Interviste Leggere in serie

Il lato scientifico delle serie. Intervista a Nicola Davies

Written by LibriCalzelunghe
English version of this interview available here.
a cura di Virginia Stefanini

Il focus di questo numero di Libri Calzelunghe sono le serie. Libro dopo libro, ai lettori “seriali” piace ritrovare elementi a loro familiari. Nelle serie di romanzi spesso c’è la curiosità di sapere cosa succederà poi ai personaggi e come andranno a finire le storie.  Molti pensano che la serialità sia una prerogativa della fiction, ma nella letteratura per ragazzi esistono tanti esempi di serie di non-fiction, nei quali entrano in gioco differenti elementi di fidelizzazione. 

Nicola Davies ha scritto numerosi libri di divulgazione dalla vocazione seriale, la maggior parte dei quali pubblicati in Italia da Editoriale Scienza (li trovate qui). Sono titoli come: La cacca: storia naturale dell’innominabile, Animali estremi, Il mio corpo non è un albergo, che in originale vanno sotto il nome di Animal Science; A First Book of Nature (in italiano La natura e le stagioni, Rizzoli) al quale in originale seguono A First Book of Animals e A First Book of Sea; Fili d’erba (in originale Heroes of the Wild) e Silver Street Farm (inedita in Italia) che sono a cavallo fra fiction e non fiction; infine gli albi illustrai Mini. Il mondo invisibile dei microbi, Tanti e diversi e Cresco, con elementi ricorrenti fra loro. Le abbiamo chiesto di parlarcene.

Libri Calzelunghe: Secondo la tua esperienza, quali elementi fanno “funzionare” una serie? 

Nicola Davies: Dipende se si tratta di fiction o non-fiction. Nella fiction hai bisogno di un gruppo di personaggi le cui relazioni e abilità possano evolvere nell’arco di un certo numero di storie differenti; hai bisogno di un’ambientazione che ti dia l’opportunità di sviluppare diverse trame e devi introdurre nuovi personaggi mano a mano che la serie progredisce.

Con la divulgazione è tutta una questione di approccio e tono. Nella serie Animal Science [di cui fanno parte i libri La cacca: storia naturale dell’innominabile, Animali estremi, Il mio corpo non è un albergo, Pronto, chi ronza?, Grande proprio così, tutti in catalogo per Editoriale Scienza, ndr] ho preso una serie di argomenti di biologia ampi e complessi – che generalmente richiederebbero un intero corso universitario – e li ho presentati con un linguaggio entusiasta e colloquiale. Ovviamente l’illustrazione è la chiave: lo stile straordinario di Neil Layton, così ricco di dettagli e umorismo, calzava a pennello e ho scritto avendo in mente il suo particolare timbro illustrativo.

 

Mini, Tanti e diversi e Cresco sono completamente differenti. Volevo raccontare grandi concetti ma distillati in una forma semplice e facile da capire. Per questo sono stati molto, molto più difficili da scrivere. Il problema nel condensare è che se tagli le parole cambi il significato. Questo è il motivo per cui è così importante un approccio poetico e concettuale al linguaggio, che consenta di incorporare il significato in un immaginario che combina parole e illustrazioni. Lo stile di Emily Sutton è perfetto per questo scopo; ogni aspetto delle sue illustrazioni ha un sostrato di scienza e di informazioni precise.

LC: Da dove cominci a progettare: da un formato, da un personaggio, dall’argomento o altro?

ND: Ancora una volta, dipende dalla differenza fra fiction e non-fiction. Generalmente, com’è ovvio, nella non-fiction parto dall’argomento. Ma per me l’approccio, il “come” della scrittura è strettamente connesso al “cosa”. Le decisioni che riguardano la struttura arrivano dopo che aver capito cosa è richiesto dalle illustrazioni e sempre stando in dialogo con l’illustratore. Nel caso della fiction, di solito ho chiaro in testa un personaggio, che mi avvisa che c’è una storia che vuole essere raccontata. Nella serie Fili d’erba, tutte le storie erano strettamente basate sulla realtà e si è trattato di rinarrare in larga parte racconti di vita reale che ho raccolto intervistando la gente del posto in cui libri sono ambientati. In alcune storie c’erano piccole invenzioni nella trama. Più spesso tutto quello che ho dovuto fare è stato cambiare l’età del protagonista, da adulto a bambino, e accorpare avvenimenti accaduti a persone diverse facendo in modo che accadessero al piccolo o alla piccola protagonista. Se si osserva il mondo reale ci sono così tante storie che giacciono in attesa di essere raccolte e raccontate.

