“Progettare i libri pensando ai bambini”: la parola a Emanuela Bussolati

Nel contributo di Alessandra Starace “Le parole inventate: il gioco, l’inatteso e lo stupore”, tra gli esempi più significativi di quei linguaggi inventati in cui le parole, prima di avere un significato, custodiscono la magia di un suono che coccola e diverte, si è accennato alla lingua Piripù ideata da Emanuela Bussolati.

Architetto, illustratrice, ideatrice di libri per bambini (è stata la direttrice editoriale di Editrice Piccoli e La Coccinella, ha progettato la collana Zerotre di Panini che si è aggiudicata nel 2009 il Premio Andersen come miglior progetto editoriale, ha creato ed è autrice della serie I Quadernini editi da Editoriale Scienza), Emanuela Bussolati è vincitrice di ben due premi Andersen.

Nel 2010 ha vinto con “Tararì Tararera” (Carthusia, 2010) il premio per il miglior libro 0-6 anni, Per essere quanto mai coinvolgente e godibile, di assoluta originalità. Per essere un libro semplice e lineare frutto di un attento e colto progetto linguistico e grafico. Per regalarci un implicito invito a far sì che piccoli lettori e adulti possano incontrarsi e stare felicemente insieme. Nel 2013 è stata premiata come miglior autrice completa.

Oggi landiamo a trovare per farle qualche domanda sulla lingua Piripù, una lingua speciale costituita da una sequenza di suoni che ben si adattano a fare le voci, a leggere giocando con i bambini.

Ciao Emanuela, in questa lingua finora sono stati scritti tre albi illustrati, Tararì Tararera, Badabùm e Rulba rulba, tutti editi da Carthusia: come è nata lidea?

Era epoca di riscoperta del valore dei libri e di gare di lettura. Ma come sempre, alla profonda comprensione di una realtà, si accompagnano anche esperienze svuotate del loro vero senso. Durante un convegno di educatori, insegnanti, formatori, desideravo fortemente comunicare che il valore essenziale per appassionare a qualcosa il bambino è la condivisione. Tutto è libro, se si vuole, perché tutto racconta… Abbiamo la fortuna di vivere in un’epoca in cui c’è ampia scelta di libri, ma in epoche passate era piuttosto il racconto e l’esperienza del fare che formava nei bambini l’immaginario e la visione sulla vita. Il racconto era un ponte di relazione. È la relazione, la condivisione, il desiderio di trasmissione, l’ascolto e il rispetto per l’atteggiamento creativo che è importante. Se necessariamente abbiamo bisogno di un oggetto libro per “coagulare” la relazione, si potrebbe leggere anche un catalogo, un elenco telefonico… ed è questo che spesso fanno i bambini, quando giocano a leggere un libro. Per me era una sfida, una ricerca da percorrere.

Naturalmente non volevo sostenere che il libro fosse inutile, ma anzi, spingere a proporre il libro pensandolo come arricchimento di una relazione. Non quindi scegliendolo perché tutti ne parlano o perché “dicono che va bene” ma come dono di sé al bambino, almeno nella prima infanzia; ma sappiamo che il dono di una lettura condivisa è simbolicamente forte a qualsiasi età.

Ecco, seguendo questi pensieri, al convegno mi era venuto in mente che per fare un esempio chiaro, avrei potuto raccontare una fiaba in grammelot, dimostrando che tutti si sarebbero divertiti e avrebbero perfettamente capito di che fiaba si trattasse. Chiesi dunque ad Antonio Panella, un attore presente al convegno,  ben più abile di me nel grammelot, di raccontare una fiaba, senza dichiararla all’inizio. Si divertirono tutti, compresero di che fiaba si trattasse e soprattutto intesero che cosa volevo dimostrare.

Fu allora che pensai che questa era una prova che valeva la pena di fare in modo più allargato, con un libro, e immaginai Tararì tararera.

Convinta che nessun editore avrebbe mai osato pubblicarlo, lo proposi con grande timidezza e ormai mi preparavo ad auto pubblicarlo e a distribuirlo  a pochi amici con bimbi piccoli e a qualche scuola, quando mostrandolo a Patrizia Zerbi, editrice di Carthusia, mi sentii incredibilmente rispondere che lo avrebbe pubblicato subito! Di questo le sono molto grata: ha avuto coraggio.

Tararì tararera, copy 2009 Carthusia Edizioni, Emanuela Bussolati
Tararì tararera, copy 2009 Carthusia Edizioni, Emanuela Bussolati

La lingua piripù è una lingua che hai inventato pensando al libro o già esisteva nella tua vita?

