Lettera a una professoressa (e a tutti gli altri insegnanti)

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di Matteo Biagi e Beniamino Sidoti

Stimata collega, cara concittadina, gentile docente,

mi rivolgo a te al femminile per omaggiare un libro che ha cambiato la mia idea di scuola: ma so che sei più o meno giovane, più o meno precaria, più o meno preparata per ciò che davvero dobbiamo fare; so che sei uomo, o donna, che vivi in una grande città o in un piccolo paese, al nord o al sud. Non importa, nonostante tutto noi, io e te, abbiamo molte cose in comune. Abbiamo in comune quei bambini e bambine che per me sono figli e per te allievi (o viceversa, i ruoli cambiano), o forse una professione e uno stipendio (in luoghi diversi e tempi diversi), se vuoi un datore di lavoro (lo Stato, nella maggior parte dei casi).

In altri tempi avremmo detto che abbiamo in comune una missione, addirittura una missione educativa: ma questi tempi sono strani e non consentono alcuna retorica. Allora diciamo, semplicemente, che abbiamo in comune una responsabilità di cui farci carico.

lettera a una professoressa 1
mobili scolastici della collezione Marzadori

Sono cose di cui si parla sempre, e anche io e te ne abbiamo parlato, nei corridoi o fuori della scuola: questi ragazzi non leggono, o non capiscono quello che leggono. Ce lo dicono i giornali, ce lo diranno di nuovo tra pochi giorni o settimane: lo stato della lettura in Italia non si può che descrivere come un’emergenza; un’emergenza continua, un’emergenza civile e sociale, un’emergenza che ci riguarda e di cui, ti ripeto, siamo responsabili.

I dati  ISTAT parlano chiaro: nel 2015 il 58% degli italiani non ha letto neppure un libro e l’OCSE ci pone ai vertici della classifica dell’analfabetismo funzionale. Stabilire una relazione tra i due dati è perfino banale.

Ecco, stai scuotendo la testa: te l’ho visto fare tante volte. Come possiamo aiutare questi ragazzi? In fin dei conti non ci riguarda: è colpa di altri e noi subiamo per primi questo calo drammatico e costante delle capacità di lettura.

Ci riguarda?

I soggetti e i luoghi coinvolti nella promozione della lettura sono e devono essere molti: biblioteche, associazioni, librerie, festival: ma non si può e non si deve prescindere dalla scuola.

I soggetti e i luoghi coinvolti nella promozione della lettura sono e devono essere molti: biblioteche, associazioni, librerie, festival: ma sì, ci riguarda. Non si può e non si deve prescindere dalla scuola. Per mille motivi, ma per uno sopra a tutti gli altri: la scuola, con la sua popolazione di 8 milioni di studenti, è l’unico contesto in cui la promozione della lettura raggiunge tutti, ma proprio tutti: compresi i ragazzi che hanno difficoltà ad accedere alle biblioteche, che tanto meno si comprano i libri in libreria.

Pertanto non si può prescindere dalla scuola: e pur incoraggiando e sostenendo il costante rapporto tra scuola, insegnanti e rete di professionisti (bibliotecari, librai, editori), pur rinforzando tutte le “continuità” verticali e orizzontali di questo mondo, la scuola deve attivarsi. Noi dobbiamo attivarci.

È possibile, è necessario. È giusto.

Perché la lettura è un bene pubblico: e un Paese che non legge è come un Paese che non ha infrastrutture o che ha una moneta debole. Deficit che scontiamo ogni giorno, senza rendercene conto. E se la lettura è un bene pubblico, la scuola deve sostenerla – a maggior ragione in questa emergenza: ma sostenerla davvero, fin dall’inizio, e non per buona volontà.

A partire dal nostro territorio, dal nostro orario scolastico, dove è possibile insieme a tutti gli altri.