LC: I bambini si affezionano alle serie perché amano un certo modo di narrare. E creare una narrazione all’interno di testi di non-fiction è quello che fai nella maggior parte dei tuoi libri. Come funziona questa contaminazione fra i due generi, spesso considerati alternativi fra di loro?

ND: Per me la narrazione è la cosa più importante di tutte. Per questo nonostante il punto di partenza della fiction e della non-fiction sia diverso, il processo di creazione della narrazione non è diverso fra i due generi. La narrazione richiede un inizio, una parte di mezzo e una fine, richiede una voce, un narratore, una prospettiva. Le decisioni da prendere sono le stesse sia che si tratti di fiction che di non-fiction. La sola vera differenza è che trovare la giusta voce e il giusto filo narrativo è molto MOLTO più difficile nella non-fiction che nella fiction.

LC: Gli albi illustrati Mini, Tanti e diversi e Cresco non sono una vera e propria serie ma sono accomunati dal formato, dal tratto di Emily Sutton e dalla presenza di piccoli protagonisti che entrano in contatto con il mondo che li circonda.  I piccoli protagonisti di Mini e Tanti e diversi sono la bambina con le trecce e il suo amico con la maglia rossa. In Cresco invece i personaggi guida sono una famiglia con 5 bambini, 3 fratelli e due sorelle. Nessuno di loro ha un nome e nemmeno una storia personale, eppure sono presenti in tutte le pagine. Puoi raccontarci chi sono e qual è il loro ruolo?

ND: Questi personaggi sono interamente un’invenzione di Emily. Amo il fatto che non abbiano un nome e che non vengano menzionati nel testo, perché questo dà al lettore la possibilità di identificarsi e raccontarsi storie su di loro. La creazione degli albi illustrati è profondamente collaborativa e si basa sul rispetto reciproco fra scrittore e illustratore. Io mi fido delle decisioni creative di Emily, quindi dopo una conversazione iniziale sul testo e dopo averle fornito precisi riferimenti visivi, so che posso rinunciare al controllo e lasciarle raccontare la sua parte della storia.

LC: Sei una scrittrice molto prolifica, che scrive per lettori età diverse e linguaggi diversi (albi illustrati, romanzi, prosa, rime). Ma a prescindere da chi sia il tuo pubblico, il tuo linguaggio è sempre preciso e accurato nel dare i nomi a piante, animali e fenomeni naturali. Quanto sono importanti le parole quando si parla di natura e scienze?

ND: La precisione nell’uso del linguaggio è una mia lieve ossessione – in parte nata dalla mia formazione scientifica e dall’uso di nomi latini, che già di per sé comunicano tutti i tipi di informazioni scientifiche. Ma deriva anche dall’essere stata esposta fin da bambina alla poesia, al suono e all’atmosfera delle parole. Le singole parole hanno un grande potere, non solo come strumenti per veicolare informazioni ma per colorire alle emozioni del lettore. Desidero che i miei testi si connettano ai lettori sia intellettualmente che emotivamente, quindi il mio modo di usare le parole è attentamente calcolato per ottenere questo effetto.

Illustrazione di Emily Sutton da Mini

LC: Hai un background di studi di zoologia, ma hai anche lavorato per la televisione. Queste due precedenti esperienze influenzano la tua scrittura?

ND: Essere stata una zoologa in ambito accademico mi ha mostrato che non volevo semplicemente “predicare al coro” e parlare a una piccola platea universitaria; io volevo cambiare il mondo! Lavorare in televisione e scrivere documentari per bambini mi ha insegnato la brevità e la precisione, e come scegliere le storie migliori per catturare la loro attenzione.

LC: Pensi che le storie abbiano un ruolo nel rapporto che le nuove generazioni hanno con la Natura che li circonda?

ND: Lo spero proprio! Davvero credo sia così. Le storie sono antiche. Gli esseri umani raccontano storie da ben prima di diventare uomini. Sono certa che i primi ominidi raccontassero storie. Le storie sono il mezzo con cui interpretiamo e capiamo il mondo, elaboriamo le nostre esperienze, condividiamo informazioni. Abbiamo bisogno di più tipi di storie e di una grande varietà di voci, e anche di ascoltare le storie che le altre specie hanno da raccontare, e non essere così ossessionati soltanto da quello che ha da dire la nostra.

Grazie a Nicola Davies per il suo tempo e disponibilità e alla casa editrice Editoriale Scienza per la collaborazione.

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