Zitti, zitti moviamo a vendetta…

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…ne sia colto or che meno l’aspetta.
Derisore sì audace costante
a sua volta schernito sarà!…

(Rigoletto, Atto I scena II, coro
G. Verdi F.M. Piave 1851)

Ad ogni azione corrisponde sempre una uguale ed opposta reazione

Così, nei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica del 1687, Newton definisce il terzo principio della dinamica, una delle principali leggi che regolano l’universo.

La vendetta, nel suo significato originario, sembra ispirarsi a questo stesso principio, con il fine di essere azione volta a ristabilire un ordine e un equilibrio che sono stati alterati e turbati.
La vendetta, in origine, ha svolto dunque una sua importante funzione, ovvero ha avuto un suo senso, una suo scopo precipuo: i singoli individui vi ricorrevano in modo del tutto legittimo per ottenere giustizia, la cosiddetta giustizia personale, contro un sopruso, un’angheria che avevano subito.
Questa sua funzione condivisa, che prese anche il nome di faida -termine che deriva dall’antico tedesco e contiene in sé la radice della parola nemico- nel diritto germanico era riconosciuta, anche se già con l’Editto di Rotari del 643 se ne conteneva l’uso.

Il giornalino di Gian Burrasca, Vamba, Giunti 2007
Il giornalino di Gian Burrasca, Vamba, Giunti 2007

Nel territorio del Sacro Romano Impero, Federico II di Svevia ne limitava il ricorso in molte circostanze, ma solo nel Cinquecento  il ricorso alla faida tramontò del tutto.

Il giornalino di Gian Burrasca, Vamba, Giunti 2007
Il giornalino di Gian Burrasca, Vamba, Giunti 2007

Lentamente ma inesorabilmente il termine vendetta si è sempre più allontanato dal concetto di risarcimento di giustizia e, nella società moderna occidentale, ha via via assunto la sua accezione odierna, sempre più negativa. A cui ha contribuito il suo inevitabile corredo di violenza e ferocia, spesso anche cruenta.
Suonerebbe tuttavia falso voler affermare che la vendetta, il senso di rivalsa, nel suo valore negativo, sia qualcosa di maligno di cui le nostre società evolute si sono liberate in modo definitivo e totale. È davvero qualcosa che uomini, donne, bambini e bambine che vivono in società civili, mature e sviluppate si sono lasciati alle spalle? Così vorrebbe il sentire comune.
Sarebbe, tuttavia, ipocrita non voler vedere che, sotto sotto, nel buio e nel silenzio dei nostri pensieri siamo ancora lì a rimuginare se vendetta e giustizia abbiano qualcosa in comune.
È il nostro lato oscuro che si misura con il ‘malsano’ desiderio di vendicarsi, più di quanto si abbia il coraggio di ammettere.
Lo conserviamo gelosamente, ma lo ostentiamo il meno possibile perché ci hanno insegnato, giustamente, che esiste un sistema condiviso di leggi che è lì a difenderci. E che il diritto di faida o la legge del taglione sono retaggio del Medioevo…
Eppure in alcune circostanze, in alcuni contesti culturali, dai più considerati veri baluardi di progresso e libertà, certe declinazioni della giustizia hanno ancora un retrogusto violento, feroce e talvolta cruento.
Noi siamo figli del diritto romano, con tutto ciò che di buono o di cattivo ciò comporta. E la grande maggioranza di noi considera inconcepibile che un assassino sia punito con la morte sulla sedia elettrica.
Eppure tutto questo accade, e per legge.
Se nel pensiero condiviso giustizia e vendetta sono due concetti ben distanti, a me pare che, nelle suggestioni personali, esse siano invece spesso divise solo da una linea ‘scura’. Sottile.

Le novelle della Nonna (II), Emma Perodi, Carlo Chiostri, Salani 1924
Le novelle della Nonna (II), Emma Perodi, Carlo Chiostri, Salani 1924

Ma che c’entra tutto questo con la letteratura per l’infanzia?
Se è vero che il nostro immaginario si fonda su archetipi, è altrettanto vero che la buona letteratura per bambini e bambine di questo immaginario si nutre. E se è vero che la vendetta, il senso di rivalsa sull’ingiustizia, è antica come il mondo, il sillogismo è presto fatto.
Così accade che nella letteratura per l’infanzia alla vendetta ci si appelli per ripristinare la giustizia di fronte a casi di conclamati torti subiti.
Tuttavia, a onor del vero, nella tradizione italiana della letteratura per l’infanzia, la disinvoltura di inserire la vendetta come elemento nella narrazione, ha poco o punto riscontro. Fatta forse unica eccezione per le piccole ripicche di Giannino Stoppani e per l’ambito della fiaba popolare, e penso a quelle della tradizione toscana di Emma Perodi, la stragrande maggioranza dei libri per l’infanzia di matrice italiana si tiene ben lontana da finali crudi che potrebbero riassumersi così: E alcuni vissero felici e contenti, ma altri morirono, perché se lo sono meritato.
Nel mondo anglosassone, che comprende per cultura anche quello statunitense, le cose vanno un po’ diversamente.
E noi viviamo di luce riflessa, ovverosia di buona editoria tradotta.