Ma la scuola deve fare qualcosa per la lettura. E quando dico “la scuola” parlo di me e te, non del ministro: perché siamo più o meno dipendenti, più o meno precari, ma facciamo parte della più grande Istituzione di questo Paese.

Lo so: dobbiamo essere noi a ricordarcelo, perché nel senso comune e sulla stampa la Scuola viene vissuta come un servizio e non come un diritto o un’istituzione. So che il dibattito è quasi esclusivamente incentrato su questioni organizzative, reclutamento, retribuzione – argomenti sacrosanti, e invece è poco attento, se non in pochi casi, alle sfide che la didattica ci pone davanti ogni giorno. E questo accade sia nel dibattito pubblico che in quello sindacale, in televisione come a scuola: anche lì, nei corridoi, dove scuotiamo la testa.

Alziamo la testa, piuttosto. Facciamo parte della più grande istituzione del nostro paese, così, senza maiuscole. E, io e tante persone in questa istituzione e fuori, dedichiamo molte energie alla formazione di nuovi lettori: nella scuola dell’infanzia e nella primaria, nella secondaria di primo grado e di secondo grado.

Lo consideriamo un dovere, altrimenti forse non lo faremmo.

Uno dei doveri imprescindibili della professione di docente, ancor più se docente di italiano.

Un dovere sociale e professionale.

Perché te ne parlo? Perché te ne scrivo?

Perché, mannaggia, stimata collega, cara concittadina, gentile docente, tante volte ho abbassato la testa e fatto finta di niente. Tante volte, nelle varie scuole in cui ho lavorato per anni o poche ore, ho visto scuotere le teste e ho sentito dire: “Mi piacerebbe, sai, dedicare del tempo alla lettura, ma non posso… Sono indietro con il programma.”

Gentile collega, il programma non esiste più, e scusa se dico l’ovvio. Esistono le “Indicazioni nazionali per il curricolo” per il primo ciclo di Istruzione  e le Indicazioni Nazionali – Linee guida per l’Istruzione superiore, documenti che, insieme al PTOF, costituiscono una sorta di “Costituzione” per la scuola dell’autonomia. E lì, la didattica della lettura è prevista, e si parla esplicitamente di un’attenzione del docente di Italiano a questo ambito disciplinare.

Nelle Indicazioni per il primo ciclo leggiamo: “La consuetudine con i libri pone le basi per una pratica di lettura come attività autonoma e personale che duri per tutta la vita. Per questo occorre assicurare le condizioni (biblioteche scolastiche, accesso ai libri, itinerari di ricerca, uso costante sia dei libri che dei nuovi media, ecc.) da cui sorgono bisogni e gusto di esplorazione dei testi scritti. La lettura connessa con lo studio e la lettura più spontanea, legata ad aspetti estetici o emotivi, vanno particolarmente praticate in quanto rispondono a bisogni presenti nella persona.”

Nelle Linee guida per i licei: “Il gusto per la lettura resta un obiettivo primario dell’intero percorso di istruzione, da non compromettere attraverso una indebita e astratta insistenza sulle griglie interpretative e sugli aspetti metodologici, la cui acquisizione avverrà progressivamente lungo l’intero quinquennio, sempre a contatto con i testi e con i problemi concretamente sollevati dalla loro esegesi. A descrivere il panorama letterario saranno altri autori e testi, oltre a quelli esplicitamente menzionati, scelti in autonomia dal docente, in ragione dei percorsi che riterrà più proficuo mettere in particolare rilievo e della specificità dei singoli indirizzi liceali. Al termine del percorso lo studente ha compreso il valore intrinseco della lettura, come risposta a un autonomo interesse e come fonte di paragone con altro da sé e di ampliamento dell’esperienza del mondo.

Nelle Linee guida per Istituti Tecnici e Professionali: “Il docente tiene conto, nel progettare il percorso dello studente, dell’apporto di altre discipline, con i loro linguaggi specifici – in particolare quelli scientifici, tecnici e professionali – e favorisce la lettura come espressione di autonoma curiosità intellettuale anche attraverso la proposta di testi significativi, selezionati in base agli interessi manifestati dagli studenti.”

