Blexbolex e il limite del catalogo

A F. nel ricordo del professor Eco

LEI CONOSCE BLEXBOLEX?

È sempre una grande scommessa per me vedere le mani che svolazzano sulle copertine dei libri esposti nello stand di Orecchio acerbo in occasione delle fiere del libro. Quando poi la mano si posa su un libro di Blexbolex  – sia Immaginario, o Stagioni o l’ultimo, Ballata- il respiro mi si ferma per una frazione di secondo e lo sguardo va subito sulle mani che lo stanno aprendo. Di solito, chi lo sfoglia, magari dal fondo, con il pensiero un po’ distratto, vede tavole dai colori tenui, un po’ ‘retro‘ nel segno, e vede che sotto o sopra ogni immagine c’è solo una parola. A grandi lettere cubitali in Immaginario e Stagioni, in un corsivo un po’ scolastico in Ballata.

Apre Immaginario e vede, su due pagine a fronte, i profili di due persone che convergono verso il centro della pagina. A sinistra, un uomo elegante con pochi capelli impomatati e dei baffetti folti parla davanti a un microfono gesticolando con il braccio alzato. Sopra si legge UN ORATORE. A destra, un uomo seminudo e con un turbante in testa è accucciato davanti a un cesto da cui fuoriesce un serpente. L’uomo suona il suo strumento davanti all’animale. Sopra si legge UN INCANTATORE DI SERPENTI.

Immaginario, Blexbolex - Orecchio acerbo 2008
Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008

Se invece apre a caso Stagioni potrebbe vedere nella pagina di sinistra una noce chiusa che occupa da sola il centro della pagina e sopra le lettere UNA NOCE mentre a destra, altrettanto avulso da un qualsiasi contesto, c’è un grappolo d’uva e si legge UN GRAPPOLO D’UVA.

Stagioni, Blexbolex, Orecchio acerbo 2010
Stagioni, Blexbolex, Orecchio acerbo 2010

Complice la mente distratta, le immagini possono sembrare troppo scialbe e insolite per essere considerate adatte a un libro per bambini che debbono imparare a leggere figure e parole. E anche la scelta dei soggetti raffigurati può apparire inadatta in un caso e fin troppo banale nell’altro.

Così i due libri vengono richiusi.

E un’altra occasione per poter godere di una meraviglia è andata persa.

Tuttavia, se solo mi viene data l’opportunità di dire “Lei conosce Blexbolex? No? Allora lasci che le spieghi come funzionano i suoi libri…” le cose vanno diversamente.

L’EBBREZZA

Se dopo quel grappolo d’uva si sfoglia il libro si vedranno altri quattro soggetti che hanno a che fare con l’autunno (funghi, foglie secche, ombrelli e cappotti) e poi sei soggetti che hanno a che fare con l’inverno (neve, pungitopo, mandarini, sciatori, pattini, berretti), poi due immagini che preannunciano la primavera, ma lo fanno con un lieve scarto di prospettiva: un disgelo dove una montagna innevata è attraversata da chiazze di azzurro e in primo piano emerge la terra color ocra, arsa dal gelo invernale. A seguire c’è un torrente che è raffigurato impetuoso, proprio grazie a quel disgelo che lo precede.

Niente di strano fin qui: perfetta corrispondenza tra soggetto e definizione, tra immagine e parola. E siamo in un libro che si intitola Stagioni, d’altronde.

Ma al giro di pagina (e neanche questo è casuale) c’è una tavola unica che raffigura un ramo di pesco fiorito, intorno a cui ronzano delle api. Ma la didascalia, grande perché su due pagine, non dice pesco, o albero, o fioritura, o impollinazione, dice UN’EBBREZZA.

Stagioni, Blexbolex, Orecchio acerbo 2010
Stagioni, Blexbolex, Orecchio acerbo 2010

 

Ecco. Se riesco a portare il mio interlocutore fino a quel ramo, so che da quel punto non può più tornare indietro: l’abbecedario, l’imagier, il libro fatto di figure e definizioni è sparito dalla sua mente.

Davanti ai suoi occhi stupiti, c’è qualcos’altro.

UN PO’ DI STORIA

Blexbolex (Bernard Granger), francese di nascita, ha studiato serigrafia all’École européenne supérieure de l’image di Angoulême e ora vive stabilmente a Berlino, dove insegna alla Kunsthochschule Weissensee. Con il libro Immaginario ha vinto il prestigioso premio ‘Best Book Design from all over the World’ nel 2009 alla fiera di Lipsia.