Da piccola giocavo spesso a inventare linguaggi e alfabeti e con le amiche passavo delle belle mezz’ore a dire cose che si capivano solo per l’inflessione e la mimica. Da ragazzina scopersi, grazie a Dario Fo, che gli attori di strada nel passato recitavano in grammelot, un miscuglio di parole inventate o tratte da vari dialetti e me ne innamorai. Spesso invento parole nuove, per spiegare meglio un concetto. Naturalmente ho dovuto ripensare la lingua piripù in base a dei suoni che richiamassero la cultura bambina: onomatopee, fumetto, parole “seme” di varie lingue (le parole “seme” sono quelle che rappresentano le cose essenziali per la sopravvivenza e per le emozioni). Nessun percorso “scientifico”: avevo pensato a una lingua internazionale, ma non è così, perché il piripù segue inevitabilmente la sintassi italiana, tanto che chi l’ha pubblicato all’estero lo ha “tradotto”. Ma in realtà è davvero comprensibile alla gran parte dei bambini di tutto il mondo, proprio per il coinvolgimento degli adulti, obbligati a una scelta: mi piace mettermi in gioco e leggere questa strana cosa, oppure non la capisco, non mi piace, non la leggo. Scelte entrambe legittime, naturalmente.

È come un corso accelerato di lettura ad alta voce la lingua Piripù ti obbliga a stare in relazione.

Se si sceglie di leggere, si fanno le voci, si prende il tempo giusto, si volta la pagina in un certo modo… ed è questo, non il libro in sé, che incanta i bambini. È appunto la relazione che si instaura tra chi legge e chi ascolta, grazie a questa strana proposta.

E tu lhai letta? Lhai testata con i bambini?

Non ho fatto molti test con i bambini, proprio perché se la lettura dipende così tanto dalla relazione che si crea e dal modo di leggere, non importa tanto quello che leggi ma come lo leggi. Perciò volevo provocare i lettori in una sfida, ma senza rendergli la vita troppo difficile e quindi cercando il ritmo, la sonorità, l’ammiccamento nelle parole. Ai bambini ho pensato invece nello svolgersi delle scene, perché prima di tutto fossero “leggibili” come immagini, poi non fosse tutto dato per scontato ma ci fossero sorprese, cambi di scena, emozioni. Loro leggono le figure perché fin da neonati hanno imparato a “leggere” nel viso di chi si occupa di loro le tante espressioni e su questa capacità di lettura dell’immagine ci si deve basare. Parlo di bambini piccoli, ovviamente ma la storia ha coinvolto molto anche ragazzi delle medie, con mia sorpresa.

Marina Cinieri, pedagogista nella zona della Liguria levante, organizzò all’uscita del primo titolo più di 400 laboratori con classi nelle quali erano presenti bambini provenienti da tutto il mondo. E le testimonianze che sono arrivate in seguito da ogni dove mi hanno rassicurato sul fatto che la radice dell’idea di questo libro è ben più profonda di quello che io stessa avevo pensato: l’utilizzo di sillabe così primordiali, risuonano nel bambino come quando era nella pancia e ai suoni che sentiva non poteva far corrispondere oggetti ma piuttosto inflessioni emotive. Penso che ci sia tanto da scoprire ancora a questo proposito.

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Tararì tararera, copy 2009 Carthusia Edizioni, Emanuela Bussolati

La lingua Piripù, così come i libri senza parole, ha il valore di offrire un linguaggio accessibile a tutti i bambini, e in questo è evidente il tuo impegno. Ci racconti come questa volontà agisce nel processo creativo?

Mi sono sempre considerata artigiana o designer, nel senso che considero il mio lavoro come arte applicata. Perciò l’esperienza diretta con i bambini e con i materiali, le tecnologie del libro sono stati punti sempre per me in primo piano, rispetto al desiderio di esprimermi in quanto persona. Non penso che gli editori abbiano perso il coraggio di sperimentare linguaggi inusuali. Credo piuttosto che, malgrado i tanti gruppi di lettura attuali e il grande lavoro svolto dalle biblioteche, il mercato italiano tenda a implodere perché è considerato piccolo, perché è strangolato dalla distribuzione che ovviamente vende ciò che è più facile vendere, perché le piccole librerie indipendenti, che curano il libro e il cliente sono obbligate a chiudere e l’investimento necessario è ritenuto da tutti troppo grande in rapporto ai “numeri”.

Forse (ma faccio i conti in tasca altrui) bisognerebbe tornare a investire sulla struttura editoriale, che non esiste più: una figura che tenga i rapporti con l’estero per proporre, non solo per comperare, una figura di art director per guidare le buone idee, una figura tecnica, per realizzare oggetti libro interessanti… I lavori migliori vengono dai contributi creativi di un gruppo. Sono costi che a mio parere valgono la spesa. È vero che i fruitori di linguaggi sperimentali o “alti”, per usare una pessima espressione diffusa, sono pochi. Di qui la paura legittima degli imprenditori editori ad osare. Ma la qualità media è molto migliorata ed è questa che può avvicinare meglio un numero più allargato di persone.

