Dire ad alta voce quel che i ragazzi non devono sapere

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È singolare che quando si parla di letteratura per l’infanzia, gli adulti temano di più i cosiddetti libri “cattivi”, quelli che osano temi non addomesticati o che rifuggono la facile consolazione, che i “cattivi libri”, ovvero i prodotti di scarsa qualità.

I motivi del timore verso i libri “cattivi” sono i più disparati, ma spesso la paura ha a che vedere con la presunta salvaguardia dell’integrità dello spirito infantile. Facendo ciò non si considera che apprendere attraverso le storie la complessità della realtà e del pensiero è assai più importante che conservare una visione incorrotta e limitata.

Libri al bando e libri nascosti

Senza andare a scomodare esempi dei secoli passati ma guardando solo agli ultimi decenni, in ogni parte del mondo e per ogni fascia d’età è possibile trovare casi di libri per bambini e ragazzi ritenuti “cattivi” e perciò messi al bando o contestati. Sono principalmente i genitori a scagliarsi contro la promozione all’interno di scuole pubbliche o biblioteche di questo o quell’altro titolo, a dispetto del loro valore letterario, per via di un linguaggio ritenuto offensivo, di espliciti riferimenti alla sessualità e all’omosessualità, oltre alla rappresentazione di violenza e soggetti controversi.

Focalizzando l’attenzione sulla letteratura dedicata agli adolescenti, sono numerosi e celebri gli esempi di romanzi di qualità censurati. La American Library Association, che ogni anno attraverso il suo Office for Intellectual Freedom fornisce una stima relativa ai libri banditi o contestati formalmente sul territorio degli Stati Uniti (sono stati 311 nel 2014), ha di recente pubblicato una lista dei dieci libri per lettori dai 12 ai 18 anni maggiormente ostracizzati negli ultimi anni. L’occasione è stata fornita dalla celebrazione dell’annuale Banned Books Week, nel 2015 dedicata proprio alla rivalutazione della letteratura per giovani adulti.

La lista (che può essere integralmente letta qui) comprende titoli noti e amatissimi sia dalla critica che dai ragazzi, in USA e all’estero, come Cercando Alaska di John Green, The Giver di Lois Lowry, Noi siamo infinito di Stephen Chbosky, oltre ai celeberrimi Il cacciatore di aquiloni e il fumetto Persepolis. A margine delle singole voci di questo dibattito, che sarebbero tutte da analizzare con attenzione, mi colpisce come negli USA la promozione della libertà di espressione e della cultura vengano prese sul serio, pur fra le mille contraddizioni di questo paese. Il sito della Banned Books Week, evento istituito fin dal 1982, si rivolge a editori, scrittori, librai, bibliotecari, insegnanti, studenti e persino bambini, fornendo loro una grande quantità di informazioni e materiali utili ad approfondire le controversie, far circolare le idee e i buoni libri.

Niente_copertina

Non sono a conoscenza di simili iniziative istituzionali a favore della libera circolazione del libro e così espressamente contrarie a ogni forma di censura in ambito letterario in Italia. Ciò conferma in me la sensazione che a casa nostra la vocazione censoria nei confronti della letteratura per ragazzi sia magari meno massiccia – al di là di taluni casi balzati agli onori della cronaca -, ma piuttosto strisciante.

Resto nell’ambito della letteratura per giovani adulti per citare il caso del romanzo Niente della scrittrice danese Janne Teller, pubblicato originariamente nel 2000 in Danimarca, approdato in Italia nel 2004 per i tipi di Fanucci (con il titolo L’innocenza di Sofie) e successivamente ritradotto e ripubblicato da Feltrinelli nel 2012.

In tale lasso di tempo, intorno a Niente si sono coagulati sia il bando da parte delle istituzioni scolastiche scandinave che importanti riconoscimenti internazionali, tra cui il premio del Ministero della Cultura Danese per il miglior libro per ragazzi dell’anno 2001, il premio Libbylit 2008 per il miglior romanzo per ragazzi pubblicato in Francia, e negli USA il Michael L. Printz Honor 2011 per l’eccellenza letteraria nell’ambito della produzione per giovani adulti.

In Italia il romanzo di Teller è stato invece prudentemente inserito da entrambi i suoi editori all’interno di collane di narrativa non direttamente rivolte ai ragazzi, nel caso di Feltrinelli con tanto di avvertimento al pubblico di riferimento stampato sulla quarta di copertina:

Come una favola moderna, Niente mette in scena follia e fanatismo, perversione e fragilità, paura e speranza. Ma soprattutto sfida il lettore adulto a ritrovare in sé l’innocente crudeltà dell’adolescenza, fatta di assenza di compromessi, coraggio provocatorio e commovente brutalità.