Matilde, Roald Dahl, Quentin Blake, Salani 1995
Matilde, Roald Dahl, Quentin Blake, Salani 1995

Senza voler cercare qui le ragioni culturali che sono alla base di certe scelte editoriali, basterà snocciolare alcuni nomi di autori, pilastri della letteratura mondiale, che con la vendetta si sono misurati senza remora di apparire politicamente scorretti e che, magicamente, sono riusciti a passare tra le anguste maglie del nostro moralismo locale.

I loro testi, nonostante tutto, sono diventati ottimi libri per ragazzi: Capitan Omicidio di Charles Dickens, storia di vendetta estrema o Il narratore di Saki, storia di vendetta nei confronti di chi si fa vanto di essere orribilmente buona, o ancora Matilde e i coniugi Sporcelli di Roald Dahl, maestri nella vendetta tra le mura domestiche o ancora il cane George di Jules Feiffer che si vendica con il veterinario troppo intrusivo, o il piccolo John che in Mostri, albo di Russell Hoban illustrato da Quentin Blake, si vendica dell’oppressione dei genitori con una matita in mano.

Abbaia, George, Jules Feiffer, Piemme 2000
Abbaia, George, Jules Feiffer, Piemme 2000

Un caso a sé, vista la sua tendenza alla recidiva sul tema, è rappresentato da Jon Klassen il quale, più di chiunque altro, si è occupato di vendetta, nella sua accezione primigenia. Lo ha fatto, in due albi illustrati per piccoli lettori, applicando il concetto a un paio di interessanti casi di furto di cappelli, dimostrando di non avere remore morali nei confronti della scelta di finali senza scampo.
Nel 2011 per Candlewick Press usciva I Want My Hat Back.

 Voglio il mio cappello!, Jon Klassen, Zoolibri 2012
Voglio il mio cappello!, Jon Klassen, Zoolibri 2012

In Italia è arrivato nel 2012 per Zoolibri con il titolo Voglio il mio cappello!
È la succinta storia di un orso grande e grosso, lievemente distratto, che è in cerca del suo cappello.

Voglio il mio cappello! Jon Klassen, Zoolibri 2012
Voglio il mio cappello! Jon Klassen, Zoolibri 2012

Come un ritornello, chiede con estrema gentilezza a tutti gli abitanti del bosco se abbiano visto il suo cappello. Lo chiede anche a un coniglio che, a evidenza, lo sta indossando.
Non sappiamo se dipenda dal gran dolore per la perdita, o se sia dovuto a una certa ottusità intrinseca dell’orso, fatto sta che egli non si accorge che il cappello di cui è in cerca lo ha davanti agli occhi. Prosegue così la sua ricerca fino all’istante in cui, magicamente, grazie alla domanda catartica che gli fa il cervo: “Come è fatto il tuo cappello?” l’orso riguadagna la dovuta lucidità e torna a grandi passi dal coniglio che ancora porta visibilmente il cappello tra le orecchie. E da lì, per il ladro, la situazione precipita verso il tragico finale.

Voglio il mio cappello! Jon Klassen, Zoolibri 2012
Voglio il mio cappello! Jon Klassen, Zoolibri 2012

BUM!
Imperturbabile, l’orso, che conoscevamo come mite e gentile, è seduto al centro della pagina con il cappello in testa, su un disordinato mucchio di rametti rotti, che lasciano intendere che lì si sia appena conclusa una violenta colluttazione.
Se i più ottimisti provano a sperare che il coniglio si sia salvato, si illudono, perché nella pagina successiva, alla domanda dello scoiattolo in cerca del coniglio, l’orso dà una risposta, non proprio gentile, che non lascia adito a dubbi.
L’albo è costruito con pochissimi elementi: un testo asciugato all’essenziale, tagliente, figure semplificate, magnetiche negli sguardi che si intrecciano e guidano quello del lettore.