Da sempre incantato da forme d’arte anche molto diverse tra loro, dai poster pubblicitari degli anni Cinquanta e Sessanta (una passione sempre dichiarata per Jacques Tati) al fumetto giallo di quegli stessi anni, Blexbolex ha da sempre ammirato l’opera del fumettista e grafico olandese Joost Swarte.

È facile constatare che il fumetto e soprattutto la grafica editoriale hanno radicato profondamente in Blexbolex e gli hanno permesso di raggiungere una grande capacità di raccontare la complessità attraverso una sola immagine. D’altronde i poster, o le copertine di libri o di riviste, o le immagini sulle pagine dei quotidiani hanno un denominatore comune. Si tratta pur sempre di immagini singole che hanno la forza di raccontare una intera storia.

Insomma stiamo parlando di ‘giocarsi tutto con un solo tiro’. Blexbolex da qui è partito per immaginare i suoi tre libri più conosciuti. L’Imagier des gens pubblicato nel 2008, Saisons nel 2009 e nel 2013 Romance, tutti per Albin Michel Jeunesse. Tradotti in tutto il mondo, in Italia da Orecchio acerbo.

IMMAGINARE L’IMMAGINARIO?

Il primo titolo di questa trilogia è emblematico e chiarificatore per capire che direzione Blexbolex abbia voluto prendere quando ha concepito questi libri così insoliti. L’imagier è un preciso oggetto editoriale. Se traducessimo letteralmente esso sarebbe un Immaginario, ovvero un ‘catalogo, una lista, un elenco’ di soggetti od oggetti, organizzati secondo un criterio prestabilito a monte dall’autore. In Francia, culla linguistica del termine che in italiano non ha una sua puntuale corrispondenza, per imagier si intende quel libro che è costruito con grandi immagini disegnate (o fotografie), accompagnate da una parola (talvolta accompagnata dall’articolo) che lo definisce. La finalità di libri del genere è quella di dare nelle mani di bambine e bambini, anche molto piccoli, una sorta di mappa di quello che è il mondo del reale che li circonda.

Evito volutamente di ricostruire a ritroso la storia che l’imagier moderno si porta dietro. E punto, invece, a fare due o tre considerazioni più generali sull’oggetto.

Curiosamente, se cerchiamo su un buon dizionario della lingua italiana la parola immaginario, troviamo diverse accezioni del termine, sostantivo o aggettivo che sia, che con la realtà hanno ben poco a che fare. Eppure gli imagier, quelli che si mettono in mano a bambine e bambini, sono costruiti saldamente sulla realtà, perché servono a costruire il loro personale bagaglio mentale, un immaginario appunto, cui attingere in caso di necessità (magari, da grandi, in una combattuta partita con gli amici a Fiori, frutta e città…).

Quindi ci saranno primi imagier con gli animali, con i colori, con gli oggetti di uso comune per loro, con le piccole azioni quotidiane, con i mezzi di trasporto, con la frutta e la verdura. Poi, con il crescere, le sequenze di immagini si articoleranno tra loro con nessi sempre più complessi.

E poi ci sono gli imagier di Blexbolex. Quello che ci racconta l’umanità, quello che ci racconta il tempo, quello che ci racconta, finalmente, l’immaginario.

LISTA, ELENCO E POI CATALOGO

Raccontare il mondo attraverso una modalità che – solo apparentemente – non sia narrativa, ma invece sia elencativa, ovvero che non proceda per successione di fatti, ma per addizione di oggetti, è uno dei nodi di senso intorno cui Umberto Eco ha ragionato in un suo libro illuminante, se si vuol parlare di catalogare l’immaginario: Vertigine della lista (Bompiani, 2009-2011).

Se si parla di descrizione del mondo, una prima distinzione fondamentale va fatta sulla modalità nel farlo.

Dare una cornice, Eco la chiama forma, a un’enumerazione significa delimitare a priori un confine, un margine entro cui tutto si sussegue. Si è di fronte a un mondo conchiuso, a una narrazione pur sempre ‘referenziale’ che ci fa concentrare su ciò che è detto o raffigurato e di conseguenza suggerisce di lasciare da parte tutto il resto possibile.

La lista e l’elenco invece si muovono in una direzione diversa. L’elenco e la lista sono due modalità di rappresentazione che in linea teorica non prevedono confine, cornice, margine, se non infinitamente grandi, perché si costruiscono per addizione.

