Ucci, ucci. La paura di non mangiare e di essere mangiati

pubblicato in: Convivere con la paura | 0

 Un giorno una terribile carestia si abbatté sul paese, e a loro, che già avevano poco, il pane venne completamente a mancare.

La fame, quella che probabilmente nessuno di noi ha mai provato, quella che porta ai crampi, al delirio, che può portare alla morte, è un tema vivo nelle fiabe tradizionali. Il terrore di morire di stenti si presenta come elemento che ritorna, mostrando una delle paure più antiche di ogni animale.

Durante le guerre e le carestie si moriva di fame anche nella Vecchia Europa, e non serviva un’apocalisse per mettere in ginocchio una città: bastava un’invasione di topi portata da qualche nave mercantile, o una malattia del grano.

«Che ne sarà di noi? Come sfameremo i nostri poveri bambini, ora che non abbiamo più nulla neanche per noi?»

Lorenzo Mattotti, cover di Hansel e Gretel, Orecchio Acerbo
Lorenzo Mattotti, cover di Hansel e Gretel, Orecchio Acerbo

 

Devono aver rasentato la disperazione i genitori di Hansel e Gretel o quelli di Pollicino e dei suoi fratelli, per prendere la decisione più drastica e difficile per un genitore: abbandonare i figli nel folto del bosco, dove la luce filtra appena ed è impossibile vedere il disco del sole o le stelle per orientarsi la notte. Lasciarli soli, nella più isolata radura, nella dimora delle bestie della foresta, dei predatori più abili e delle creature maligne che si cibano di piccoli bambini. Perrault, i Grimm, Andersen, Basile, Afanas’ev hanno dato voce a quel buco nello stomaco che porta all’irragionevolezza, al delirio e che può condurre, come in questo caso, al sacrificio della prole a causa delle risorse finite.

In alcune fiabe la fantasia del cibo inesauribile o di un oggetto magico che possa cucinare in continuazione, come il Pentolino magico a cui basta comandare “Fa’ la pappa”, è accarezzata come un sogno piacevole pari all’entrata nel paese di Cuccagna, mitico luogo come il Giardino delle Delizie, regno dell’abbondanza infinita, dove i desideri sono appagati e le pance rimpinzate fino a scoppiare.

Bruegel il vecchio, Il paese della Cuccagna.
Bruegel il vecchio, Il paese della Cuccagna.

(…) andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. « È pane davvero! » disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: «così lo seminano in questo paese? In quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? che sia il paese di cuccagna questo? » (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Capitolo XI)

Dal mito alla letteratura e cinematografia contemporanea, passando per la fiaba classica e il racconto orale, il sogno del ventre riempito fino a scoppiare è “uguale e contrario” a quello di incontrare un mostro che voglia divorarci.

In un’altra fiaba un pastore cerca una brava moglie: sceglierà tra le tre sorelle quella che taglia il formaggio nel modo giusto, senza inghiottire la crosta o lasciare attaccata “molta roba buona” e gettarla. Basile racconta invece che alcune signore, che fino a ieri “non avevano dove cader morte” ora hanno finestre che “sono sempre parate di galline e tocchi di carne, che ti danno all’occhio”, e le altre donne del paese non possono fare a meno di osservarle, e molto invidiarle.

La mancanza di cibo è sinonimo di discesa verso l’incertezza della vita quanto l’abbondanza è sintomo di ricchezza e prosperità: rappresenta la possibilità di sopravvivere in un mondo contadino povero, senza risorse e schiacciato da carestie continue. Nei matrimoni dei reali o dei nobili, c’è sempre un banchetto che dura per giorni e notti; nella Russia contadina e poverissima, lo zar non ha mai bisogno di far fermentare birra o distillare vodka perché ne ha pronta in abbondanza sempre, disponibile in ogni momento.

Ma torniamo ai nostri fratelli.

