Spontanee impressioni dal Salone

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Torno da Torino: a Torino c’è un salone; anzi, c’è il Salone.

Per mesi chi si occupa di editoria ha seguito la nascita di un nuovo importante evento, Tempo di Libri a Milano, come qualcosa che doveva o poteva segnare la fine della storica manifestazione di settore. Più o meno lo sappiamo tutti: l’associazione di categoria ha ritenuto che alcune domande importanti sul futuro del Salone fossero rimaste troppo a lungo senza risposta e ha deciso di portare la fiera a Milano (per la precisione: a Rho); dall’altra parte “Torino” ha deciso di tenersi la fiera. Rischiava di essere un bagno di sangue, fatto di proclami contrapposti e di veti incrociati.

Ecco: la prima buona notizia è che il Salone di Torino è vivo e vegeto. Magari lo sapevate già, ma, a differenza dei pettegolezzi, una notizia resta una notizia anche quando è già nota.

Dietro il Salone sono state coinvolte energie nuove, sono state cambiate politiche sbagliate, con una grande attenzione al dettaglio: sono spariti quasi del tutto gli stand di gadget e di cibo, e gli editori c’erano quasi tutti. Non c’erano i grandi editori (per la precisione: il gruppo Mondadori-Rizzoli, il gruppo GeMS, il gruppo De Agostini, il Castoro – queste le assenze più clamorose): ma il Salone era vivo e vegeto. Il Salone, mai come quest’anno, è un evento per i lettori costruito intorno agli autori. Le grandi case editrici non c’erano o erano venute senza farsi notare, come Nanni Moretti quando si chiede “si nota di più se non vengo o se vengo e sto in un angolo?”.

Pazienza. C’erano gli scrittori. Grandi scrittori: tra gli scrittori per ragazzi, per fare dei nomi, Suzy Lee e Daniel Pennac.

C’erano lunghe file per gli incontri: non per vedere Bruno Vespa ma per ascoltare Annie Ernaux. C’erano anche meno file per i bagni e per i bar. Ottimo: bravo Salone, e bravo soprattutto Nicola Lagioia, un direttore che ha cambiato volto al programma del Salone.oltre il confine

Per inciso, e perché va ricordato: anche a Tempo di Libri ci sono state belle iniziative e autori di eccezione, e il programma culturale è stato segnato da un bel rinnovamento generazionale, costruito da persone di grande competenza. Bravo anche Tempo di Libri: ma sfortunato, per scelta di date, e forse anche un po’ troppo costruito con un filo di arroganza dagli organizzatori (non da chi ha fatto il programma). Ecco: sentirete dire queste cose, e molte sono vere; ma vanno in direzioni complicate, toccano la politica, le scelte delle grandi aziende e dei piccoli soggetti, e semplificano il tutto in una competizione Torino-Milano che non è interessante. Che non tocca il punto.

Per me il punto è un altro.

Il Salone oggi ha funzionato: e non perché è un “evento”.

Evento.

Parola terribile che ha devastato gli ultimi venti anni di manifestazioni culturali.

Se non avevi nulla da dire, “Via con l’evento”. Domani è un altro giorno.

Forse stiamo tornando alla normalità: forse stiamo uscendo dalla logica dell’evento.

Cosa è un evento? È qualcosa costruito pensando a regole di equilibrio e visibilità, senza partecipazione o interesse: si va lì per poterlo raccontare, anche se poi ognuno sta solo, trafitto da un raggio di fama, ed è subito fiera.

A Torino, l’anno scorso, e l’anno prima, si cercava di sfruttare la fama riempiendo la fiera di cuochi, ballerine, presentatori e critici d’arte specializzati nell’insulto: coerentemente con un mercato editoriale che ancora cercava di raschiare il fondo del barile per “conquistare il mercato dei non lettori”.

Quest’anno si respirava un’aria diversa: come a Mantova, al festival Tuttestorie di Cagliari o a Gavoi, o a Maredilibri a Rimini, al centro c’erano i libri.

Va bene, evviva. I libri sono al centro di ogni iniziativa di promozione alla lettura.

Falso.

Dentro un festival, o una libreria, o un incontro, o una scuola, i libri ci sono se c’è un’attenzione vera al loro valore d’uso, cioè al lettore. I lettori esistono da secoli, e sono prevedibili (siamo prevedibili): ci piace condividere le nostre passioni, dare un volto agli autori, scoprire le novità da soli ma sapere cosa leggono gli altri; ci piacciono, dei libri, le figure e le parole, le storie e le emozioni.

Il libro, per un lettore, è sempre qualcosa che si apre sperando in un incontro, sperando di trovare una voce interessante e a volte persino la nostra.

I lettori non sono pigri: si muovono e intraprendono letture lunghe, saghe come Harry Potter o i Cazalet, come la Trilogia della Pianura o la Millennium Trilogy. Oppure scavano dentro le parole, parlano, si confrontano, si mettono in fila, hanno domande o curiosità. I lettori vogliono, vorrebbero partecipare, divertirsi, sentirsi meno soli e meno rimproverati (quando si parla di lettori spesso diciamo solo “sono pochi”).

I lettori a volte vogliono scrivere, ma più spesso godono delle parole altrui quando mettono ordine dentro agitazioni confuse.

Ecco: da questo punto di vista i lettori non hanno età, ma gusti, passioni; fanno scelte e amano libri che spiegano come tagliare il legno o perché è meglio non diventare supereroi. I lettori cercano degli spazi fatti per loro e quando li trovano li coltivano, li fanno propri.

I lettori abitano la lettura, perché quando sono dentro un libro ci stanno proprio dentro. E i lettori abitano anche i luoghi della lettura: se sono fatti per loro, se non sono un circo per qualcuno che usa i libri solo per farsi bello. Se si incontrano e si riconoscono. Come tutti noi quando facciamo qualcosa cui teniamo.

A Torino c’è di nuovo un Salone che è un luogo di tutti, con cose ridicole e cose poetiche, con incontri meravigliosi e microfoni gracchianti, con scolaresche che migrano e con classi che hanno lavorato mesi per incontrare un autore.

Quindi: non importa chi vince tra Milano e Torino. A noi importa poco. Ci importa invece che, di nuovo, si dia spazio all’incontro, alla partecipazione, al confronto: e meno al consumo.

Non solo dentro un salone o dentro il Salone, ma in ogni scuola, incontro, biblioteca, libreria o festival.

Si può fare.

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Beniamino Sidoti è autore e ricercatore in proprio: si occupa in particolare degli incroci e dei confini tra narrazione e gioco; ha animato recentemente i blog di Sonda.it e, per Giunti, di A scuola si legge. Tra gli ultimi suoi libri: Eccetera (edizioni la meridiana, 2013), Dizionario dei giochi (con Andrea Angiolino, Zanichelli, 2010), Lettori in gioco (con Alessandra Zermoglio, Sonda, 2015), Stati d'animo (Rrose Sèlavy, 2017) e Odeon Campero (Istos, 2017).