Kevin Brooks: anatomia di una scrittura che divide

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Io non mando “messaggi ai ragazzi” in nessuno dei miei libri. Non dico mai “questo è giusto”, “questo è sbagliato”, non dico mai cosa dovrebbero pensare o come si dovrebbero comportare.

Non è il mio lavoro. Io scrivo semplicemente storie e cerco di rappresentare il mondo con il massimo realismo consentito all’interno di un contesto d’invenzione. Io scrivo della vita, e la vita è fatta di ogni genere di cose: buone, cattive, allegre, tristi. […] non sono un insegnante o un predicatore, sono uno scrittore.

I miei libri comunicano tutto quel che il lettore vuole che comunichino. Perché una volta letta una storia, quella storia prende vita nella tua testa, diventa parte di te e quindi ti appartiene.

Sei tu che costruisci la storia. Tu, e non io, sei il latore di messaggi.

Kevin Brooks nasce nel 1959 vicino ad Exeter, nel sudest dell’Inghilterra, secondo di tre fratelli, in una famiglia non particolarmente portata alle manifestazioni d’affetto. Già adulto ed affermato scrittore, racconterà che l’incontro con la moglie, proveniente da un contesto molto più amorevole e premuroso, sarà per lui un’autentica rivelazione.

La radice profonda di quel senso di isolamento che Brooks dimostrerà di saper raccontare in maniera efficace, è probabilmente da ricercarsi – però – nell’esperienza scolastica del piccolo Kevin. Vincitore di una borsa di studio alla scuola privata locale, si trova improvvisamente, per il fatto di essere più povero degli altri, ad indossare un’uniforme scolastica diversa e a dover salire su un autobus separato. A quel quotidiano apartheid Kevin Brooks deve l’incontro con la lettura, e con una lunga serie di amici, scovati tra le pagine dei romanzi che divora uno dopo l’altro, nonché una capacità di mascherare le proprie emozioni che gli consentirà di attraversare – più o meno indenne – l’adolescenza e la prima giovinezza in un mondo, quello dell’Inghilterra rurale degli anni ’70, violento e brutale, in cui l’appartenenza alla gang sbagliata nel momento sbagliato, o un abbigliamento non adeguato, possono costare la vita. Kevin suona il basso in una punk band, salvo uscirne quando si rende conto che i suoi stessi compagni si trovano a loro agio in quell’ambiente violento che lui, al contrario, detesta profondamente. A puro titolo di cronaca, il cantante della sua band muore poco dopo, per le conseguenze di un’aggressione subita.

Kevin Brooks, Martyn Pig, Chicken house, 2002
Kevin Brooks, Martyn Pig, Chicken house, 2002

Kevin Brooks continua a scrivere musica, si dedica alla pittura, studia filosofia e soprattutto scrive incessantemente, una storia dopo l’altra, collezionando una serie di rifiuti finché, nel 2001, dopo aver letto il primo capitolo di Martyn Pig, Barry Cunningham, l’editor celebre per aver scoperto J.K. Rowling, gli fa sottoscrivere il primo contratto.

Ad oggi, con più di venti romanzi pubblicati, Kevin Brooks è uno degli autori young adult più amati, ma anche più discussi, del panorama della letteratura inglese, e negli ultimi tempi i riconoscimenti alla sua opera iniziano ad arrivare anche al di fuori del suo paese natale. In Italia, ad esempio, Kevin Brooks ha vinto, con L’estate del coniglio nero, il Premio Mare di Libri, che è un premio letterario sui generis, dal momento che la sua giuria è composta da dieci adolescenti forti lettori.

Il punto è questo: gli adolescenti amano le storie di Kevin Brooks, molto più degli adulti. Le apprezzano perché Brooks non ha lezioni da impartire, né intenti moralistici da occultare all’interno della sua pagina: le vicende che egli narra appaiono agli adolescenti la vita, come accade davvero, niente di più e niente di meno. Brooks non nasconde, non attenua, non dà risposte consolatorie, non alimenta false speranze. La sua scrittura – diretta, asciutta, spesso dura – sembra riflettere in pieno la scelta dei contenuti.