Sebbene sia di fondamentale interesse la distinzione che fa Eco tra gli elenchi visivi, le liste di cose, le liste di luoghi, le liste pratiche e quelle poetiche, tra le liste di Mirabilia e le Wunderkammern, qui sarà utile fissare solo un punto nodale per capire gli imagier di Blexbolex.

Sia che li si considerino liste o elenchi o, soprattutto, cataloghi, i tre libri sono il frutto di una enumerazione elaborata da una mente umana che ne attesta in qualche modo la finitezza e una particolare prospettiva di visione.

Con Umberto Eco si dovrà concordare sul fatto che liste ed elenchi hanno un che di ‘vertiginoso’ nella loro infinitezza, ma nello stesso tempo sono, nelle loro declinazioni scritte o figurate, qualcosa che è comunque possibile circoscrivere.

In questo senso il catalogo, ancor più di ogni lista ed elenco, rappresenta il risultato di una visione del mondo, letta secondo una precisa, quanto unica prospettiva.

Stabilito che comunque elenchi e liste di oggetti e soggetti a un certo punto debbano necessariamente denunciare il loro limite, è interessante andare a vedere come Blexbolex abbia tentato e sia riuscito, nella trilogia, a superarlo, detto limite.

Immaginario, Blexbolex - Orecchio acerbo 2008
Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008

 

“IL CATALOGO È QUESTO”

Immaginario è di fatto un catalogo, ovvero una lista o elenco ordinato e circoscritto, di umanità (con alcune importanti incursioni nel mito).

Come a volerlo ribadire, la prima immagine che apre il libro, ha titolo omnicomprensivo, dell’umanità, e poi già nelle due pagine successive a specchio, si scende nel dettaglio, nella lista declinata, un signore, una signora.

Le due pagine affiancate offrono a Blexbolex un naturale palcoscenico per far entrare ‘in coppia’ figure che hanno un loro preciso significato se prese singolarmente, ma ne assumono uno ancora più pregnante nel loro comparire insieme.

Così, pagina dopo pagina, vediamo entrare in scena una coppia e uno scapolo, una mamma e un bebè.

 

Immaginario, Blexbolex - Orecchio acerbo 2008
Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008

In entrambi i casi sarà importante notare il gioco di sguardi che le figure, poco più che silhouette dai colori compatti, hanno tra loro. I due volti della coppia sono entrambi rivolti a guardare lo scapolo che, su una panchina con un fiore in mano, aspetta qualcuno. Lui stesso alza lo sguardo verso la coppia. Analogamente, nella pagina successiva, la mamma lievemente pingue, forse incinta, in piedi a sinistra guarda a destra verso il bebè che, con gli occhi chiusi, sgambetta su un cuscino. Anche lui però è rivolto verso il centro della pagina, in un dialogo silenzioso con la sua compagna di scena.

Immaginario, Blexbolex - Orecchio acerbo 2008
Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008

Già da questo avvio è possibile stabilire un paio di considerazioni.

La prima: la forma libro, con le due pagine affiancate, è per Blexbolex luogo naturale per creare relazione tra figure. E queste relazioni sono di carattere ogni volta diverso.

Si passa dalla diversità di genere, un signore e una signora, a quella di stato, o più semplicemente numerica, che c’è tra la coppia e lo scapolo a un’altra ancora, che direi affettiva tra una mamma e un bebè. La situazione è chiara fin dal principio.

La seconda: siamo in un gioco che, come tale, ha delle regole precise. Blexbolex ci invita a giocare. Ora sta a noi decidere se farlo. Possiamo semplicemente sfogliare Immaginario come un abbecedario, oppure decidere di scoprire nessi e relazioni che lo tengono insieme.

A ogni giro di pagina, Blexbolex alza di un poco il tiro e lavora per rendere più complesso il legame tra le due immagini. I nessi possono basarsi sull’uso dei contrari (una marchesa, una contadina; un poliziotto, un ladro; dei convitati, un eremita).

 Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008
Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008

Oppure su un rapporto di causa ed effetto (un pubblicitario, un motociclista; uno spettatore, un regista) o ancora su una diversa interpretazione di un gesto (un dormiglione, un malato; un pittore, un attacchino)…

 Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008
Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008

…o su un particolare dell’immagine (un freddoloso, un fumatore; un taglialegna, un boia) o per affinità di contesto (un automobilista, un autostoppista; un monaco, un rabbino).

Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008
Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008

Alcuni giocano sul binomio realtà e finzione (un cow-boy, un attore; un marinaio, una sirena) o si legano per paradosso (un benzinaio, un extraterrestre; un monco, un ciclope). Alcuni, addirittura, tentano la strada della narrazione che si esaurisce in due sole immagini (ragazzina, burlone; passanti, scavezzacollo).

 

 Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008
Immaginario, Blexbolex, Orecchio acerbo 2008

Se dovessimo utilizzare Immaginario come un abbecedario costruito per immagini, lo potremmo definire, usando la categorizzazione di Eco, come un elenco visivo che, nelle sue 208 pagine, lavora sull’abbondanza e forse anche sulla sovrabbondanza se si tiene conto delle varie escursioni che fa nell’ambito del mito.

Ma se invece accettiamo le regole del gioco di Blexbolex dobbiamo necessariamente ammettere che la cornice, il limite che lui si è prefisso è quello della pagina. Il catalogo di umanità che ci propone si accresce per monadi: di due pagine in due pagine, il gioco si rigenera a ogni giro.

A ribadire che questo libro rappresenta una ‘galleria’ dell’umanità, c’è un dettaglio: l’uso dell’articolo indeterminativo anteposto a ogni parola. Come a dire che ciò che è rappresentato sulla pagina è frutto di una scelta fra molti, e non vuole avere valore omnicomprensivo e men che meno assoluto.

STAGIONI E IL CANNOCCHIALE ARISTOTELICO

Se in Immaginario l’elemento tempo si esaurisce nella doppia battuta, in Stagioni esso lo attraversa e ne costituisce la spina dorsale. Il tempo è un vincolo che l’autore decide di inserire all’interno della sua narrazione. In una bella quanto rara intervista che Blexbolex ha rilasciato per il numero 36 della rivista Hamelin in occasione dell’uscita di Ballata (2013), si allude a un andamento spiraliforme di Immaginario e Stagioni. In quest’ultimo però la ciclicità si incontra anche con il tempo lineare. E quindi la spirale si allunga in una sequenza di cerchi.

Il fattore tempo, la sua ciclicità, è in qualche modo insito fin nel titolo. Un vincolo, una regola del gioco che Blexbolex si è dato e che si rivela non limitante, altresì foriera di nessi narrativi interessanti, di percorsi che richiamano la memoria di immagini già viste. E così la lettura non smette mai di avanzare e tornare indietro.

Una prugna turgida e matura d’estate la si vede tornare, in autunno, secca.

Un Ritardo di un albero nel rinverdire a primavera appare di nuovo come un’Ostinazione dello stesso in autunno.

 

Uno starnuto di allergia primaverile torna come starnuto invernale da infreddatura.

In Stagioni, Blexbolex ‘forza’ lo schema dell’imagier portandolo a esiti imprevedibili. Costruisce brevi narrazioni giocando non più solo sulle due pagine: un picnic che lascia dietro di sé degli avanzi che diventano una fortuna per un uccello che con quei fili abbandonati e raccolti ci farà un nido.

Ma soprattutto il tempo e le suggestioni che ogni lettore ha delle stagioni aprono una finestra su un aspetto che in Immaginario era solo latente: la percezione come vettore di emozione.

Se usiamo come bussola per orientarci ancora una volta il libro di Eco, potremmo dire che in Stagioni si passa da una lista pratica, che dà priorità al significato, e un catalogo è sostanzialmente questo, a una lista che si organizza attraverso la metafora. Per affrontare questo tipo di lista, non a caso Eco allude a un’opera barocca, Il Cannocchiale aristotelico di Emanuele Tesauro (1665), in cui ‘la capacità di scovare analogie e somiglianze che sarebbero passate inosservate se ogni cosa fosse rimasta classificata sotto la propria categoria’ (p. 233-234) costituisce il criterio di partenza. Se si crea un nesso tra l’Indice Categorico di Tesauro, sorta di contenitore-organizzatore, e le stagioni, come contenitori/organizzatori che guidano Blexbolex, il gioco è fatto.

Tesauro elenca: ‘sotto il Vedere stanno il Visibile e l’Invisibile, l’Apparente, il Bello o il Deforme, il Chiaro e lo Scuro, il Bianco e il Nero’ (p. 234).

