Una banda di compagni fantastica

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È al momento del ritiro della pagella di fine quadrimestre che la maestra di mio figlio condivide con noi il racconto di una modalità tutta al maschile di rapportarsi l’un con l’altro all’interno del gruppo.

Storie di quotidiana amicizia tra i banchi di scuola che a due a due, singoli o a ferro di cavallo han visto crescere infanzie diverse ma uguali nell’essenza. Coalizioni amori amicizie ma anche odio e antipatie lunghe una vita, e sotto il banco un universo così invisibile agli occhi dei grandi da aver sempre fuori i piedi, come quando ti nascondi dietro la tenda e dimentichi di ritirarli.
Tra quei corridoi che resteranno per sempre scritti nella memoria di chi ha frequentato le scuole pubbliche. Odorosi di arancio, refettorio e infanzia. Larghi e dal soffitto alto, altissimo, alcuni colorati e allegri. Le ricerche e i lavoretti a tema, così cari alle maestre di ogni epoca appesi alla parete, da una parte. Sul lato opposto piumini, felpe, sciarpe e berretti, le sacchette delle scarpe per la palestra e i grembiuli dimenticati, lasciati in bell’ordine o appoggiati in bilico se non accatastati sull’appendino. I panni degli scolari, specchio di personalità vocianti che in quei corridoi sperimentano l’andar da soli per il mondo.

Robert Doisneau, Les couloirs de l’école primaire, Parigi 1956, François Truffaut, I 400 colpi, Parigi 1959

Il racconto della maestra ha il sapore di qualcosa di conosciuto, di già sentito, quasi di un ricordo che stenta però a riemergere ma che mi ritrovo a cercare.
Un gruppo di bambini maschi 2.0 si attarda, sono otto. Discutono animatamente, la maestra ancora parlandone alza gli occhi al cielo: non si parla a voce alta e non si usano quei toni né in classe né tanto meno nei corridoi, o almeno non si dovrebbe, mentre si dovrebbe poter avere una fila ordinata, anche semi ordinata… basterebbe. Ma oggi non interverrà nella discussione, li lascerà parlare, anche forte, confrontarsi, oggi devono sapere che se la debbono cavare da soli. Castigo, il vedersi sottratta quell’ora di puro sfogo da loro tanto attesa: la ricreazione, la partita di pallone!
La disputa è chiaramente sui ruoli che ognuno di loro vorrà ricoprire nell’imminente partita e basta citarne uno che almeno altri tre vorrebbero ricoprire lo stesso ruolo, perché quando ha scelto non se lo ricordava, perché lui è più bravo, perché tu sei un incapace e io gioco meglio di te, io ho un tiro formidabile e io sono forte come un toro. E via discorrendo.
Nei loro grembiuli blu sono otto ma sembrano sedici, mani ancora unte di focaccia o cosparse dei minuzzoli della merenda appena consumata e braccia dappertutto pur senza toccarsi, che gli scolari 2.0 non si picchiano, verbalizzano come quarantenni. E forse è qui che questa infanzia è diversa dalle precedenti? Forse da qui bisognerebbe partire per indagare mali più grandi che affliggono scuola e scolari? Chissà…

– Ehi, ma te ne vai così? (…) stavamo facendo a pugni! Non si fa così tra amici!

– Te ne ho già date abbastanza…

e sanguinava dal naso…

(Le storie del piccolo Nicolas, Goscinny & Sempé, Donzelli editore)

E ancora l’eco di quel ricordo forse più chiaro, ora!

Invece nella realtà solo bocche spalancate a urlarsi cose a distanza ravvicinata, quelle che solo a un compagno di scuola puoi dire e dopo andar via battendogli sulle spalle, scambiando figurine o promesse di arene superiori.

Ci vuole un arbitro, dai bambini! pensa la maestra, lì lì per intervenire. Ci vuole un arbitro sentenzia uno degli otto. Io non gioco se non c’è un arbitro – continua.

Scusate – ha detto Geoffroy – ma l’arbitro è un sacco importante. Io non faccio a pugni se non ho un bravo arbitro…

(Le storie del piccolo Nicolas, Goscinny & Sempé, Donzelli editore)

Ecco dove li ho già visti!

Si chiamano Tommaso, Giovanni, Lorenzo, Tobia come Eudes, Geoffroy, Alceste, Nicolas! Sono Una banda di compagni fantastica! così come li hanno tratteggiati Goscinny & Sempé a penna e matita, ne Le storie del piccolo Nicolas nel 1954!