È incredibile quindi che i poveri bambini nel bosco, affamati, infreddoliti e spaventati, trovino tutto quello che non avevano mai nemmeno osato desiderare: una casa intera edibile, fatta di “pane e ricoperta di focaccia, e le finestre erano di zucchero trasparente”. In molte versioni rinarrate la casina è invece di marzapane, una pasta dolcissima di mandorle e albumi montati a neve, probabilmente nella versione profumatissima all’acqua di rose, tipica dei dolci tedeschi natalizi. “La casa di marzapane è un’immagine che nessuno dimentica” scrive Bruno Bettelheim ne Il mondo incantato. “La casa rappresenta l’avidità orale e l’irresistibile tentazione di assecondarla” e  un’esistenza basata sulle soddisfazioni più primitive. I bambini hanno lasciato la loro possibilità di ritrovare la strada alle briciole di pane, affidando la propria salvezza proprio a quel cibo la cui mancanza ha causato tutti i loro problemi.

Ad un tratto la porta si aprì, e dalla casa uscì una donna vecchissima aggrappata a una gruccia. Per lo spavento, Hansel e Gretel lasciarono cadere tutto ciò che avevano in mano. Ma la vecchia, ciondolando la testa, disse: «Ehi, miei piccoli cari, chi vi ha portato fin qui? Entrate dunque, non vi accadrà nulla di male». (…) Qui servì loro una buona cena: latte e frittelle, mele e noci. Poi preparò due graziosi lettini con bianche lenzuola. I bambini vi si adagiarono con la sensazione di essere in paradiso.

È il paradiso quello che ritrovano i fratelli: un luogo apparentemente sicuro dove vedere soddisfatti i propri desideri orali, anche a costo di sacrificare la propria indipendenza, e la vita.

La vecchia strega grimmiana secondo Bettelheim, è “una personificazione degli aspetti distruttivi dell’oralità: sta portando avanti il suo scopo, quello di rimpinzare i piccoli per ingrassarli e poterli divorare, rovesciando la posizione iniziale dei bambini voraci. La pratica dell’ingrasso, o fatting, è una fase che precede quella cannibale e che ricorda crudelmente la modalità con cui il maialino si fa ingrassare prima di ucciderlo e ricavarne provviste per l’inverno.

Gustave Dorè, Le petit poucet
Gustave Dorè, Le petit poucet

 

Stesso rituale macabro è quello perpetrato ai danni dei fratelli di Pollicino: l’Orco si preoccupa che i bambinetti non dimagriscano, non sciupino le morbide carni che saranno il suo pasto il giorno dopo. L’orco descritto da Perrault, bruto, gigantesco e armato di coltellaccio, è un famelico mostro divoratore di uomini, pronto a mangiare tutti i bambini che si nascondono in casa sua. Sta aspettando che il montone arrostito sullo spiedo sia pronto, e il sangue che rimane lo rende ancora più appetitoso per i suoi gusti.

Statua in piazza a Berna, Svizzera
Statua in piazza a Berna, Svizzera

 

Chiara Guidi, fondatrice della compagnia teatrale Socìetas Raffaello Sanzio, ha raccontato il suo Le petit poucet di Charles Perrault nello spettacolo di cui è anche regista e narratrice. Buchettino, il più piccolo e furbo dei suoi sette fratelli, scappando dal bosco da morte sicura, finisce a casa del terribile Orco, mangiatore di bambini. La moglie, buona donna, capisce che i fratelli stanno viaggiando da ore e che muoiono di fame: li fa entrare per farli scaldare e rifocillare. Ma l’Orco torna troppo presto a casa.

L’uscio si aprì e L’Orco domandò alla moglie:.

«È pronta la cena? Ho una gran fame… E ci sono le bottiglie di vino? E la carne è cruda?»

E si mise a tavola.

Il montone era ancora crudo e sanguinolento, ma all’Orco piaceva più così.

Come scrive Giorgio Cusatelli a proposito dell’appetito dell’Orco: “La fiaba associa il regime carnivoro, uscito dalla caccia, al principio maschile (…). Quando Pollicino arriva alla casa dell’orco, è appunto lo spiedo su cui sta arrostendo un montone, a significare l’aggressività del mostro, ribadita, nella stessa pagina, dal particolare che costui divora la carne ancora «al sangue» (…)”.

Buchettino, illustrato da Simone Massi, Orecchio Acerbo
Buchettino, illustrato da Simone Massi, Orecchio Acerbo

L’Orco mangiava, ma era agitato. Continuava a fiutare un po’ qui e un po’ là. «Sento odore di carne viva!»

