Paura in rima

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Ho sempre cercato di spaventarmi, adoravo sentire la tensione e la paura assalirmi. Nelle notti nere della mia infanzia la mia mamma mi raccontava versioni rivisitate di fiabe tradizionali, e la sua voce nel buio bastava a scatenare in me le più potenti visioni macabre di capretti assaliti, bambine perdute nel bosco, belve pronte a mangiarmi viva. Tutto questo era attraente, risuonava come un richiamo irresistibile. Ma ancora più apparentemente innocenti erano le ninnananne che mia madre cantava per far addormentare mio fratello. C’era sempre un uomo nero o una befana pronti a rapire il bambino rimasto sveglio, o un temibile diavoletto che non aspettava altro che di farti scivolare nel suo mantello e farti sparire per sempre.

 

A otto anni lessi Dieci piccoli indiani. Non credo di aver capito molto della vicenda allora, fatto sta che la filastrocca con cui il gruppo dei dieci protagonisti viene accolto nell’isola mi terrorizzò e mi deliziò allo stesso tempo. Agatha Christie aveva la passione di mescolare riferimenti tipici del mondo dell’infanzia e della sua innocenza con gli elementi macabri e delittuosi: le filastrocche sono un esempio di questo gioco perverso.

 

“Dieci poveri negretti

se ne andarono a mangiar:

uno fece indigestione,

solo nove ne restar.

Nove poveri negretti

fino a notte alta vegliar:

uno cadde addormentato,

otto soli ne restar.”

La passione della Christie per le canzoni da bambini si ritrova in altri suoi romanzi famosi, come Polvere negli occhi e Tre topolini ciechi.

Agatha Christie, Un'edizione originale di Dieci piccoli indiani
Agatha Christie, Un’edizione originale di Tre topolini ciechi

 

La prima è considerata una nursery rhyme, una filastrocca cantata, una sorta di nenia del diciottesimo secolo, che narra di una torta inquietante e di uccelli cotti al forno ma ancora vivi.

 

“Sing a song of sixpence,

A pocket full of rye.

Four and twenty blackbirds,

Baked in a pie.

When the pie was opened

The birds began to sing;

Wasn’t that a dainty dish,

To set before the king.”

 

La seconda invece, datata prima del seicento, parla di tre topolini ciechi che scappano via dalla moglie del fattore che sta loro tagliando la codina con un coltellaccio.

 

“Three blind mice,

Three blind mice

See how they run,

See how they run!

 

They all ran after

The farmer’s wife

She cut off their tails

With a carving knife

Did you ever see

Such a sight in your life

As three blind mice?”

 

Il gusto delle canzoni spaventose tornò prepotente in me quando scoprii Roald Dahl: a scuola mi capitò tra le mani la copia usurata della biblioteca scolastica di Le streghe.

Ricordo che tenevo quel libro ben nascosto nello zaino, attenta a non farlo scoprire ai miei genitori. Lo ritenevo una lettura sconsiderata, di certo qualcuno lo aveva inserito nella biblioteca di classe per sbaglio: un libro così era pensato per terrorizzare i bambini, in un patto segreto tra lettore e scrittore. Mi sembrava con quel romanzo di aver accettato dolcissime caramelle proibite da uno sconosciuto, correvo lo stesso rischio dei bambini localizzati dalle Streghe. Mi sentivo una di loro, pronta a gustare i golosi e pericolosi dolci che Roald Dahl aveva confezionato per me con le sue parole e i suoi versi.

 

“A morte, a morte gli orrendi marmocchi,

facciamoli fritti, caviamogli gli occhi!

Dovete annientarli, schiacciarli, tritarli,

di dolci stregati dovete ingozzarli,

perché tornino a casa con l’aria contenta,

la pancia ben piena di chicche alla menta.

E il giorno dopo da idioti perfetti

nei banchi siedono gli scolaretti.

Ma già impallidisce un bambino e sta male

e subito grida “Non sono normale

mi spunta la coda, che orribile cosa”.”

La avevo imparata a memoria, trascritta sul diario per non dimenticarla, era terrificante e proibita per me ma allo stesso tempo deliziosa.

 

Passano gli anni, ma non il mio gusto per poesie e filastrocche infantili e gotiche. Quando avevo venti anni sono venuta in contatto con un gioiello del macabro, The Melancholy Death of Oyster Boy & Other Stories. Le filastrocche e le ballate di Tim Burton hanno come protagonisti bambini incredibili, creature fragili, non sempre innocenti, vittime delle loro stesse debolezze e sfortune. Lalla sniffa la colla, Jimmy è un bambino deforme, la bambina Spazzatura è infelice quanto sporca.

Tim Burton, Morte malinconica del bambino ostrica (ed. or. The Melancholy Death of Oyster Boy & Other Stories, Einaudi, 1998, traduzione di Nico Orengo)
Tim Burton, Morte malinconica del bambino ostrica (ed. or. The Melancholy Death of Oyster Boy & Other Stories, Einaudi, 1998, traduzione di Nico Orengo)

 

Per evitare una denuncia

la chiameremo Lalla

(o «quella bimba che ama

sniffare la colla»).

Il motivo che so,

perché questo è il

suo caso, è che

quando Lalla si

soffia il naso

il fazzoletto al volto

le s’incolla.

 

 

C’era una volta una

cupa testa di Melone,

se ne stava seduto

tutto il giorno

pensando a come togliersi

di torno.

 

E fu l’ultima cosa

che pensò, poi

una grande suola lo schiacciò.

I bambini viaggiano in una dimensione che li vorrebbe innocenti e puri ma che invece non riesce a nascondere il loro spirito umano, curioso, a volte sadico e colpevole.

Merito di alcuni scrittori è proprio quello di aver fatto uscire fuori questo gusto, sradicandolo dai fiocchi e dalle leziosità che sono state attribuite per troppo tempo alla candida infanzia.

 

  • Agatha Christie, Dieci piccoli indiani, Mondadori, 1946 (ed. or. traduzione di Beata Della Frattina)
  • Roald Dahl, Le Streghe, illustrazioni di Quentin Blake, Salani, 1987 (ed. or. 1983, traduzione di Francesca Lazzarato)
  • Tim Burton, Morte malinconica del Bambino Ostrica e altre storie, Einaudi, 1998 (traduzione di Nico Orengo)
  • https://ilrifugiodiagathachristie.wordpress.com/2015/07/30/agatha-christie-e-le-filastrocche-infantili-agatha-christie-and-nursery-rhymes/