 

Goscinny & Sempé: Pugni a ricreazione da Le storie del piccolo Nicolas, Donzelli editore 2016
Goscinny & Sempé: Pugni a ricreazione da Le storie del piccolo Nicolas, Donzelli editore 2016

Ma proviamo a fare un salto indietro lasciando la maestra intenta, nel suo racconto, a riportare in classe i suoi campioni che dopo la partita hanno ripreso serenamente a battibeccare, mani e braccia ancora dappertutto, nulla di nuovo se non l’argomento della disputa sul quale confrontarsi, spingendosi e superandosi giù per le scale.

Indietro in quell’allora della Parigi degli anni ’50 dove quattro narratori da differenti punti di vista osservano e raccontano l’infanzia con l’intento preciso di tirarla fuori da sotto il banco, o da dietro la tenda, e renderla visibile a un mondo troppo adulto, giudicante e punitivo quanto eludente. Sono due scrittori e illustratori ironici e divertenti quali René Goscinny e Jean-Jacques Sempé, e due narratori per immagini come François Truffaut e Robert Doisneau, l’uno regista e attore l’altro fotografo. Non ho notizie, non so se si conoscessero personalmente, posso solo supporre conoscessero il lavoro l’uno dell’altro, almeno Truffaut e Sempé che erano coetanei e Goscinny poco più grande, mentre Doisneau era decisamente già grande quando gli altri venivano al mondo.

Vivevano poi nella stessa città e vi respiravano lo stesso clima politico e culturale, e sebbene da punti di vista differenti, è dalla scuola che partirono a narrare l’infanzia tutti e quattro. Da quell’incontenibile vivacità che caratterizza i monelli di sempre, gli scolari, che dentro le pareti di una scuola punitiva, maschile o femminile, con i maestri col grembiule anche loro, nelle mani di adulti poco soddisfatti, cercavano di crescere affermando il diritto ad essere piccoli attraverso quella naturale spontaneità che li portava a scontrarsi, quotidianamente, con un mondo che non li capiva o che non aveva spazio per loro. Siamo a circa dieci anni dalla fine della guerra.

Yvan Pommaux, Quando non c'era la televione, Babalibri 2003
Yvan Pommaux, Quando non c’era la televione, Babalibri 2003

Nell’ironia e nella risata spontanea che nasce dalla penna di Goscinny e Sempè e dall’ amabile Nicolas come dalla narrazione cinematografica, intima e riflessiva spesso in bianco e nero perché, come dirà in seguito parlando del suo lavoro lo stesso François Truffaut, Parigi a quei tempi era bianca e nera o di un grigio piatto e continuo.
E da quell’ obiettivo, terzo occhio di Robert Doisneau attento a cogliere la bellezza per immortalarla, di quei bambini un po’ scolari un po’ monelli, in pantaloni corti estate e inverno, ai quali, con le sue fotografie, cercò, nell’arco di una vita, di riconoscere un posto in uno spazio cittadino frenetico dove la vita si dipanava tra casa e dintorni ma soprattutto a scuola.

Robert Doisneau: Les écoliers de la rue Damesme, Parigi 1956
Robert Doisneau: Les écoliers de la rue Damesme, Parigi 1956

Un’infanzia indomabile che rende nero il futuro della Francia, come avrà da dire il terribile professore ne I 400 colpi di François Truffault prima di intervenire severo e denigrante, punitivo con rinnovata soddisfazione in una disputa tra scolari durante la ricreazione, dividendo i due e allontanandoli dal resto dei compagni sollevandoli per il bavero della giacca. Che la ricreazione in certa scuola non è un diritto ma un premio.

I Signori campioni hanno forse bisogno di un arbitro?
Darò loro tre giornate per allenarsi, senza ricreazione! Riposo! Tre giorni di riposo fanno sempre bene! Su filate…

(I 400 colpi, di François Truffaut)

Com’è la vita di un bambino a scuola agli inizi degli anni ’50? E come mai Robert Doisneau ha sentito il bisogno di cercare di mostrare attraverso la sua arte, per tutto l’arco della sua vita, un mondo dove sentirsi bene, di persone gentili, di tenerezza donata e da ricevere e che proprio attraverso le sue fotografie dimostra, con molta umanità, poter esistere?
Pescatore d’immagini, così fu definito, in quel mare di umanità di strada che amava fermare col suo obiettivo, generoso ottimista umanista d’eccellenza amava poter pensare di conferire ai giochi dei bambini per le strade e agli scolari rispetto e serietà.