I romanzi di Brooks prevedono sempre il narratore interno e la prima persona singolare, scelta che permette di instaurare una forte relazione empatica tra lettore e personaggio, e che probabilmente consente all’autore di entrare in profondità nella mente e nel cuore dei suoi giovani protagonisti, che risultano spesso ben delineati, complessi, capaci di attrarre la simpatia (intesa nel suo significato etimologico di “condivisione delle emozioni”) più che il giudizio, nonostante si trovino sovente in situazioni drammatiche e oscure.

Benché la trama risulti differente da romanzo a romanzo, è evidente l’insistenza su un tema ricorrente, quello dell’isolamento; i protagonisti dei suoi romanzi si configurano normalmente come outsider, emarginati dal gruppo, osservatori del circostante da una situazione liminale, come se Brooks riconoscesse a questo punto di vista una condizione privilegiata rispetto a chi si trova immerso nella situazione che viene descritta e all’interno della quale si verifica spesso un evento traumatico.

Molti tra i romanzi di Brooks hanno uno sviluppo noir, spesso viene commesso un crimine. In più di un’intervista l’autore inglese ricorda la sua predilezione per Raymond Chandler. Martyn Pig, il protagonista del suo primo romanzo del 2002, afferma:

In case you don’t know, Raymond Chandler is the best detective writer ever. Philip Marlowe, that’s whom he writes about. Blackmail, murder, mystery, and suspense. And a plot with more twists than a snake with a bellyache.

Nel caso in cui non lo sappiate, Raymond Chandler è il miglior scrittore di gialli di ogni epoca. Philip Marlowe, è il protagonista delle sue opere. Ricatti, omicidi, mistero e suspense. E una trama in cui i colpi di scena sono più delle torsioni di un serpente con il mal di pancia.

Appare chiaro come la narrativa di Brooks tenda a ricercare soluzioni affini a quelle che il suo protagonista apprezza nell’autore americano. La sua opera prima, inedita in Italia, ci è utile per disvelare un altro modello della scrittura di Kevin Brooks:

It’s hard to know where to start with this. I suppose i could tell you all about i was born, what it was like when Mum was still around, what happened when i was a little kid, all that kind of stuff, but it’s not really relevant.

È difficile sapere da dove cominciare. Suppongo che potrei raccontarvi tutto su dove sono nato, come andava quando mamma era ancora in giro, cosa è accaduto quando ero piccolo, e tutta quella roba là, ma non è davvero rilevante.

Anche il lettore meno accorto riconosce immediatamente il riferimento all’incipit de Il giovane Holden di J.D.Salinger, e può così identificare con chiarezza la matrice principale di quel tono sarcastico che Martyn, come altri personaggi “brooksiani”, utilizza. Un terzo riferimento possibile, contemporaneo, per la scelta delle ambientazioni e per la bravura nel disegnare adolescenti inquieti, è Melvin Burgess.

Fin dai primi libri pubblicati, inediti in Italia, appare evidente che Kevin Brooks ama affrontare temi difficili e controversi. Nella già citata opera prima si parla di bullismo e di abuso domestico, in Lucas (2003), compaiono discriminazione e xenofobia, laddove in Kissing the rain (2004) l’outsider è un ragazzino obeso. In The road of the dead ritornano violenza sessuale e omicidio.

Kevin Brooks, Una canzone per Candy, Casale Monferrato, Sonda, 2010
Kevin Brooks, Una canzone per Candy, Casale Monferrato, Sonda, 2010

Il primo editore italiano a pubblicare un romanzo di Kevin Brooks è Sonda, che sceglie Una canzone per Candy per inaugurare la collana “Idrogeno”, rivolta alla fascia di lettori tra i quattordici e i diciotto anni. Il protagonista della vicenda è Joe, un ragazzino fragile, musicista, che un giorno, smarritosi nella zona di King’s Cross, a Londra, incontra Candy, ragazza bellissima e carismatica, e ne rimane letteralmente folgorato.