Voglio il mio cappello! Jon Klassen, Zoolibri 2012
Voglio il mio cappello! Jon Klassen, Zoolibri 2012

La pagina centrale, che ha la funzione di mettere in evidenza il colpo di scena e il cambio di passo della storia, e l’oggetto del desiderio, ovvero il cappello, entrambi rossi, sono dissonanti rispetto alla paletta del resto del libro, tutta giocata sui bruni.
Voglio il mio cappello! è il meccanismo perfetto con cui Klassen irrompe nella letteratura per l’infanzia e si fa conoscere dal pubblico di tutto il mondo.
E lo fa con una storia ‘cattiva’, una storia di tremenda vendetta. La vendetta personale di un orso mite che si fa giustizia da sé per il torto subito.
La punizione esemplare, un tantino sovrastimata rispetto al danno ricevuto (sperando che Newton non ce ne voglia), lascia senza parole il pubblico italiano adulto che è costretto ad ammettere lo spiazzamento nel chiudere il libro, ma che nello stesso tempo non può non riconoscerne l’altissimo valore e l’originalità sia dell’illustrazione, sia del testo.

Voglio il mio cappello! Jon Klassen, Zoolibri 2012
Voglio il mio cappello! Jon Klassen, Zoolibri 2012

Forse perché molte volte abbiamo sentito dire che la miglior vendetta è il perdono, non ci capacitiamo del fatto che l’orso, che era gentile fino a un minuto prima, sul finale abbia deciso altrimenti.
Forse perché molte volte abbiamo visto nei libri per bambini che le cose in fondo si accomodano comunque per tutti, non ci capacitiamo del fatto che l’orso giri in piena libertà con un omicidio sulla coscienza.
Forse.
Nel frattempo, mentre le nostre coscienze si dibattono, mentre la nostra morale scalpita, il libro vince una valanga di premi, più di trenta solo negli USA.
Evidentemente ossessionato da due temi che ritiene fondamentali: il furto e i cappelli, Klassen ci riprova l’anno successivo con This Is Not My Hat!, tradotto da Zoolibri nel 2013 con il titolo Questo non è il mio cappello.

 Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri 2013
Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri 2013

Se nel primo caso il titolo era una dichiarazione di intenti da parte del derubato, e la prospettiva attraverso cui il furto veniva raccontato era quella della vittima, qui la situazione si ribalta ed è un piccolo ladro che, fin dal titolo, afferma la propria colpevolezza.
Mantenendo altissimo il livello di qualità dell’albo, Klassen racconta la vicenda subacquea di un minuscolo pesce che ruba il minuscolo cappello di un pesce enorme, apparentemente addormentato.

 Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri 2013
Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri 2013

Il ladro scappa con la sua cattiva coscienza, cercando di convincere il lettore a prendere le sue parti, vera captatio benevolentiae, affermando che il cappello sottratto è della misura giusta per la sua testa, e quindi del tutto inadatto al testone del pesce.
Può questa circostanza giustificare la cattiva azione che compie?
E soprattutto, questo lo metterà al riparo da ritorsioni e vendette da parte del derubato?
Come nei migliori film di Hitchcock, Klassen crea la suspense, facendo prendere strade completamente diverse all’immagine da una parte, e al testo dall’altra.
Come per esempio in Psyco o ne La finestra sul cortile, il testimone-lettore vede ciò che è negato al protagonista e, di conseguenza, freme e trepida per lui.
Nel breve testo di Questo non è il mio cappello si segue il ragionamento dell’ignaro pesciolino ladro, che crede nella propria impunità; lui racconta di sentirsi al sicuro e pensa che il derubato dorma della grossa e non lo segua consentendogli di farla franca. Al contrario, le immagini sbriciolano tutto questo castello di congetture, perché il grande pesce, invece, si è svegliato ed è partito al suo inseguimento. A voler ulteriormente peggiorare la situazione interviene il granchio delatore e doppiogiochista.

 Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri 2013
Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri 2013

Così, dove le piante crescono più alte e più fitte, lontano da sguardi indiscreti, si perpetra il secondo omicidio per vendetta.
Pudico, come anche nel caso dell’orso, Klassen, che evidentemente non ama prendere derive cruente, con discrezione ed eleganza mette in atto il secondo fatale epilogo.
Nero, come gli abissi che accolgono la storia, anche Questo non è il mio cappello è il risultato di una sapiente sintesi di forma e testo. Forse ancora più consapevole e maturo nell’impostazione generale, nel formato orizzontale che esalta, nel costiparlo tra i bordi del foglio, il grande pesce, che appare ancora più imponente e invincibile rispetto al piccolo ladro in fuga; nell’attenzione al dettaglio che diventa rivelatore. Ancora una volta, la nota di colore dissonante è dedicata al dissonante per eccellenza: il granchio spia. Di nuovo un raffinato e attento gioco di sguardi, capace di tenere su l’intera vicenda.
Ci risiamo: un albo perfetto quanto il primo per qualità e ancora un finale scomodo, che perturba e mina una delle certezze dell’adulto medio italiano, ovvero che nei libri per bambini roba del genere non ci dovrebbe essere. E mentre il lettore medio continua a stupirsi, a imbarazzarsi, ad arrabattarsi a trovare soluzioni edulcorate alle domande ficcanti dei bambini e delle bambine che chiedono notizie del ladro di cappellini, il libro negli Stati Uniti vince ventisette premi prestigiosi, tra cui la Caldecot Medal.
E Klassen si conferma autore di successo, e i suoi libri sui ladri di cappelli vengono tradotti in ventidue lingue diverse.
Credo che la qualità che viene loro riconosciuta derivi da una serie di fattori che dovrebbe far riflettere.

 Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri 2013
Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri 2013

A prescindere dalla grande capacità che Klassen dimostra nel saper plasmare l’oggetto picture book, esaltandone tutte le potenzialità che esso contiene, mi pare qui interessante mettere a fuoco il rigore intellettuale nel proporre a bambine e bambini piccoli un tema grande e piuttosto spinoso: il reato e la sua esemplare punizione. E, aggiungo, nel farlo senza falsi moralismi, senza aggiustamenti di circostanza che salvaguardino l’innocenza del piccolo lettore, con l’intento di tenerlo all’oscuro del male.
Non credo, però, che in questo non abbia giocato un ruolo importante il fattore cui accennavo all’inizio di questo ragionamento, ovvero il differente concetto di giustizia che nasce in seno a una cultura giovane, quella statunitense, di un territorio che fino a 150 anni fa era considerato ‘di frontiera’.
A Klassen va riconosciuto il merito di non aver ceduto alla lusinga di offrire ai suoi lettori un prodotto facile, con un finale che rimette ogni cosa al suo posto. E ancora, e me ne assumo la responsabilità, gli rendo merito per aver saltellato al di qua e al di là della ‘sottile linea scura’ che separa l’insopprimibile bisogno di giustizia personale dalla vendetta tout court.
Credo che faccia di un autore un grande autore, la onesta capacità di voler tenere sveglie le menti, di voler stimolare pensieri, di voler generare domande, di voler sollevare questioni, piuttosto che quella di rimboccare le coperte alle coscienze assonnate.
Klassen non si sottrae a questo compito perché sa che parlare di vendetta non ha nulla a che fare con l’insegnarla.
Al contrario.
E ne sono prova provata i brevi dialoghi, le molte domande che hanno fatto seguito alle mie reiterate letture di entrambi i libri con diversi gruppi di bambini e bambine, che qui brevemente riassumo.
La prima domanda nasce sempre dall’urgenza con il fine di cancellare le incertezze che turbano gli animi: dov’è finito il coniglio? E il piccolo pesce? E io replico sempre con un’altra domanda: secondo voi? E loro: Se lo è mangiato! Ed io: e come mai? E loro: perché aveva rubato! E io: ma non c’era altra soluzione per risolvere la questione? E loro: Beh, poteva riprendersi il cappello e basta! E io: quindi mi state dicendo che qualcuno ha un po’ esagerato nella punizione… E loro: il coniglio e il piccolo pesce non dovevano prendere il cappello perché non era il loro, ma l’orso e il pesce erano più forti dei ladri e dovevano fermarsi prima…
Ecco, giustizia è fatta!

 

Il giornalino di Gian Burrasca, Vamba, Giunti Junior 2007, Firenze
Fiabe fantastiche. Le novelle della nonna, Emma Perodi, Einaudi 1993, Torino
Capitan Omicidio, Charles Dickens, Fabian Negrin, Orecchio acerbo 2006, Roma
Il narratore, Saki, Michele Ferri, Orecchio acerbo, 2007, Roma
Matilde, Roald Dahl, Quentin Blake, Salani, 1989, Firenze
Gli sporcelli, Roald Dahl, Quentin Blake, Salani, 1988 Firenze
Abbaia, George, Jules Feiffer, Piemme, 2000, Casale Monferrato
Mostri, Russell Hoban, Quentin Blake, Mondadori ,1990, Milano
Voglio il mio cappello!, Jon Klassen, Zoolibri, 2012 Reggio Emilia
Questo non è il mio cappello, Jon Klassen, Zoolibri, 2013, Reggio Emilia

3 risposte

  1. […] di Saki. Con disegni dal vivo di Michele Ferri. * Un approfondito articolo di Carla Ghisalberti sul tema della vendetta nella letteratura per l’infanzia, in cui si cita anche “Il narratore” di […]

  2. […] di Saki. Con disegni dal vivo di Michele Ferri. * Un approfondito articolo di Carla Ghisalberti sul tema della vendetta nella letteratura per l’infanzia, in cui si cita anche “Il narratore” di […]

  3. […] è vero, come afferma Carla Ghisalberti in un interessante approfondimento su Libri Calzelunghe, che Klassen nei suoi albi sa dosare la suspense come Alfred Hitchcock, io azzarderei anche un […]