Ebbene, i lettori adolescenti non avrebbero anch’essi bisogno di storie senza compromessi, coraggiose, provocatorie, commoventi e brutali, specie quando sono state scritte apposta per loro?

In un recente articolo intitolato L’innocenza imposta. Tabù, conformismo e censura nei libri per ragazzi: quando l’edulcorazione produce una “conoscenza soggiogata, pubblicato su LiBeR 105, la scrittrice Manuela Salvi fornisce un’interpretazione, che condivido pienamente, dell’atteggiamento di molti adulti nei confronti dei libri per ragazzi:

La principale preoccupazione degli adulti sembra essere infatti preservare la presunta innocenza dei bambini. Per confermare l’innocenza si può essere disposti a negare la realtà, creando le cosiddette “gerarchie di normalità”, secondo le quali un bambino cattivo è considerato un’aberrazione, uno curioso sul sesso è definito precoce, e tutto ciò che si legge sui giornali – ragazzini ladri, assassini, violentatori, sessualizzati – viene bollato all’istante come innaturale. Per questo molti adulti sono convinti che i libri per ragazzi debbano essere “rassicuranti”, una zona franca in cui rifugiarsi dalle brutture dell’umanità. Un luogo in cui, in nome dell’innocenza, possono essere sacrificati la diversità, la curiosità, la ricerca di sé, il dubbio, la paura e persino la realtà.

Di conseguenza, aggiungo io, un libro per ragazzi che non rispetti il presupposto di confortare i suoi lettori verrà bollato come “cattivo” e inadatto. È questo il caso Janne Teller, autrice che prende di petto argomenti spinosi, con una lingua essenziale e incisiva.

Di recente sulle riviste e i blog dedicati alla letteratura per ragazzi si è parlato della scrittrice danese, che vanta un background da economista e esperienza alla Nazioni Unite, per via dell’inserimento del suo Immagina di essere in guerra, sempre edito da Feltrinelli, nella rosa dei finalisti del Premio Andersen 2015, come miglior libro oltre i 12 anni. Il libretto, dal formato di un passaporto, invita i ragazzi a immedesimarsi nel ruolo di rifugiati, imbastendo lo scenario di un immaginario conflitto nel cuore dell’Europa.

In fondo a Immagina di essere in guerra ecco ricomparire opportunamente – o opportunisticamente – la copertina di Niente, ristampato in nuova edizione economica e pubblicizzato con lo slogan cattura-lettori “una favola nera censurata e pluripremiata”.

Ma Niente non è affatto una favola, al posto della morale lascia un grande problema senza alcuna soluzione certa, intrecciandolo con una storia controversa, dura e piena di suspense.

Nothing_copertina“Non c’è niente cha abbia senso…”

Il romanzo ruota intorno a una funesta azione di gruppo da parte di una classe di alunni di settima, che cercano di ridare valore e significato alle proprie esistenze attraverso uno spietato rituale che include solo ragazze e ragazzi, escludendo gli adulti.

Siamo a Tæring, una cittadina della provincia danese ed è il tredicenne Pierre Anthon a innescare nei suoi coetanei la disgraziata reazione di cui vi dirò, abbandonando la scuola per andarsi a confinare su di un albero da frutto. Dall’alto del suo rifugio, Pierre Anthon va predicando che niente ha senso, l’esistenza dei singoli non solo è destinata a inesorabilmente a finire con la morte, ma si basa unicamente sulla finzione, sulla pretesa di essere qualcosa o qualcuno agli occhi degli altri.

I compagni di classe, colpiti dalla provocazione e dalle susine lanciate dal ragazzo, reagiscono con impeto, tentando di deporre il nichilista in erba e metterlo a tacere. Dapprima provano lanciandogli delle pietre. Poi si convincono che raccogliere una catasta di cose che abbiano per loro un forte significato e mostrarla a Pierre Anthon sia la chiave per fargli cambiare idea.