Ben presto viene a sapere che Candy è una giovanissima prostituta, eroinomane, schiava di un uomo violento e spietato, Iggy, che usa la sua dipendenza per tenerla legata a sé. I due cominciano cautamente a frequentarsi e Joe decide di mettere la sua vita in gioco per salvare Candy, verso la quale ormai prova una vera e propria ossessione. La fuga dei due giovani conduce Iggy a rapire la sorella del protagonista, e al climax della narrazione avviene uno scontro in cui la giovane accoltella il protettore al collo, prima di essere condotta in un centro di riabilitazione. La sconfitta del “cattivo”, che in questo romanzo in qualche misura avviene, non lascia spazio però alla ricomposizione consolatoria di un lieto fine tout court, dal momento che i due giovani sono separati alla conclusione del romanzo e che l’ultima immagine di Joe nell’explicit è quella di un ragazzo confuso, dal cuore spezzato e ancora prigioniero della sua ossessione.

Nello spazio di un romanzo di media lunghezza, dalla trama avvincente e scandita in gran parte dall’azione dei due protagonisti, sembra emergere però il vero tema, profondo, del testo, e cioè l’analisi dei meccanismi psicologici della dipendenza. Come ha osservato anche il critico Wendy Kelleher, eroina e innamoramento sembrano talvolta due dipendenze sovrapposte, tanto che il linguaggio che le descrive sembra fondersi: i verbi, i sostantivi e gli aggettivi che Brooks utilizza inizialmente per descrivere la dipendenza di Candy dall’eroina, saranno poi ripresi – spesso in maniera evidente – per descrivere l’ossessione amorosa di Joe.

Kevin Brooks, L’estate del coniglio nero, Milano, Piemme, 2014
Kevin Brooks, L’estate del coniglio nero, Milano, Piemme, 2014

Il secondo romanzo comparso in Italia, per i tipi di Piemme, il primo a dare grande visibilità a Kevin Brooks, è L’estate del coniglio nero, che per maturità espressiva e temi affrontati può a buon diritto costituire una summa della sua narrativa.

Si tratta del racconto di un momento di passaggio, dell’estate in cui Pete, sedicenne apatico e umbratile, si accinge a salutare gli amici dell’infanzia, prima che ognuno di loro inizi una nuova vita. L’azione prende avvio quando Nicole, in procinto di trasferirsi in Francia con il fratello Eric e con la famiglia, telefona a Pete per invitarlo ad un ultimo appuntamento di commiato, soltanto in quattro, come ai vecchi tempi: Pete, Nicole, Pauly ed Eric. Pete insiste per coinvolgere anche Raymond, un ragazzo difficile, che vive in una famiglia deprivata con l’unica consolazione del rapporto morboso con il suo coniglio nero, con il quale gli sembra di comunicare attraverso il pensiero. Mentre tutti gli altri, col tempo, hanno smesso di frequentarlo, identificandolo come elemento da emarginare per la sua stranezza, Pete ha continuato ad essergli amico, a fargli visita, a rispettarlo.

Il programma della serata è semplice: ritrovarsi nel vecchio capanno dell’infanzia per bere e fumare un po’, e poi proseguire la serata al luna park. Fin dall’inizio, però, la serata prende una piega diversa, e Pete assiste, con la percezione deformata da una sostanza allucinogena ingerita inconsapevolmente, ad una serie di avvenimenti drammatici: Nicole, che aveva tentato di rimanere da sola con Pete per suggellare il loro addio con un rapporto sessuale, vista la reticenza confusa del ragazzo, si allontana e finisce per essere avvicinata da un giostraio senza scrupoli che la terrà con sé per la notte, mentre Raymond viene avvicinato da Stella Ross, una vecchia compagna del gruppo, divenuta una specie di star grazie alle foto osé comparse su Internet. I due spariscono: mentre Stella viene ricercata con grande spiegamento di forze, alla scomparsa di Raymond non dà peso neppure la famiglia. Quando poi Stella viene ritrovata morta, nessuno ha più dubbi: Raymond è identificato come il sicuro colpevole.

