Il punto di vista di un outsider. Intervista a Kevin Brooks

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L’autrice italiana Manuela Salvi, in un suo articolo, afferma: “Molti adulti sono convinti che i libri per ragazzi debbano essere “rassicuranti”, una zona franca in cui rifugiarsi dalle brutture dell’umanità. Un luogo in cui, in nome dell’innocenza, possono essere sacrificati la diversità, la curiosità, la ricerca di sé, il dubbio, la paura e persino la realtà”. Perché, secondo lei, i libri spaventano così tanto gli adulti, che non sembrano preoccupati allo stesso modo riguardo, ad esempio, alla televisione?

È un’ottima domanda, per me ancora senza risposta. Quando gli adulti fanno affermazioni come queste, mi chiedo sempre: Cosa pensano che succeda a un ragazzo che legge un libro definito “controverso” o “difficile”? Pensano che si trasformi di colpo in un mostro? Pensano che i ragazzi siano troppo stupidi per misurarsi con argomenti complessi e talvolta inquietanti?

Va benissimo, è chiaro, che bambini (e adulti) leggano per svago (lo faccio sempre anch’io), ma la letteratura (e la vita) è molto più che stare bene, e fingere che invece lo sia è da irresponsabili.

Bunker Diary è senz’altro il più controverso dei suoi romanzi. L’attribuzione della Carnegie Medal è stata oggetto di fortissime polemiche. Immagino che la storia editoriale del romanzo non sia stata semplice: ha incontrato difficoltà a farlo pubblicare? Qual è stata, poi, emotivamente, la sua reazione nel leggere aggettivi come “ripugnante” riferiti al suo romanzo?

La prima stesura di Bunker Diary risale a più di dieci anni fa. Bunker Diary avrebbe dovuto essere il mio terzo romanzo, ma quando l’ho proposto al mio editore, ha deciso che era meglio non pubblicarlo. Il problema non era semplicemente che il romanzo fosse troppo cupo e deprimente, ma che fosse privo di speranza. C’era, e c’è ancora, nella letteratura per ragazzi, la convinzione diffusa che, per quanto cupo e/o angosciante, un libro debba almeno racchiudere un elemento di speranza, e il mio editore credeva che a Bunker Diary mancasse quell’elemento. Non ero d’accordo, non solo con l’idea che i romanzi per ragazzi dovessero avere una qualche forma di speranza (un atteggiamento che reputo piuttosto paternalistico), ma anche con la sua opinione che Bunker Diary ne fosse privo. A mio avviso, di speranza, ne ha, e molta… solo non del tipo più scontato.

A ogni modo, ho accettato la decisione del mio editore (non avevo altra scelta) e ho iniziato a scrivere altro. Non ho abbandonato Bunker Diary però e, nel corso dei dieci anni successivi, non ho mai smesso di tentare di farlo pubblicare da altri editori. Continuavo a girare a vuoto ma allo stesso tempo a lavorare sul libro, tra un romanzo e l’altro, riscrivendo, affinando, migliorando. Così quando ho finalmente convinto Sarah Hughes, il mio editor alla Penguin, a pubblicarlo avevo lavorato sul libro per più di dieci anni, e il romanzo era, per quanto possibile, perfetto.

Ho sentimenti contrastanti verso la definizione di “ripugnante” e verso gli altri commenti offensivi sul romanzo. Da un lato, potrei semplicemente liquidarli come le solite idiozie della stampa, scritte da giornalisti con nessuna voglia di lavorare, sulle quali non vale neppure la pena di rimuginare. Tra parentesi, se la giornalista che ha usato la parola “ripugnante” davvero pensava che i ragazzi non dovessero leggere il libro, perché scrivere un articolo polemico destinato a procurare al romanzo più lettori? Dall’altro lato, però, mi pesa che il libro sia stato travisato e che, a causa dell’opinione idiota di una persona – una tra le migliaia di altre opinioni molto positive – sia ora sempre ricordato come “il controverso vincitore della Carnegie Medal” – il che è davvero un gran peccato. Sono molto orgoglioso del romanzo; per me significa moltissimo; e per quanto cerchi di farmi scivolare addosso certi commenti, non posso fare a meno di restarne ferito – non tanto dai commenti in sé, quanto dall’effetto che hanno avuto, e tuttora hanno, sul modo in cui libro viene percepito.

Emerge una certa differenza, tra adulti e ragazzi, nel confrontarsi con il finale di Bunker Diary: normalmente gli adulti lo considerano assolutamente privo di ambiguità interpretative, oscuro e spietato. Molti adolescenti al contrario lo ritengono aperto a possibilità diverse. Una lettrice si è domandata: “Perché gli adulti non vogliono scegliere di vedere la speranza?” Quale lettura la convince di più? Si è dato una spiegazione rispetto a questo diverso atteggiamento?

Non potrei essere più d’accordo con la perplessità espressa dalla vostra giovane lettrice: “Perché gli adulti scelgono di non vedere, nel libro, la speranza?” Mi spingerei, anzi, un pochino oltre e direi: Non è che gli adulti scelgono di non vedere la speranza, non la vedono proprio. E questo, nell’editoria per ragazzi, a volte è un problema – nel senso che gli adulti che ne sono responsabili non sempre capiscono la mentalità del loro “target” – i lettori adolescenti – e quindi non sempre si rendono conto di come i lettori adolescenti si riconoscano nelle storie. Questo li porta a pensare che i ragazzi non sappiano misurarsi con romanzi come Bunker Diary quando, in realtà, sono solo gli adulti ad avere problemi con temi “difficili/controversi.” I ragazzi, di problemi, non ne hanno.

In un’intervista lei ha affermato “Darkness comes naturally to me”. Qual è, se è possibile individuarne una, l’origine di questa attitudine istintiva verso il lato oscuro dell’esistenza?

Senza entrare nei dettagli, viene da una mescolanza di esperienze di vita e personalità.

Ci pare che un elemento ricorrente dei suoi romanzi sia la condizione di “isolamento” in cui si trovano i suoi giovani protagonisti. È così? Perché le pare una condizione interessante dal punto di vista narrativo?

Non mi ero accorto del senso di isolamento insito nei miei romanzi finché, alcuni anni fa, non me lo hanno fatto notare. Quindi, sì, è di sicuro presente. Penso che la ragione/lo scopo sia probabilmente: 1) un riflesso inconscio dell’isolamento che ha sempre fatto parte di me e che ho sempre, in una certa misura, fatto mio; e 2) mi permette di vedere il mondo di cui scrivo dal punto di vista di un outsider – un punto di vista che per me è molto più interessante, e con molte più potenzialità, del punto di vista di chi appartiene a quel mondo.

In conclusione, qual è il libro più dark che abbia mai letto?

Vi darò due risposte: 1) il più cupo (in senso negativo) è la Sacra Bibbia (il Vecchio Testamento); e 2) il più cupo (in senso positivo) è Meridiano di sangue di Cormac McCarthy.

Grazie!

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