Agli occhi dei ragazzi, sembra che gli adulti, genitori, insegnanti, non possano intervenire per aiutarli a fronteggiare il disagio:

“Non possiamo reclamare né con Eskildsen né con il preside né con nessun altro adulto, perché se ci lamentiamo di Pierre Anthon sul susino, dovremo anche spiegare perché ci lamentiamo. Saremo costretti a raccontare quello che dice Pierre Anthon. E questo è impossibile, perché gli adulti non vorranno sentire che sappiamo che niente ha davvero senso e tutti fanno solo finta.” Jan-Johan allargò le braccia e noi ci immaginammo tutti gli esperti e i pedagoghi e gli psicologi che sarebbero venuti a studiarci, a parlare con noi e a cercare di convincerci, così alla fine ci saremmo arresi e avremmo ricominciato a far finta che qualcosa avesse un senso. (Da Niente, Jane Teller, Feltrinelli)

Un poco alla volta la catasta del significato comincia a prendere forma, accanto al mucchio di beni materiali, come i libri preferiti, le scarpe nuove o la bicicletta, i ragazzi cominciano a sommare offerte via via più simboliche e a sacrificare sull’altare del senso parti profonde di sé. Il diario segreto. Un animale domestico. Gli emblemi del proprio credo religioso. Una parte del proprio corpo. L’innocenza.

Nessun dono, nemmeno il più intimo, viene però reso spontaneamente. Come ci racconta Agnes, voce narrante giudiziosa e un po’ saccente, è il gruppo dei pari a stabilire ciò che è significativo, secondo un avvicendarsi che ricorda il più spietato degli appelli scolastici, alla fine del quale non è prevista nessuna interrogazione ma soltanto la resa di un voto.

Pagina dopo pagina Janne Teller dimostra di conoscere bene i ragazzi di oggi e i loro comportamenti ma di non volercene restituire un ritratto realistico sul piano psicologico, quanto una proiezione deformata. L’intento non è moraleggiante, ma sperimentale, ossia quello di forzare la mano, sul piano narrativo, a ciò che per un gruppo di tredicenni possono significare il rifiuto dei valori degli adulti, il superamento dei limiti, l’assenza di empatia, ma anche la logica del branco e il fronteggiare per la prima volta l’idea della propria mortalità.

Ogni azione narrata in Niente è necessaria e rappresentativa e ogni personaggio convenzionale, nel senso che non ha il privilegio di avere una personalità, ma solo un ruolo all’interno del gruppo. Ci sono la ribelle Rikke-Ursula, obbligata a tagliare le treccine blu che la rendono speciale, il pio Kaj detto il Santo costretto a profanare la chiesa e rubarne il crocifisso, la bella senza carattere Rosa che accetta di compiere l’atto crudele di infierire sull’indifesa cagna randagia Cenerentola, e via di capitolo in capitolo, senza che nessuno metta in discussione la propria parte.

La violenza di cui Niente è stato accusato dai suoi detrattori non si nega, non è nascosta ma brutale, ineluttabile e conturbante come nelle fiabe. Quante dita, mani e piedi mozzati nelle storie dei Grimm, da Il fidanzato brigante a La ragazza senza mani, passando per Cenerentola, che porta lo stesso nome dell’animale vittima sacrificale del romanzo (a proposito di fiabe, sarebbe bello che i ragazzi leggessero con gusto e raccapriccio la raccolta Fiabe dei Grimm per grandi e piccoli, curata da Philip Pullman).

Come la testa del maiale cacciato da Jack si erge come una divinità oscura al centro della radura in Il Signore delle Mosche, la testa tagliata di Cenerentola e il dito amputato del capoclasse Jan-Johan rappresentano il punto di non ritorno, superato il quale non c’è che una sola conclusione possibile al rito iniziato dai ragazzi. Ma mi piacerebbe che la scopriste da soli leggendo Niente, un cui pregio nient’affatto secondario è la costruzione minuziosa della tensione.

Il doloroso passaggio dall’innocenza alla consapevolezza che investe i giovani protagonisti di Niente, pur avvenendo attraverso un gioco perverso che non trova corrispondenza nella realtà né la vuole rispecchiare, cela in sé un’esperienza profonda dalla quale nessun essere umano dovrebbe sottrarsi, da giovane come da vecchio. Si tratta della messa in discussione del significato dell’esistenza come gli altri ce lo raccontano, per intraprendere faticosamente la formulazione di un proprio senso della vita:

Piangevamo perché avevamo perduto qualcosa e trovato qualcos’altro. E perché è doloroso, sia perdere che trovare. E perché sapevamo che cosa avevamo perduto, ma non eravamo ancora capaci di definire a parole quello che avevamo trovato. (Da Niente, Jane Teller, Feltrinelli)

I libri spesso ci aiutano a trovare le parole per esprimere ciò che cerchiamo in noi stessi.