Solo Pete mostra di non credere a questa facile verità preconfezionata, anche perché non mancano gli elementi dissonanti: chi ha ucciso crudelmente il coniglio nero di Raymond? Perché Eric a un certo punto della nottata ha mostrato familiarità con Wes, il bullo solitamente temuto e tenuto a grande distanza, e ha poi mentito sull’orario del suo rientro a casa? Pete, con grande coraggio, riesce a ristabilire una parte della verità, quella riferita alla morte di Stella, dietro alla quale si nasconde una vicenda di ricatti e di amore omosessuale che coinvolge una parte del gruppo.

Il finale del libro è estremamente indicativo di quale idiosincrasia l’autore abbia nei confronti delle storie con un lieto fine paternalistico. Raymond non si trova, il finale è assolutamente aperto.

La polizia sta ancora indagando. Stanno anche valutando la possibilità di un nesso fra Raymond e gli altri adolescenti scomparsi dai luna park. Si parla di un paio di piste promettenti, ma al momento non c’è ancora niente di certo. Solo possibilità. Teorie. Sospetti. Tanti forse. Forse Raymond è stato rapito. Forse è solo scappato di casa. Forse è ancora in giro, da qualche parte. Forse è ancora vivo. Non so… Quello che so è che sarà sempre con me, nella mia mente e nel mio cuore… Ci sarà sempre. Vada come vada.

(da Kevin Brooks, L’estate del coniglio nero)

Nei romanzi di Brooks non si trovano risposte e spiegazioni dettagliate della vicenda: egli, anche in omaggio ai suoi studi filosofici, predilige che nella mente del lettore restino vive, aperte, delle domande, sia sui possibili sviluppi dell’intreccio, sia sulle “grandi questioni esistenziali” che le sue storie sfiorano. Tanto basta per accusare l’autore di lanciare messaggi negativi ai giovani, di non infondere loro speranza, senza peraltro considerare opportunamente le parole e l’attitudine di Pete nei confronti di Raymond per tutto il romanzo.

Ma per alcuni lettori adulti questo non sembra avere importanza. Quello che rimane della lettura de L’estate del coniglio nero al sito web Common Sense Media, un portale che si propone di indicare ai genitori quali letture siano da ritenere idonee per i loro figli, è questo:

Parents need to know that this book involves a murder of a teen by a teen, suicide, hallucinogenic drug use, and drunken teen sex. After all that, other iffy behavior seems rather tame: teens lie to their parents and police, smoke cigarettes and pot, and drink hard alcohol recreationally. Another disturbing element is the main character’s apathy toward his own life and others’.

I genitori devono sapere che questo libro prevede l’uccisione di un’adolescente da parte di un coetaneo, il suicidio, l’uso di sostanze allucinogene, e un rapporto sessuale da ubriachi; inoltre altri comportamenti dubbi appaiono quasi normali: i ragazzini mentono ai genitori e alla polizia, fumano sigarette e marijuana, bevono superalcolici per divertirsi. Un altro elemento disturbante è l’apatia del protagonista riguardo alla sua vita e a quella degli altri.

Kevin Brooks, Bunker diary, Milano, Piemme, 2015.
Kevin Brooks, Bunker diary, Milano, Piemme, 2015.

Il caso Bunker diary

– Perché fa così, Linus?

Le erano venute le lacrime agli occhi.

– Perché è tanto cattivo con noi?

– Non lo so. C’è gente che è fatta così. Le piace essere cattiva.

– Perché?

– Non lo so.

