono, il loro fili si abbracciano e si intrecciano. Il tempo che passa spaventa un po’ di meno, perché con il nostro racconto, con un “c’era una volta”, siamo riusciti a trasformare un “mai più” in un “per sempre”.

 

Non l’ho ancora detto
per una strana forma di pudicizia
e di terrore; ma la via per fare fronte
al nostro tempo irrimediabilmente
breve, ha un solo nome: amore.

(Franco Marcoaldi, Il tempo ormai breve, Einaudi)

 

Bibliografia
Le grandi fiabe d’europa, Rossana Guarnieri, Nikolai Ustinov, AMZ editrice, 1985, Milano
Io aspetto, Davide Calì, S. Bloch, Kite edizioni, 2015, Piazzola sul Brenta (PD)
La fuga, Pascal Blanchet, Barbara Fiore editora, 2007, Granada,
I pani d’oro della vecchina, Annamaria Gozzi, Violeta Lopiz, Topipittori, 2012, Milano
My way, Svetlan Junakovic, Bold Studio Zagreb, 2011, Zagrabia https://vimeo.com/35696200
Big, Penny Marchall, 1988, USA, 130′
Cocoon – L’energia dell’universo, Ron Howard, 1985, USA, 117
Il tempo ormai breve, Franco Marcoaldi, Giulio Einaudi Editore, 2008, Torino, pag 61 e 73