È forse esagerato affermare che vietare, o anche solo nascondere, un romanzo come Niente ai lettori adolescenti significa privarli dell’occasione di confrontarsi con una domanda fondamentale, solo perché nemmeno noi adulti abbiamo una riposta sicura per essa?

Abbandonando l’ambito filosofico e tornando a quello della letteratura per ragazzi, ognuno può trovare molteplici percorsi di lettura possibili a partire da un romanzo come Niente. Dal punto di vista contenutistico, i più immediati sono il confronto con Il Signore delle Mosche di Golding e, per via del motivo del ragazzo sull’albero, Il barone rampante di Calvino. Io vi suggerisco due accostamenti più insoliti.

Let The Children Play

UN GIOCO DA BAMBINI

In primo luogo affiancherei alla lettura di Niente quella di un romanzo breve di J. G. Ballard, intitolato Un gioco da bambini, riproposto da Feltrinelli in un’edizione tascabile dalla copertina accattivante (illustrazione di Vincenza Peschechera), dopo le precedenti pubblicazioni per i tipi di Anabasi e Baldini & Castoldi. Il merito di avere sdoganato il libro di Ballard per una platea di lettori adolescenti va all’associazione culturale Hamelin e al loro progetto Xanadu.

Il titolo originale Running Wild, esprime molto meglio della sua rielaborazione italiana il richiamo a una visione selvaggia, ferina, dell’adolescenza. La storia mette in scena la reazione istintiva, ancorché machiavellica, di un gruppo di figli modello dell’alta borghesia inglese, “rinchiusi” in un esclusivo complesso residenziale e amorevolmente controllati dai genitori in ogni espressione della vita quotidiana.

Anche in questo caso la costruzione della storia ha un andamento squisitamente letterario: il romanzo è narrato dal detective incaricato delle indagini sull’omicidio dei trentadue abitanti adulti del Pangbourne Village e sulla conseguente sparizione di tutti i loro figli, come in una versione horror di Il pifferaio di Hamelin.

La distanza creata dalla costruzione di genere ci invita a leggere il testo non come un fatto di cronaca ma piuttosto come una profezia (in anticipo sui tempi e datata 1988) sull’alienazione degli individui più giovani nei nonluoghi della contemporaneità, e allo stesso tempo come una spaventosa parabola sugli esiti nefasti della cosiddetta “conoscenza soggiogata” imposta dagli adulti, tendenza sottolineata da Manuela Salvi nell’articolo di Liber prima citato.

Il secondo percorso ideale suggeritomi da Niente non ha a che vedere con la lettura, bensì con il teatro.

Scorrendo la lista di tutti gli adattamenti teatrali del romanzo, accuratamente elencati sul sito di Janne Teller, mi ha preso la curiosità di saperne di più facendo qualche ricerca sulla rete. Ho scoperto che dal 2011 a oggi in Danimarca, Germania, Svizzera, Spagna e Ungheria tante sono state le produzioni scolastiche (la maggior parte delle quali rilevanti solo per un pubblico di amici), ma sono numerose anche le compagnie di teatro per e composte da giovani che hanno realizzato spettacoli basati sul libro.

C’è la versione con pupazzi e attori della compagnia ungherese Budapest Bábszínház, che accentua la dimensione allegorica del testo e la spersonalizzazione dei personaggi, trasformandoli in marionette in bianco e nero. C’è la compagnia giovanile Junges Theater di Lörrach, nel sud della Germania, che utilizza soluzioni scenografiche semplificate ma riempie la scena di tutta la vitalità sprigionata da corpi giovani. C’è il VorAlpentheater di Lucerna, dove la ricerca sull’espressione giovanile porta ogni anno registi e drammaturghi a confrontarsi con le nuove realizzazioni del progetto ActNow, affidate sul palco ad attori adolescenti.

Niente_spettacoli
Dall’alto in basso, foto di scena da: Semmi, Budapest Bábszínház – Nichts, Junges Theater – Nichts, VorAlpentheater

Non dico niente di rivoluzionario se sostengo che una pratica teatrale più diffusa fra i ragazzi rappresenterebbe un arricchimento profondo sul piano culturale e della sensibilità individuale. Il teatro, in particolare quello basato sulla drammaturgia, permette a chi lo pratica di affrontare la problematicità e il conflitto attraverso il gioco, facendo finta di essere qualcun altro da sé, in uno spazio dalle regole ben definite.