Blexbolex dentro le sue stagioni mette una catastrofe, uno spasso, una fatica, un profumo, una preoccupazione, un piacere, una tristezza, un’esuberanza, UN DESIDERIO e la meravigliosa EBBREZZA da cui siamo partiti.

 Stagioni, Blexbolex, Orecchio acerbo 2010
Stagioni, Blexbolex, Orecchio acerbo 2010

Se, nota ancora Eco, il modo di procedere degli enciclopedisti barocchi può sembrare a prima vista ‘disordinato’ esso altresì garantisce ‘la scoperta di relazioni inattese’. L’ordine non è più genealogico o gerarchico, non ha un suo centro e, soprattutto, non pare avere un inizio e una fine definiti.

Blexbolex che si muove in Stagioni con un criterio per certi aspetti analogo, nella sua sempre diversa relazione tra parola e immagine ha fatto quindi un passo in più verso il superamento del limite di cui parlavamo in principio.

 

Stagioni, Blexbolex - Orecchio acerbo 2010
Stagioni, Blexbolex – Orecchio acerbo 2010

 

DALL’OuLiPo A BALLATA

Ballata, la storia di un bambino (o sono più bambini?) che per sette giorni di seguito dalla scuola prende la strada di casa, è un meccanismo a orologeria che dell’imagier mantiene fedelmente la forma, parole e immagini, ma ne potenzia il senso, fino a trasformarlo in qualcosa d’altro.

Tappa conclusiva di un percorso durato sette anni, Ballata, al suo contenuto narrativo, aggiunge elementi che nei due libri precedenti erano solo in nuce.

Se da un lato Blexbolex continua ad avere come obiettivo, dopo aver raccontato in due imagier l’umanità e il tempo, quello di esplorare un altro grande contenitore, la fiaba, dall’altro, nel farlo cerca di ‘complicarsi la vita’ attraverso diversi e ulteriori vincoli e regole narrative.

Se già negli anni Sessanta l’OuLiPo  – l’Ouvroir de Littérature Potentielle (officina di letteratura potenziale) –  si era posta come obiettivo quello di fare letteratura attraverso vincoli precisi e prestabiliti di scrittura, sulla loro scia altrettanto si prefigge Blexbolex nella costruzione di Ballata. In realtà il suo punto di partenza è più affine alle esperienze maturate all’interno dell‘OuBaPo – l’Ouvroir de BAnde dessinée Potentielle – declinazione degli anni Novanta del movimento fondato da Queneau e da Le Lionnais trent’anni prima.

Ballata condivide con il fumetto un concetto di base, lo spazio ‘vuoto’ che esiste tra una vignetta e l’altra. Tale spazio silenzioso, i fumettisti dell’OuBaPo lo colmarono con altre vignette, Blexbolex con l’inserimento di un elemento ulteriore, composto come sempre dal binomio immagine/parola. Ed è proprio questo spazio vuoto che diventa protagonista nel meccanismo narrativo. Se sfogliamo le prime pagine di Ballata ce ne accorgiamo subito.

La scarna trama del primo racconto composta di tre elementi – scuola, tragitto, casa – si arricchisce nei due spazi vuoti (dopo l’immagine scuola e dopo l’immagine tragitto) con altre due definizioni con le relative immagini, strada e foresta. Ne risulta la seguente progressione: scuola, strada, tragitto, foresta, casa.

 

Ballata, Blexbolex, Orecchio acerbo 2013
Ballata, Blexbolex, Orecchio acerbo 2013
Ballata, Blexbolex, Orecchio acerbo 2013
Ballata, Blexbolex, Orecchio acerbo 2013

 

Ed ecco che, come se nulla fosse, Blexbolex ha per le mani un altro vincolo cui sottomettersi. Un vincolo numerico.

Se, come facevano i fumettisti, tra una immagine e l’altra se ne inserisce una terza, a ogni nuova sequenza nel libro, il numero delle immagini aumenterà esponenzialmente, secondo una precisa progressione.

È facile fare il calcolo: a ogni nuova giornata il numero delle tavole aumenterà. Ma di quanto? Per saperlo si deve moltiplicare per 2 il loro numero e al risultato sottrarre 1.

In sintesi, se il primo giorno ci sono 3 immagini, nel secondo se ne conteranno 5 (3×2-1). Se al secondo giorno le figure sono 5, in quello successivo saranno 9 (5×2-1). Poi 17, 33 fino ad arrivare a 129. Ed è effettivamente questo il numero di binomi immagini/parole che compone il racconto dell’ultimo giorno del percorso.