È utile pensare in grande e cioè andare incontro al grande pubblico con un linguaggio vicino ai più ma curato e significativo e al piccolo pubblico colto con un linguaggio più sperimentale.

In questo senso dove collochi il tuo lavoro?

Dove colloco la Biblioteca dei piripù? In un linguaggio iconografico da grande pubblico e in un linguaggio letterario da piccolo pubblico. Inoltre in un grande, felice, punto di domanda: mai avrei previsto che avesse il successo che ha avuto e che producesse i piccoli miracoli che ha prodotto. Siamo all’ottava edizione di Tararì tararera e anche gli altri due titoli galoppano. Continuano ad arrivarmi testimonianze sorprendenti, emozionanti sulla lettura condivisa di questi libri. A volte mi chiedono come leggere e sempre rispondo che, se non ci si ritrovano, non comprino questi libri o non li leggano ma che, se hanno voglia di divertirsi e di condividere il divertimento, si lancino senza freni, inventino loro le parole, le cambino, raccontino in un altro modo, se non riescono a leggerle così come sono. Quello che conta è la corrente che si stabilisce tra chi legge e chi ascolta attraverso le pagine del libro e le emozioni che suscita. Mai più mi verrebbero in mente dei corsi di lingua piripù. Perfino quando è nato lo spettacolo ho lasciato libertà alle attrici di cambiare alcune parole e di usare tutta la potenzialità dell’invenzione a seconda dei bambini presenti in sala. D’altra parte questo è il senso e la forza del grammelot!

Come progetti i tuoi libri per bambini?

Cerco di progettare i libri pensando ai bambini in carne ed ossa, non al concetto di bambino. È quello che ho voluto scritto sulle copertine della zerotre, la collana che ho progettato per Panini: pensare i libri pensando al bambino.

Non è l’unica strada possibile ma è quella in cui ho scelto di muovermi.

I bambini non sono una entità monolitica e sempre uguale, anzi, sono la potenzialità totale, l’infinita varietà. Siamo abituati a pensare che l’unica età “piena” e con senso sia quella adulta. I bambini sono teneri “bamba” , i vecchi sono inutili “bamba”, gli adolescenti… “salvateci!”. Che brutto modo di considerare la ricchezza della vita!

L’editoria per ragazzi è molto avanti in questo senso e denota una grande sensibilità e una grande capacità di ricerca. Si può fare di più? Sempre. Ma c’è un percorso e lo si fa passo a passo, con gli occhi all’orizzonte… che via via si sposta più in là. La nostra Terra è tonda. Dovremmo ricordarcene, come dovremmo avere presente la Natura: la realtà e le infinite metafore che rappresenta.

Piripù è un bambino ino ino ino, che non può fare tutto quel che vorrebbe e per vivere avventure incredibili è costretto a tagliare la corda. Che rapporto ha il testo con le tue illustrazioni? Come hai pensato di farle dialogare?

L’illustrazione è appunto l’ambiente in cui si è immersi: la Natura. Il testo è una interpretazione, l’atteggiamento dell’uomo che vive in un ambiente. Devono essere in relazione, se si vuole stare bene. Nell’equilibrio della pagina, l’aiuto di chi studia la grafica è importante. Desideravo che anche la forma del testo fosse espressiva e si intrecciasse con le figure. Elisa Galli ha dato un ottimo contributo.

Ci hai raccontato che da bambina ti divertivi a inventare parole o lingue segrete. Che ruolo pensi possano avere i neologismi, oggi, nei racconti per bambini?

I neologismi sono sempre atti creativi: possono funzionare o no e lo si vede dalla loro durata nel tempo. A Darwin sarebbero molto piaciuti:  nella Natura, le piante, gli animali e anche gli uomini tentano continuamente piccole variazioni, per vedere se la vita può migliorare o peggiorare. Se migliora le variazioni entrano nel patrimonio genetico, linguistico, estetico… altrimenti no: soccombono con buona pace della Totalità.

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Rulba rulba, copy 2013 Carthusia Edizioni, Emanuela Bussolati

Dalla redazione di Libri Calzelunghe, grazie a Emanuela Bussolati per averci concesso il suo tempo e Carthusia edizioni per la gentile concessione delle immagini.

Una risposta

  1. […] per bambini, Anna Pisapia, mentre su Libri Calzelunghe potete leggere una corposa e interessante intervista a Emanuela Bussolati, che racconta le origini di Tararì tararera e il suo modo di modo di progettare libri mettendo al […]