(da Kevin Brooks, Bunker diary)

Il romanzo che più di ogni altro, però, attira le critiche di una parte consistente dei suoi lettori adulti è Bunker diary, pubblicato nel Regno Unito nel 2013 e in Italia nel 2015, un po’ perché, come vedremo, Brooks sembra aver compiuto un salto di qualità nel suo percorso di sfida ai clichés della narrativa politicamente corretta, un po’ perché il romanzo vince, nel 2014, la prestigiosa Carnegie Medal.

La vicenda di Bunker diary prende avvio quando Linus Weems, sedicenne che vive in strada dopo la fuga dal collegio in cui il padre, fumettista ricco e famoso quanto distante lo ha confinato, si risveglia su una sedia a rotelle in un ascensore che si apre su un appartamento senza finestre: sei camere arredate in modo essenziale e una cucina con sei piatti, sei posate, sei bicchieri. Ricorda di essere stato rapito da un uomo che si è finto cieco, a cui egli ingenuamente aveva prestato aiuto. Il ragazzo si rende conto ben presto che “l’uomo di sopra” – così chiama il suo rapitore – ha installato telecamere e microfoni per controllarlo. L’unico mezzo di comunicazione con il mondo esterno è l’ascensore, ed è dall’ascensore che, uno dopo l’altro, arrivano i cinque compagni di sventura: per prima Jenny, una bambina di nove anni, che stringe da subito un profondo rapporto affettuoso con Linus. A Jenny si deve l’idea di chiedere al rapitore del cibo, attraverso una lettera formulata con gentilezza, ed inviata attraverso l’ascensore.

In seguito arriveranno gli altri quattro prigionieri, ognuno con una storia differente: Anja, una donna in carriera sdegnosa, Bird, un corpulento uomo d’affari, Fred, un tossicodipendente e infine Russell, un uomo anziano, malato terminale di tumore al cervello. Ben presto i sei capiscono che ogni tentativo di fuga porta a severe punizioni da parte dell’uomo: musica assordante, gas tossici, sospensione del cibo, un doberman assetato di sangue. Linus si sforza, con grande dignità, di stimolare la cooperazione tra i sei prigionieri, ma spesso i suoi tentativi devono scontrarsi con l’ostilità e l’egoismo degli altri, soprattutto gli adulti.

Col passare dei giorni la situazione precipita, a partire dal momento in cui “l’uomo” promette la liberazione a chi è capace di uccidere uno dei compagni: Anja viene strangolata, presumibilmente da Bird, Fred uccide Bird nel corso di un litigio, Russell si suicida. Rimasti in tre, i prigionieri si accorgono che il rapitore non comunica più con loro: è stato ucciso? Si è stancato di giocare con loro e se n’è andato? Dopo la morte di Fred, che beve candeggina scambiandola per acqua, e quella di Jenny, che si spegne tra le braccia di Linus, il diario si interrompe bruscamente a metà di una frase.

Lorna Bradbury, dalle colonne del Telegraph, ha definito il romanzo “ripugnante e pericoloso” e ha confessato la sensazione di aver sprecato del tempo, leggendolo, come se fosse stata manipolata da uno psicopatico pervertito, esattamente quello che accade ai sei protagonisti. L’accusa che si rivolge a Brooks è in definitiva sempre la stessa: aver mostrato il suicidio, la dipendenza dall’eroina, la violenza, e non averli riscattati con un lieto fine, né distanziati attraverso un confortante scenario distopico. In definitiva, come osserva anche Manuela Salvi nel suo articolo L’innocenza imposta (Liber 105) si ritiene che i libri per ragazzi debbano essere rassicuranti: nessuna delle brutture dell’umanità deve trovarvi cittadinanza, nessuno di quegli inevitabili aspetti della realtà che gli adolescenti trovano ogni giorno sui quotidiani, in TV, su Internet deve essere mostrato in un romanzo young adult se non attenuato, edulcorato da un finale edificante.