François Truffaut, I 400 colpi, Parigi 1959
François Truffaut, I 400 colpi, Parigi 1959

Maschile o femminile. Il percorso da casa a scuola è condiviso, si arriva alla spicciolata aspettandosi o direttamente per la via, senza appuntamenti, attraversando la strada, all’angolo. Si va a piedi per qualche chilometro, attraverso gli isolati. E ci si va da soli, autonomamente con le cartelle in cuoio caricate sulle spalle o portate strette sotto al braccio, e le stringhe delle scarpe spesso da allacciare. In una Parigi dove i bambini potevano ancora schettinare indisturbati tra vie e viali. Poi le strade si dividono ci si saluta: chi ha le trecce e porta la gonna, larga, montata a pieghe, davanti e dietro a volte retta con le bretelle, entra da una parte. Chi indossa i pantaloni corti sopra al ginocchio, ha le calze scivolate sino alle caviglie, le rotule nere, dall’altra.

Robert Doisneau, Enfant aux patins a roulettes, Menilmontant 1956, Yvan Pommaux, Quando non c’era la televisione, Babalibri 2003

Nessun maschio ammetterebbe mai di aver parlato con una femmina. Nessun maschio giocherebbe mai al campetto, in strada o inviterebbe a casa una femmina. Giocare a biglie, tre sassi, rialzo o calcio con una femmina?

Noi con le femmine non ci giochiamo – ha detto Clotaire – Se lei viene noi non ci giochiamo. No, dico, ma scherziamo?
(Le storie del piccolo Nicolas, Goscinny & Sempé, Donzelli editore)

Yvan Pommaux, Quando non c’era la televisione, Babalibri 2003, François Truffault I 400 colpi, Parigi 1956, Goscinny & Sempé, Le storie del Piccolo Nicolas, Donzelli, Roma 2016

 

Robert Lachenay, amico e compagno di scuola di François Truffaut, ricorda che durante l’occupazione tedesca la relativa tranquillità familiare si trasformava in puro terrore a scuola dove i professori facevano ricorso alla violenza. Dieci anni dopo in una scuola di adulti sull’orlo della disperazione, Goscinny e Sempé con ironia e sarcasmo tratteggiano le figure di sorveglianti, custodi e direttori al cui cospetto alzarsi, come dice la maestra, e sedersi, come chiedono loro entrando in classe falsamente cortesi e assolutamente irrispettosi della figura di riferimento della classe stessa e di ciò che ha appena ordinato ai suoi scolari – forse perché donna? Chissà…
Il sorvegliante per eccellenza è un uomo come il Pavone, al secolo Monsieur Dubon. Così soprannominato dalla banda di compagni fantastica, insuperabile umano dagli occhi sempre spalancati e fuori dalle orbite. Tronfio del suo potere, trai suoi compiti quello di sorvegliare i bambini nelle aule in assenza dei maestri o delle maestre e durante la ricreazione in cortile alla quale dava inizio con un militaresco rompete le righe, con facoltà di insulto – piccoli insolenti, imbroglioni e lestofanti i preferiti – e di assegnare punizioni.

Robert Doisneau, Les ecoliers dans la cour de récréationn, Paris 1954
Robert Doisneau, Les ecoliers dans la cour de récréationn, Paris 1954

Scrivere intere frasi di significato nebuloso per quell’età, dettate dalla rabbia del momento e dall’impotenza, o coniugare verbi all’infinito, inteso come enne volte, la punizione preferita. Fronte imperlata di sudore, di stizza e mani dietro alla schiena. La visibile tensione nervosa di chi di te, che sei un piccolo essere, non si fida affatto e di cui tu piccolo umano puoi da ora e per sempre, all’inizio magari timorosamente ma poi con assoluta spavalderia, prenderti gioco.
Ma il concetto è che tutto ciò che è piccolo e umano deve essere sorvegliato, da lui bisogna difendersi e difendere le proprie cose, anche i giardinetti, anche nei momenti di svago.
Ai giardinetti dei bambini dove sono proibite un sacco di cose come calpestare l’erba, giocare a pallone, andare in bicicletta, arrampicarsi sugli alberi e fare a pugni – di fatto è recente la contro-ordinanza firmata dai sindaci di alcune nostre città che vede i bambini riappropriarsi dei cortili condominiali per andare in bicicletta, giocare a pallone e nascondino! – il guardiano è dotato di bastone e fischietto proprio come un poliziotto!
La minaccia dell’adulto, insegnante o sorvegliante, è appropriata al sistema, la prigione per chi non studia è più che uno spauracchio, è cosa certa.