Quando facciamo lettura, quando facciamo educazione alla lettura, seguiamo il programma. Diciamolo meglio: facciamo il nostro dovere, facciamo quello per cui siamo pagati, e per di più facciamo una cosa di cui essere orgogliosi.

È vero: le indicazioni parlano di “condizioni”, di biblioteche scolastiche e di altre cose che non ci sono, che non sono come le vorremmo e come dovrebbero essere. Le lacune sono tante e in particolare la condizione in cui versano molte biblioteche scolastiche è drammatica: non aggiornate, sprovviste di personale formato, talvolta inaccessibili o inesistenti.

È vero anche che spesso non abbiamo ricevuto una formazione specifica, che le famiglie non vogliono spendere soldi in libri, che non è facile parlare di lettura in questo Paese. È vero che manca un progetto nazionale degno di questo nome, è vero che mancano risorse specifiche e dedicate.

Però, nonostante tutto, gentile collega, la scuola deve essere sempre e ovunque promotrice della lettura; e, ti stupirò, io credo che la scuola possa essere sempre e ovunque promotrice della lettura.

A partire da noi, da te e da me.

La prima cosa importante è che io e te ci si creda: che si smetta di delegare all’esterno, e che si pensi a cosa possiamo fare ogni giorno. Se ogni giorno possiamo fare poco, facciamo quel poco, e rinforziamolo. Però mettiamoci la testa, mettiamoci il cuore, mettiamoci la nostra professionalità. Non deleghiamo ad altri, non aspettiamoci che la promozione della lettura venga fatta un giorno all’anno per grazia di un incontro con l’autore o di una festa del libro. Costruiamo quotidianamente: è questa la nostra professione.

Se vogliamo formare nuovi lettori, dobbiamo noi insegnanti per primi essere lettori.

Cominciamo da noi stessi: se vogliamo formare nuovi lettori, dobbiamo noi insegnanti per primi essere lettori. E presentarci costantemente come tali: sappiamo bene che un modello autorevole e credibile vale più di dieci lezioni frontali. Portiamoci sempre dietro i libri che stiamo leggendo, mettiamoli sulla cattedra, rispondiamo alle domande dei nostri alunni. Se chiediamo di leggere, e non ci presentiamo noi stessi come lettori, siamo destinati ad insuccesso sicuro.

Documentiamoci, aggiorniamoci: facciamoci lettori di ciò che si legge oggi. Se vogliamo formare nuovi lettori, dobbiamo conoscere la letteratura contemporanea per ragazzi. Niente snobismi, per favore. Per due motivi: prima di tutto perché i classici che abbiamo amato noi qualche decennio fa, pur non avendo perduto niente del loro smalto, hanno però visto indebolirsi il loro ruolo nella formazione dei nuovi lettori, che ci piaccia o no; e poi perché la contemporanea letteratura per ragazzi è popolata da autori ed opere di assoluto valore. È opportuno conoscerli e saperli distinguere dalle proposte più commerciali, e per fare questo abbiamo a disposizione un certo numero di riviste specializzate, cartacee e online. E visto che abbiamo anche qualche risorsa da spendere, approfittiamone.

Non giudichiamo. Se vogliamo formare nuovi lettori, non dobbiamo porci in posizione giudicante rispetto alle scelte autonome dei nostri alunni, anche quando questi si mostrano appassionati di libri dallo scarso valore. Uno sguardo empatico è il primo passo per guidare l’alunno, piano piano, verso titoli ed autori di livello più alto. Viceversa, uno sguardo giudicante realizza un vulnus difficilmente sanabile. Piuttosto, cerchiamo di comprendere a quali esigenze ha dato risposta il libro in questione e formuliamo un percorso bibliografico ad hoc. Ti è piaciuto After? Sei affascinato dalla scoperta della sessualità? Prova Aidan Chambers.