L’autore, nel suo discorso di accettazione del premio, ha affermato invece:

Come lettori, i bambini, e gli adolescenti in particolare, non hanno bisogno di essere coccolati con la speranza artefatta che ci sarà sempre un lieto fine. […] Vogliono essere immersi in tutti gli aspetti della vita, non solo in quelli semplici. Non hanno bisogno che si dica loro di non preoccuparsi, che tutto alla fine andrà bene, perché sono perfettamente consapevoli che nella vita reale le cose non vanno sempre bene alla fine.

Detto questo, è innegabile che la lettura di Bunker diary sia forte e che il finale lasci spiazzati; ma una volta metabolizzato l’esito della vicenda, il lettore deve ripercorrere tutta la storia e, analogamente a L’estate del coniglio nero, chiedersi se sia corretto ricercare solo nel finale un elemento di speranza. Bunker diary presenta al lettore, in modo anche scioccante se vogliamo, l’esistenza del male, gratuito e crudele. Possiamo negare, alla luce delle travagliate vicende del mondo occidentale, che esso esista? Non è forse l’ostinato umanesimo di Linus, che non si piega nemmeno per un attimo alla degradazione dei suoi compagni, un esempio di resistenza?

Jenny ha insistito per scrivere “Grazie” al fondo. Dopo, mentre non guardava, ho aggiunto per quello di sopra:” Si fa quel che si deve, sa? Si fa quel che si deve”.

(da Kevin Brooks, Bunker diary)

La parola ai giovani lettori

Kevin Brooks riceve il Premio Mare di Libri immagine concessa gentilmente da www.maredilibri.it)
Kevin Brooks riceve il Premio Mare di Libri (immagine concessa gentilmente da www.maredilibri.it)

Come insegnante e promotore della lettura, considero un caposaldo della mia attività la personalizzazione dei percorsi: intendo dire che non consiglio mai lo stesso libro a gruppi eterogenei di lettori, ma cerco, quando si tratta di portare alla conoscenza del gruppo nuovi titoli, di elaborare proposte mirate, che tengano conto delle caratteristiche e degli interessi di ognuno.

Viceversa, difficilmente ostacolo il passaparola tra i membri del gruppo. La narrativa di Kevin Brooks – autore che non propongo in classe ma solo ai lettori dai 13-14 anni – ha incontrato i ragazzi del blog Qualcuno con cui correre all’uscita de L’estate del coniglio nero, periodo che è coinciso con l’inserimento di Emma e Flaminia nella giuria del premio letterario Mare di libri. Bunker diary, invece, ha iniziato a circolare nella redazione dopo che sette – otto ragazzi hanno assistito alla presentazione del libro a Rimini, alla presenza dello stesso Brooks.

Il gradimento nei confronti dei due romanzi è, nella mia esperienza, pressoché totale. Per confermare quanto ho affermato nella prima parte dell’articolo, in merito alle caratteristiche che fanno sì che la scrittura di Kevin Brooks sia molto apprezzata dai giovani lettori, ho condotto una serie di interviste ai membri dei due gruppi di lettura con cui mi confronto più spesso, i ragazzi che lavorano con me a Qualcuno con cui correre e i volontari di Mare di Libri, con cui abbiamo stretto una sorta di gemellaggio costante. Ho chiesto se e perché hanno apprezzato i due romanzi, se i temi forti in essi contenuti li hanno disturbati o messi in imbarazzo, cosa pensano dell’idea che siano romanzi inadatti ai giovani e privi di messaggi di speranza, e infine quali accorgimenti debba avere un adulto prima di consigliarli agli adolescenti. Riporto qui, in breve, alcune delle risposte:

Flaminia, 14 anni – Sì, mi sono piaciuti entrambi, sono scritti molto bene e rendono l’atmosfera, la tensione. Nonostante che lo stile sia semplice sono molto riflessivi. Inquietanti, ma non spaventosi. Non è la violenza che predomina (nonostante che soprattutto in Bunker diary siano presenti scene cruente), ma la reazione dell’essere umano rispetto a questa. Non penso che siano senza messaggio di speranza, perfino nella scena finale di Bunker Diary. Inoltre i ragazzi di oggi sono abituati ad affrontare certi temi con molta leggerezza, per quanto possa non essere bello. Sappiamo comunque autoregolarci su ciò che può o meno impressionarci.

