“Un altro regno”: fratelli e sorelle tra intese e silenzi

“Un giorno mia sorella Virginia
si è svegliata che aveva un lupo dentro.
Faceva versi da lupo e si comportava in modo strano…
Quando le ho fatto il ritratto si è messa a ringhiare:
Vanessa… nooooooo.”

Questo è il testo che apre un bell’albo illustrato dal titolo Virginia Wolf. La bambina con il lupo dentro. Quel Wolf, da un lato gioca con il lupo che questa bambina in alcuni momenti porta in sé, ma dall’altro allude a un altro cognome, Woolf, evocando così la vera storia che legò per la vita le due sorelle Stephen, conosciute rispettivamente come Vanessa Bell e Virginia Woolf. La sorellanza di queste due artiste, pittrice la prima, scrittrice la seconda, fu caratterizzata da una grande intensità di sentimenti, spesso anche molto contrastati e impetuosi. ¹

Nell’albo scritto da Kyo Maclear e illustrato da Isabelle Arsenault si racconta a bambini e bambine uno dei tanti episodi che sarebbero potuti capitare nella vita reale delle due sorelle.
Virginia, che adesso ha il lupo dentro, non è altro che una bambina scossa da un forte turbamento, una malinconia profonda, che la rende capace di una rabbia incontrollabile e indomabile che travolge ogni cosa intorno a sé.

Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault
Virginia Wolf. La bambina con il lupo dentro, Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault

Non vuole vedere nessuno, neanche le amiche più care venute a trovarla, non vuole sentire rumori, neanche il canto di un uccellino. Mangia con furia i dolcetti che Vanessa le ha preparato, ma nulla cambia nel suo umore. Lei ora si nasconde sotto le coperte e dice: LASCIAMI STARE!
Dopo, solo silenzio.
Il su diventa giù e il chiaro diventa scuro.
Vanessa partecipa emotivamente al turbamento della sorella e non si arrende. Comincia una lenta, affettuosa, empatica, ma soprattutto consapevole, manovra di avvicinamento.

“Io mi sono stesa nel letto vicino a lei. Eravamo due mucchietti tranquilli sotto la coperta.”

Vanessa conosce Virginia, Vanessa ama Virginia, Vanessa condivide le emozioni con Virginia. Vanessa comunica con Virginia. Nonostante il silenzio.
E non a caso il testo dell’albo prosegue con una sequenza di due verbi declinati in prima persona plurale, noi. Poi, di nuovo il distacco tra le due, tenute a distanza dal turbamento di Virginia che non si placa.
Tuttavia, nascosta tra i tanti no, si vede una fessura che, quasi inconsapevolmente, Virginia sembra voler lasciare aperta ed esplorabile.

Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault
Virginia Wolf. La bambina con il lupo dentro, Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault

Con estrema cautela, Vanessa si intrufola nel pertugio che nella storia prende il nome di Bloomsberry. Un luogo immaginario, un “altro regno”, frutto dell’immaginazione, dove le due sorelle potranno di nuovo incontrarsi.

“Ho fatto un giardino. Ho dipinto alberi e strani boccioli di caramelle e germogli verdi e dolcetti glassati. Ho dipinto foglie che dicevano ssst al vento e frutti che squittivano, e pian piano ho inventato un posto chiamato Bloomsberry[…] Ho dipinto un’altalena e una scala che arrivava fino alla finestra, così chi era giù poteva andare su. Mia sorella ha cominciato a stare attenta.”

Se come adulti consapevoli possiamo sorridere dell’ennesimo richiamo alla vita reale delle sorelle Stephen, ovvero al Bloomsbury londinese, quartiere che ospitò il loro cenacolo per diversi anni, altrettanto possiamo ignorarlo e goderci la soluzione architettata da Vanessa, bambina pittrice. A lei va il merito di aver saputo andare al di là del silenzio di Virginia per creare davanti a lei, con colori e pennelli, un mondo bellissimo e desiderabile, pieno di fiori e animaletti. Nella loro Bloomsberry di nuovo i verbi si declinano nel noi e le ombre si trasformano in persone reali, il nero diventa colore, l’ombra luce, e le orecchie da lupo si rivelano essere un rassicurante fiocco azzurro tra i capelli.

 Virginia Wolf,Kyo Maclear, Isabelle Arsenault
Virginia Wolf. La bambina con il lupo dentro, Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault

Il su diventa giù e lo scuro diventa chiaro.