Goscinny & Sempé, Le storie del Piccolo Nicolas, Donzelli Editore, Roma 2016
Goscinny & Sempé, Le storie del Piccolo Nicolas, Donzelli Editore, Roma 2016

Il professore de I 400 colpi il primo giorno di scuola siede il giovane Antoine Doinel accanto a René Bigey accompagnando il gesto dalla frase Vatti a sedere vicino a Bigey insieme farete il paio… sottolineando che a certa classe sociale la scuola tanto non sarebbe servita a nulla che ignoranti si nasce da ignoranti si vive e da ignoranti si muore spesso in galera perché chi non studia ruba. Chi non studia è destinato a vivere di espedienti.
Negli anni ’50, in Europa, i maestri non leggevano alcun potenziale nei bambini soprattutto se appartenenti alla nuova classe operaia o a quella contadina, tanto che se eri povero venivi usato dagli insegnanti per sbrigare le loro faccende pratiche all’interno della scuola nell’orario destinato alle lezioni.

La scuola così cupa fuori e ancor più cupa dentro, in classe, dove trasudavano noia e prostrazione, con il vecchio maestro in blusa regolamentare, grigio e arcigno…
Faceva molta paura quell’apparato adulto di educazione e correzione, sempre funzionale e distante, perché nella sua concatenazione logica e inattaccabile non mollava la presa, non aveva debolezze e vi teneva saldamente rinchiusi nella vostra solitudine… per non uscirne più.

(Il romanzo di François Truffaut, I miei 400 colpi, di Yann Lardeau)

Gli adulti, tutti, hanno il grande potere di poter sbattere in prigione a pane e acqua – o meglio a caffè! come successe al piccolo Antoine Doinel – di occultare l’infanzia a cui non riescono a dare una raddrizzata.
Il custode dei giardinetti se ti sorprende a marinare la scuola come la mamma del compagno se lo picchi, soprattutto se porta gli occhiali, il sorvegliante così come l’ amata maestra che quando perde però le staffe minaccia la cacciata da scuola, l’inevitabile destino da ignorante e galeotto, in una parola la vergogna dei propri, poveri, genitori che quell’infanzia però ostacola nella realizzazione di un sogno: il dopoguerra.
Disposti pertanto a liberarsene, a dimenticarsene negli Istituti di correzione, centri di osservazione per giovani delinquenti dove qualcun altro avrebbe fatto fatica per loro.

François Truffaut, I 400 colpi, Parigi 1959
François Truffaut, I 400 colpi, Parigi 1959

– Abbiamo provato tutto con lui, la dolcezza, la persuasione, i rimproveri e badi che non l’ho picchiato, questo mai!
– Nei vecchi sistemi c’era del buono

(François Truffaut, I 400 colpi, Parigi 1959)

E i bambini? Saggi e spensierati, occupati dalla loro vita come li vogliono Goscinny e Sempé, compatiscono e resistono, fanno spallucce e riempiono il Giornalino di scuola di storie di ladri e morti dappertutto perché, in fin dei conti, è uno spasso comunque!
O corrono verso il mare, come Antoine Doinel, per vederlo almeno una volta, finalmente!, forse l’ultima prima di piegarsi a vivere una vita che così non doveva essere scritta. Non per un bambino.
Così tra il crudo realismo in bianco e nero del romanzo autobiografico di François Truffaut, la fotografia umanistica di Robert Doisneau e l’ironia, di parole e immagini, che porta alla risata spontanea di Goscinny e Sempé, sta una poetica comune che riconosce all’infanzia un’intelligenza propria, che ama i bambini e li pone al centro guardandoli vivere, amare, ridere, soffrire, correre, in un mondo di adulti che non concedono loro la fiducia, il rispetto e la serietà che meriterebbero.
Dove c’è sempre un campo abbandonato dietro casa, una carcassa d’auto arrugginita, dove entrare e immaginare altro, fuori da scuola, lontano dagli adulti e dalle loro regole. Dove una sberla tra pari è un modo per conoscersi e assaggiarsi. Quel sano modo in bianco e nero di risolversela da sé.

Bibliografia
Goscinny & Sempé, Le storie del Piccolo Nicolas, Donzelli Editore, Roma 2016
Goscinny & Sempé, Storie inedite del Piccolo Nicolas, Donzelli Editore, Roma 2010
Yvan Pommaux, Quando non c’era la televisione, Babalibri, Milano 2003
AA.VV., Il romanzo di François Truffaut, Ubulibri, Milano 1986
Robert Doisneau entretien avec Sylvain Roumette, Photo Poche, 2006
www.robertdoisneau.com