Ma l’Orco ha un fiuto ferino, percepisce che qualcosa è fuori posto, c’è una presenza in casa. A nulla vale la voce della moglie che cerca di confonderlo: l’Orco trova le sue innocenti vittime sotto il letto, ed è pronto a sgozzarle e mangiarle. La moglie, per ritardare la strage, riesce a farlo ragionare e lo convince a non “sprecare” subito quel succulento spuntino, vista la quantità di carne che è già stata cucinata quella sera. Può rimandare a domani, quando la fame si ripresenterà e le carni morbide saranno apprezzate ancora di più. Buchettino però riesce a prendersi gioco dell’Orco: nel cuore della notte ruba dalla testa delle sette figlie dell’Orco le coroncine d’oro che circondano il capo delle piccole e mostruose bambine e le mette sulle teste dei suoi fratelli. L’Orco confonde al buio i corpi dei bambini e sgozza le figlie, in attesa del mattino dopo, quando potrà divorarli.

Buchettino nello spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio
Buchettino, spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio. Nel video Chiara Guidi mostra brevemente la dinamica narrativa dell’incredibile spettacolo della sua compagnia, dove cinquanta tra bambini e adulti vengono accolti in letti a castello, in una stanza di legno, e ascoltano la fiaba nella penombra.

La Strega e l’Orco sono due creature diaboliche, malefiche, con tratti fisici umani ma con caratteristiche malvagie. Sono cannibali, mangiano carne umana preferendola a quella di qualsiasi altra creatura. Non siamo di fronte a un lupo, o a un animale predatore per sua natura: strega e orco sono due creature dall’appetito perverso, che divorano per il gusto di riempire il proprio ventre col miglior boccone. La loro azione violenta non è giustificata: non cercano di raggiungere una supremazia, né di vincere un nemico, come ad esempio avviene nel mito di Crono che divora i suo figli per non essere a sua volta ucciso; il cannibalismo non è nemmeno un mezzo di sopravvivenza, in una situazione in cui non esistono più altre risorse. Orco e strega vivono nella continua ricerca di soddisfazione orale, cercando il completamento dei piaceri più terreni, quelli della gola e dello stomaco, senza secondi fini se non quello della sazietà.

Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli
Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli

 

L’atavico terrore di essere mangiati da una creatura malvagia è stato accolto e narrato con la sua genialità tipica dal maestro del terrore, Stephen King.

Uno dei suoi romanzi più celebri racconta di It: la mangiatrice di mondi, un’entità di origine ignota, nata prima dell’origine dell’Universo. It  ha trasferito la propria coscienza nel pianeta Terra milioni di anni prima, quando è precipitata come una meteora nel punto esatto in cui è ambientata la vicenda, la città di Derry. It permane in uno stato di riposo sotto terra, risvegliandosi ogni 27 anni per sfamarsi. È solo il bisogno impellente di carne, come un predatore terribile, che la porta a uscire allo scoperto e a entrare in contatto con le sue vittime, bambini impauriti.

It, 1990
It, 1990

 

Dal mito alla letteratura e cinematografia contemporanea, passando per la fiaba classica e il racconto orale, il sogno del ventre riempito fino a scoppiare è “uguale e contrario” a quello di incontrare un mostro che voglia divorarci. Essere sfamati e difesi dai nemici rappresentano due bisogni molto presenti durante l’infanzia: i bambini, grazie all’allenamento alla vita che rappresenta la fiaba, possono sperimentare la paura di non vederli soddisfatti e provarne la frustrazione, il dolore e il timore senza alcun danno.

Bibliografia
Hansel e Gretel, Jacob e Wilhelm Grimm, illustrazioni di Lorenzo Mattotti, Orecchio acerbo, 2010, Roma
Buchettino, Chiara Guidi, illustrazioni di Simone Massi, Orecchio Acerbo, 2016, Roma
Ucci, ucci, Giorgio Cusatelli, Mondadori, 1994, Milano
Il pentolino magico, Massimo Montanari, illustrazioni di Emanuele Luzzati, Laterza, 2015, Roma-Bari
Lo cunto de li cunti, Giambattista Basile, Garzanti, Milano
Il mondo incantato, Bruno Bettelheim, Feltrinelli, Milano