Non escludiamo temi o generi particolari: soprattutto con gli adolescenti. Se vogliamo formare nuovi lettori, non dobbiamo considerare alcuni generi più degni di altri, o alcuni temi decisamente tabù. Anche qui, niente snobismi o cautele, per favore, soprattutto per le proposte che vengono dai ragazzi. La lettura, oggi, può essere vincente perché ancora oggi offre uno spazio di libertà che le famiglie non concedono, che lo studio disciplinare non concede: perché i ragazzi desiderino leggere, devono essere liberi di leggere ciò che desiderano.

Usciamo dalla logica del “libro di testo”. Se vogliamo formare nuovi lettori, non è detto che avere uno stesso titolo per tutta la classe sia una buona scelta. Una classe è un insieme di ragazzi del tutto disomogenei, ognuno con la propria storia, ognuno con i propri interessi e con le proprie esperienze di lettura, con la propria famiglia alle spalle. Un insegnante, per dirla con un’efficace metafora che devo ad Alice Bigli, deve essere una sorta di personal trainer della lettura. Quale personal trainer sottoporrebbe atleti di peso diverso, dal diverso livello di allenamento  e motivazione allo stesso allenamento? Caro collega, non sto negando l’esistenza di un canone di classici da conoscere: sto suggerendo di formare ogni lettore in modo personalizzato, perché altrimenti falliamo.

Usciamo dalla logica della valutazione. Se vogliamo formare nuovi lettori, dobbiamo svincolare la lettura da ogni idea di compito e di valutazione. L’analisi del testo la si insegna in altri momenti, il riassunto lo si esercita in altri momenti. Se proprio non si sa resistere alla tentazione della scheda libro, pensiamola snella, come una sorta di “diario di lettura”. Le frasi più belle, un voto motivato al libro (ai ragazzi piace moltissimo dare voti), due righe per specificare a chi lo consigliano, niente di più.

Favoriamo il dialogo intorno ai libri. Se vogliamo formare nuovi lettori, chiediamo ai ragazzi di parlare dei libri che hanno letto, di condividere con i compagni le emozioni (ogni tipo di emozione). I ragazzi diventano promotori infaticabili e, ahinoi, più ascoltati dei docenti, quando hanno amato un libro.

Facciamo rete, collaboriamo. Leggere un libro significa, per forza, uscire dai nostri angusti limiti: e allora apriamoci al territorio. Dialoghiamo con i tanti lettori che esistono (malgrado tutto, forse: ma esistono). Sfruttiamo le istituzioni, le biblioteche pubbliche, i bandi pubblici; dialoghiamo con le librerie; andiamo sulla rete per confrontarci con altri lettori in altri luoghi d’Italia; frequentiamo i festival, quando ci sono; proponiamo spazi per parlare di libri sulla stampa e le radio locali; collaboriamo con le professioni del libro: con gli autori, con gli animatori, con gli editori – ma dialogando, non delegando: costruendo incontri di senso e di collaborazione.

E rivendichiamo ciò che ci serve. Ci serve formazione o aggiornamento? Richiediamola: ma a testa alta, come qualcosa che deriva direttamente dalle indicazioni nazionali e dal nostro contratto. La biblioteca scolastica non funziona? Rendiamola necessaria anche grazie a ciò che facciamo in classe. Le nostre classi sono troppo affollate? E allora? Forse che leggere è più difficile delle altre cose che dobbiamo comunque fare dal momento in cui abbiamo accettato di entrare in quelle classi?

C’è una emergenza della lettura in Italia. In piccola o grande parte è anche nostra responsabilità, e possiamo fare qualcosa. Facciamola, collega.

Segui Matteo Biagi:

Insegnante di lettere alla scuola secondaria, vive a Firenze. È l’ideatore e il coordinatore di /Qualcunoconcuicorrere.org. Dal 2016 fa parte del comitato scientifico di Libernauta.