La sfida è troppo alta per non essere accettata.

Così Ballata costruisce la sua narrazione ‘fiabesca’ inserendo, nei sette giorni che si susseguono, ogni volta tanti elementi quanti sono nella sequenza precedente -1. Con grande disinvoltura, in questa griglia così rigida Blexbolex costruisce, come accadeva nelle ballate popolari che si componevano di strofe sempre arricchite di particolari, l’ultimo suo libro.

Prendendo a evidenza ispirazione dal saggio Morfologia della fiaba di Vladimir Propp (Einaudi 1966), Blexbolex costruisce una narrazione che non vuole essere una fiaba in sé, ma un racconto fatto di fiabe. Per cui in essa sono riconoscibili personaggi – la strega, i briganti, il folletto, la regina, il drago – o topoi – la foresta, la capanna, il castello, i sotterranei – presi a prestito dal patrimonio comune della fiaba popolare.

A questo repertorio però si aggiunge una ferma volontà di costruire una narrazione, senza mai venir meno al patto di usare solo il binomio immagine/parola.

In tale prospettiva la relazione che si crea tra i due elementi è di massimo interesse.

In Ballata, giocoforza, le definizioni si ripetono, ma le immagini connesse sono ogni volta diverse, creando con la parola un legame di volta in volta differente.

 

E come se non bastasse, uno dei personaggi chiave, la strega, esercita il suo potere su parole e immagini, facendole capovolgere, scomporre e addirittura sparire.

A parte l’enorme stupore che questo genera nel lettore, un fatto del genere ci fa capire come sia possibile muoversi all’interno di una narrazione in direzioni anche metalinguistiche. Un po’ come a dire che l’immagine, in quanto narrazione, esce dal suo binario consueto di relazione coerente con la parola che l’accompagna e si permette di mettersi e metterla in subbuglio.

In una struttura di estremo rigore, piena di vincoli, Blexbolex riesce a generare un meccanismo di gioco che può moltiplicarsi all’infinito.

L’estrema precisione e rigore che lui pretende ci sia in ogni parte dei suoi libri – dal formato (in Ballata, per esempio, allude a quello tipico del romanzo), al tipo di immagine, al colore (in Ballata, per esempio, sono solo tre pantone sapientemente rielaborati con il digitale) – per paradosso genera oggetti di smisurata libertà.

La grandezza di questa trilogia di libri risiede proprio in questa loro capacità di essere nel contempo oggetti rigidi e creativi.

Il grande spazio vuoto, la distanza che si crea tra immagine e parola favorisce l’inventiva, solletica l’immaginazione. Amplia enormemente la possibilità di ‘gioco’ per il lettore che può decidere di inventare una propria storia, o cercare di costruirla con ciò che sa già, o, ancora, può aspettare per vedere dove essa lo stia portando.

Che tutto questo sia stato semplice, e non sia costato nulla in termini di fatica e lavoro mattissimo e disperato, proprio non si può dire.

Lo stesso Blexbolex  racconta molto bene in un’intervista rilasciata nel 2014 a Sam Mc Cullen di  Picturebooks Makers le grandi difficoltà che a livello narrativo e di creazione di immagini Ballata abbia comportato. Se le prime sequenze sono scaturite con una certa facilità, nelle ultime, e in particolare in quella finale con 129 immagini e definizioni, il rischio di perdere coerenza era altissimo.

Eppure l’effetto voluto è stato raggiunto: una sequenza, che racchiude in sé un gioco matematico e gran parte dell’immaginario delle fiabe, e che, davanti agli occhi del lettore, assume la consistenza di un sogno.

Ballata, Blexbolex, Orecchio acerbo 2013
Ballata, Blexbolex, Orecchio acerbo 2013

 

A me pare che il limite a questo punto possa considerarsi superato.

Quel limite che è rappresentato dalla cornice che racchiude la forma, dalla finitezza che qualsiasi lista elaborata da mente umana porta con sé; ebbene quel limite è rimasto indietro di fronte all’infinitezza dell’immaginazione.

Maestra dell’immaginazione è l’infanzia.

Una risposta

  1. […] ad approfondire BlexBolex leggendo questa analisi di Carla Ghisalberti su Libri Calzelunghe e questo post di Maria Polita su Scaffale […]