Sarah, 16 anni – Il finale aperto è una tecnica spiazzante e poco usata in romanzi del genere: ottima scelta!

Emma, 14 anni – Mi sono piaciuti molto entrambi, si leggono tutto d’un fiato nonostante non siano libri “leggeri”. Trasmettono alle perfezione le emozioni dei protagonisti e l’atmosfera che li circonda.

Francesco, 14 anniBunker diary mi è piaciuto perché è originale, mi sono un poco ritrovato nel protagonista, è imprevedibile e ti tiene incollato fino all’ultima parola, se inizi a leggerlo ci stai per ore ma finché non lo finisci non ti stacchi.

Allegra, 16 anni – Ho letto per ora solo Bunker Diary, ma mi è piaciuto molto e ho intenzione di leggere anche l’altro. Mi è piaciuto perché mi ha catturata, mi ha tenuta attaccata alle sue pagine. L’ho letto molto in fretta e facendo pochissime pause, tanto mi aveva coinvolta. Tantissima suspense: penso sia questa la cosa che ho preferito del libro. Io credo che un libro non debba essere sconsigliato ai ragazzi solo perché senza happy ending. Non viviamo sempre nel mondo delle favole.

Viola, 17 anni – Ho avuto la sensazione che Kevin Brooks non avesse paura di confrontarsi con i suoi lettori, anche se più giovani, che scoprisse i risvolti delle vicende insieme a noi, che non volesse darci una storia banale, piatta. Il suo stile è incisivo e diretto, i temi attuali e verosimili, ma soprattutto ben analizzati. L’introspezione dei personaggi è una delle migliori che abbia mai letto in un libro per ragazzi. E il particolare che in molti romanzi mi ha deluso (il finale aperto e “incompleto” a mio parere) qui mi ha entusiasmato: Brooks ha così rispetto per il suo lettore da permettergli di scegliere! La speranza o la realtà? Ognuno, leggendo questi libri, ha il privilegio di rendere le storie assolutamente personali e intime. Forse mi ha angosciato, ma penso che sia un pregio, pochi libri ormai riescono a provocare emozioni autentiche. Lascerei a un ragazzo l’autonomia di decidere cosa pensare di questi libri, di sentirsi spaventato o debole, di confrontarsi con un mondo che è solo dietro l’angolo. Però proporrei un dibattito per capire che non c’è una sola “via d’uscita”, una sola fine. E così quello che ha pensato il peggio può confrontarsi con quello che ha invece mantenuto la speranza, il cinico con il sognatore, in modo da non distinguere il bianco dal nero. Penso che i libri di Brooks disturbino più gli adulti dei giovani. I ragazzi sono più curiosi, intrepidi, instancabili. Vogliono sapere, non amano la censura. Gli adulti, spesso e purtroppo, hanno paura dello sfrontato slancio giovanile, così in Bunker Diary vedono la violenza, il suicidio, la perversione, ma hanno davvero letto quello che scrive il protagonista? Hanno immaginato la loro fine del libro? Perché non vogliono scegliere di vedere la speranza?

BIBLIOGRAFIA
Kevin Brooks, Martyn Pig, Chicken house, 2002
Id., Lucas, Chicken house, 2003
Id., Kissing the rain, Chicken house, 2004
Id., The road of the dead, Chicken house, 2006
Id., Una canzone per Candy, Casale Monferrato, Sonda, 2010
Id., L’estate del coniglio nero, Milano, Piemme, 2014
Id., Bunker diary, Milano, Piemme, 2015.