Un mondo immaginato e dipinto sulle pareti di una stanza non è molto diverso da un castello costruito con i fiammiferi. Siamo anche qui nel campo dell’immaginazione, di un mondo “altro”, un nuovo “altro regno” che si crea tra altri due fratelli, divisi da un silenzio ancora più profondo di quello che talvolta si frapponeva tra Vanessa e Virginia. È il silenzio che c’è tra Jan e Lisa, raccontato in Castelli di fiammiferi. Sono fratello e sorella. Lisa, la maggiore tra i due, è una bambina autistica che, così dice Jan, “tiene tutto per sé, come se qualcuno potesse portarle via qualcosa.”

E poi prosegue:

“A Lisa non piace essere toccata […] Lisa tiene sempre lo sguardo basso […] Nessuno grida più forte di Lisa […] Forse perché, dato che non parla, ha della voce che le avanza.”

Castelli di fiammiferi, Bettina Obrecht, Peppo Bianchessi
Castelli di fiammiferi, Bettina Obrecht, Peppo Bianchessi

Eppure, nonostante tutte queste chiusure, Jan trova la sua strada per comunicare con lei, per creare un luogo immaginario di incontro, “un altro regno”, anche questo inaspettato, come Bloomsberry.
In vacanza per qualche giorno dai nonni, Jan coltiva e consolida la sua passione, mutuata da quella del nonno, per le costruzioni fatte con i fiammiferi. In questo suo “esilio” temporaneo dalla routine della casa, dove invece si stanno prendendo decisioni molto importanti e difficili riguardo al futuro di Lisa, Jan immagina di condividere con sua sorella il gioco dei fiammiferi. In fondo è un gioco in cui non è necessario parlare.
Di ritorno a casa, la decisione degli adulti di trovare per Lisa un luogo diverso che la accolga è stata ormai presa, Jan quindi “gioca” la sua ultima carta per dimostrare ai genitori che con Lisa si può comunicare. Dalla cantina dove era stata riposta prende la scatola con il kit di costruzione che il nonno gli ha appena regalato. La porta in camera di sua sorella e, seguendo tutte le consuete procedure di avvicinamento, comincia a costruire qualcosa sotto gli occhi bassi di sua sorella.

“‘Vieni qui, ti faccio vedere’ dice a Lisa. ‘Ora ti mostro la torre. È una torre solo per noi due e per il tuo cagnolino, sai?’ E davanti a Lisa costruisce la torre. Una torre alta e grande, uguale a quella che ha fatto il nonno in cantina, e le racconta della stanza in cima, del cane da guardia, del pappagallo da guardia e del supereroe. E Lisa ascolta. Sì, sembra proprio che ascolti, anche se non dice niente.”

Nel momento in cui Jan comincia a smontare la torre, Lisa aggrotta le sopracciglia e mette su l’espressione che di solito anticipa le sue urla. Ed è a quel punto che Jan capisce che un “altro regno”, il luogo di incontro intimo e unico con sua sorella è lì tra loro. Lisa va a prendere la bottiglietta con la colla e gliela porge, come richiesta muta di rendere duraturo il loro punto di incontro. Jan non incolla, lo farà Lisa che da sola costruisce, sotto gli occhi pieni di stupore e ammirazione del fratello, una torre ancora più bella, piena di pinnacoli e guglie e con le capocchie azzurre che paiono gioielli incastonati sulle pareti perfettamente dritte che, nel silenzio assoluto, lei sta innalzando.

Il loro luogo condiviso si sta materializzando, ma deve rimanere segreto. È meglio non dire nulla di tutto questo alla mamma quando entra.

“Jan sta per lasciarsi sfuggire che la torre sarebbe la casa in cui andranno a vivere solo lui, lei e il cagnolino, ma alla fine decide che è meglio tacere.”

Caratteristica di un “altro regno” è la segretezza. Un luogo in cui ai grandi non è concesso entrare. Per essere tale, essa spesso nella narrativa diventa luogo immaginario in cui si parla una lingua “diversa “da quella che di norma ci tiene connessi con il resto del mondo. A Bloomsberry, come anche nella torre di fiammiferi, il codice comunicativo si appoggia su un lessico conosciuto solo da pochi. Un lessico fatto di sguardi, nella storia di Lisa e Jan, o pochissime parole ma di tanta e profonda intesa.

Un tacito patto.