Al contrario dell’atto della lettura, che è molto spesso (ma non solo) un’esperienza interiore e individuale, fare teatro è un’azione esteriore e collettiva e può dunque essere un veicolo fertile per porre e porsi domande, così come per sperimentare comportamenti in relazione a realtà sconosciute e temi delicati. Una storia come quella di Niente ha tutti gli elementi che servono per avere un forte impatto sulla scena e allo stesso tempo stimolare riflessioni in seguito a una lettura condivisa.

Ahimè adattare (bene) un testo narrativo in forma teatrale non è così semplice, quindi quello che sto suggerendo qui non è cominciare a saccheggiare indiscriminatamente la letteratura per ragazzi, allo scopo di riempire gli auditorium e le sale dei centri giovanili di deboli arrangiamenti. Esiste una drammaturgia scritta specificatamente per ragazzi fra i 13 e 16 anni, ma purtroppo in Italia è poco nota e diffusa. Mi riferisco in particolare al progetto Connections, promosso dal National Theatre di Londra, che da vent’anni investe nella produzione di nuovi testi teatrali adatti per essere rappresentati da attori adolescenti. Fra gli autori coinvolti, per la quasi totalità inglesi, anche lo scrittore Philip Ridley, noto per Gli occhi di Mr. Fury e Fenicotteri in orbita -romanzo il primo, raccolta di racconti il secondo-, pubblicati già negli anni Novanta da Mondadori nella prima collana per giovani adulti italiana, Supertrend.

In Italia il progetto Connections ha come partner fin dal 1998 il Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino. La collaborazione ha portato alla nascita negli anni Duemila di due testi teatrali di drammaturghi italiani, poi tradotti e rappresentati nel resto d’Europa. Si tratta di Noccioline, di Fausto Paravidino e Binario morto di Letizia Russo: altre due storie “cattive”, che parlano di appartenenza al gruppo e perdita dell’innocenza.

Noccioline comincia come una striscia a fumetti popolata di adolescenti buffi e complessati (versione appena un po’ cresciuta dei Peanuts), per poi mutarsi in una feroce pantomima ispirata ai risvolti più drammatici del G8 di Genova, con gli amici di un tempo trasformati in aguzzini gli uni degli altri. In Binario morto, alla periferia di una città in degrado, vive una comunità di soli minorenni che, fra abusi di sostanze e abusi di potere, ha eletto un capo venerato quasi come un dio. L’autorità e i rituali imposti da Sirius innescano fra ragazzi e ragazze una catena di rivalità, bugie e vendette, talvolta puerili, talvolta crudeli, che culmina in un feroce ribaltamento di ruoli.

Testi da recuperare, perché è sempre bene dire ad alta voce quello che i ragazzi non dovrebbero sapere.

Noccioline
Immagine di scena da Noccioline di Fausto Paravidino, regia di Valerio Binasco, una produzione Teatro Eliseo
Niente, Jane Teller, traduzione di Maria Valeria D’Avino, Feltrinelli, 2012, Milano
Immagina di essere in guerra, Janne Teller, illustrato da Helle Vibeke Jensen, traduzione di Maria Valeria D’Avino, Feltrinelli, 2014, Milano
Le fiabe dei Grimm per grandi e piccoli, Philip Pullman, traduzione di Mariagiorgia Ulbar, Salani, 2013, Milano
Un gioco da bambini, J. G. Ballard, traduzione di Franca Castellenghi Piazza, Baldini & Castoldi, 1999, Milano
Intercity connections: nuovi testi x nuovi interpreti. Dieci testi teatrali per adolescenti, a cura di Rodolfo di Giammarco e Barbara Nativi, Editoria & spettacolo, 2004, Roma
Segui Virginia Stefanini:

Laureata in studi teatrali, dopo essere diventata bibliotecaria si è specializzata "sul campo" in letteratura per ragazzi. Collabora con riviste e siti specializzati, oltre ad animare le pagine del suo blog personale GiGi Il Giornale dei Giovani Lettori

Una Risposta

  1. […] Per questo, nonostante il successo oltremanica, è ancora piuttosto difficile trovare una collocazione per i libri di Walliams sia rispetto ai suoi lettori potenziali, che in relazione a un mercato come quello dei libri per ragazzi in Italia in cui le fasce d’età predefinite pesano molto, così come una certa avversione per i “libri cattivi”, piuttosto che per i “cattivi libri”. […]