Il bambino oceano, Jean-Claude Mourlevat, Gianluca Garofalo,
Il bambino oceano, Jean-Claude Mourlevat, Gianluca Garofalo,

Patti e dialoghi “silenziosi” sono anche quelli che tengono insieme i sette fratelli Dotreleau, il più piccolo dei quali, un Pollicino contemporaneo è Yann, Il bambino oceano. Yann comunica con lo sguardo e con veloci movimenti delle sue minuscole mani. Neanche una parola esce dalla sua bocca, ma nonostante questo i suoi fratelli sono in costante comunicazione con lui.

“Per tanto tempo ho creduto che fossimo gli unici a capire, voglio dire io e Rémy, i suoi fratelli maggiori, perché ci siamo abituati e lui ci vuole bene. Ma non è così. Funziona con qualsiasi persona. Basta che lui decida di parlarle, solo che Yann non lo decide così spesso. Lo fa solo quando si fida. Per esempio, non ha mai detto niente a nostro padre, né a nostra madre. Non li guarda neppure.”

E come nel Pollicino di Perrault, i suoi sei fratelli più grandi si affidano totalmente a lui e lo seguono in quella fuga notturna che, in un percorso esattamente a ritroso rispetto alla fiaba, li allontana da casa verso un’avventura che li farà “diventare grandi”. Il loro “altro regno” sarà proprio quel viaggio, un viaggio verso Ovest, un’avventura che comincia in una notte di tempesta e si conclude, almeno per sei di loro, sui lettini delle ambulanze che li riportano a casa, sottraendoli alle mani dell’orco che li teneva prigionieri.

Caratteristica di un “altro regno” è la fiducia reciproca.

Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault
Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault

Gli “altri regni” che Vanessa ha costruito per Virginia, Jan per Lisa e Yann per i suoi sei fratelli sono ben di più che un luogo o un tempo condiviso. Sono luoghi e tempi dell’immaginazione, speciali e unici a loro modo; per le regole che vigono al loro interno, per la “lingua” che in essi si parla, per il loro essere esclusivi e liberi da ogni corpo estraneo, per primo quello degli adulti.

Nascono da intese e patti suggellati in nome di una appartenenza reciproca, consanguinea, una fiducia profonda e inalienabile nel tempo e nello spazio.

Questi tempo e spazio condivisi tra fratelli e sorelle per uno straordinario paradosso possono valicare i loro stessi confini e spingersi al di là della tangibilità dei corpi ed esistere anche solo in una vecchia fotografia, addirittura in assenza di fratelli e sorelle in carne e ossa. È il meraviglioso caso di Tasso, voce narrante in Il piccolo regno.

7. Il piccolo regno, Wu Ming 4, Giulia Rossi

“Sul fondo, racchiusa in una cornice di legno, accanto a una scatola di proiettili, c’era una fotografia. Color seppia, ingiallita ai bordi. Ritraeva mia madre e mio padre, in piedi, e tra di loro, seduto su uno sgabello, un bambino. […] Mi assomigliava. I capelli, il taglio degli occhi, il mento. […] ‘Si chiamava Aidan’ disse lei alle mie spalle. ‘È morto?’ chiesi. ‘Sì’ ‘Quando?’ La mano di mia madre si protese a indicare un dettaglio della fotografia: il rigonfiamento che si intravedeva sotto il suo vestito. ‘Tre mesi prima che nascessi tu.’ […] Io ero arrivato per secondo, a sostituirlo. Ogni cosa fatta con me, i miei genitori l’avevano fatta prima con lui. Stavamo ripetendo i gesti presi a prestito da un’altra vita. Io stavo vivendo quella che avrebbe dovuto essere la sua. […]

Da qualche parte, tra i falsi ricordi e le pagine di un libro mai scritto, c’è un altro regno, nel quale io e Aidan cresciamo assieme.”

Ecco, è in un luogo così che io stessa sono cresciuta, figlia unica, con i miei due mancati fratelli maggiori. E queste pagine acquistano senso anche nel ricordo dei miei silenzi d’infanzia e dei miei dialoghi immaginati.

¹ Vanessa e Virginia, Jane Dunn (trad. Luciana Strada), Bompiani 2004, Milano
Bibliografia
Virginia Wolf. La bambina con il lupo dentro, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault (trad. Beatrice Masini), Rizzoli 2014, Milano
Castelli di fiammiferi, Bettina Obrecht (trad. Barbara De Carli), Uovonero 2013, Crema.
Il bambino oceano, Jean-Claude Mourlevat (trad.Bérénice Capatti), Rizzoli 2009, Milano.
Il piccolo regno, Wu Ming 4, Bompiani 2016, Milano