Convivere con la paura

Di segreti e mostri nel guardaroba

Written by Marina Petruzio

E noi, noi non avremo il coraggio di non lasciarlo entrare, lui che nell’ombra ha sempre saputo di noi?

Asterusher, autobiografia per feticci, Michele Mari, Francesco Pernigo, Corraini Edizioni, 2015

Asterusher, autobiografia per feticci, Michele Mari, Francesco Pernigo, Corraini Edizioni, 2015

Tra i ricordi di un altro tempo spesso vi è un armadio. Un armadio che di giorno è armadio e si comporta da armadio vero, insomma profuma di buono quando lo apri, senza far storie ti ridà ciò che vi avevi riposto, ma quando poi cala la notte…
A volte, di preferenza di giorno, sa di nonna e così rimani lì, con le mani affiancate alle ante aperte, incapace di muoverti. Allora il cappotto può aspettare, la fretta svanisce perché… sicura che quella scatola di latta, quella dove lei teneva caramelle e biscotti non sia rimasta inascoltata là, dietro una pila di biancheria che sa di buono, per tutti questi anni?

Poco dopo arrivarono in una stanza quasi vuota: c’era solo un grande armadio appoggiato al muro, del tipo che ha uno specchio nell’anta… (Le cronache di Narnia, Il leone, la strega e l’armadio, C.S. Lewis, Mondadori, Milano 2001)

Quello in camera di mia nonna era in radica, vecchio stile Biedermeier. Da una parte la biancheria riposta in un ordine tale da sembrare finta, dall’altra i suoi abiti, quelli di tutti i giorni e fra loro quello tradizionale. A me non è mai riuscito, e mai riuscirà, di tenere così ben piegata e in ordine la biancheria. Ho sempre pensato che oltre alle sue cose, nell’armadio, la nonna dovesse avere degli elfi domestici il cui compito era quello di tenere in bel modo la biancheria.

Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l'armadio, film, 2005

Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l’armadio, film, 2005

Ante arrotondate, più piccole di quelle frontali, seguivano la linea del mobile quasi a invogliarti a proseguire e guardare anche dietro – perché a volte succedeva che… Non c’è proprio nulla dietro l’armadio, l’abbiamo visto benissimo… (cit. da Le cronache di Narnia) ma d’altro canto lui era lì probabilmente da prima dell’arrivo della nonna e chissà quante ne aveva viste/fatte.

In quelle piccole ante che andavano a smussare gli angoli, ma non il carattere del vecchio avo, la nonna riponeva le nostre cose o le cose per noi.

La scatola di latta con i dolci fatti apposta o appartati per noi sul ripiano più alto, in sicurezza. Appena sotto, un ripiano era dedicato ai vestiti per le bambole quelli che confezionava in attesa del nostro ritorno, poi ancora i pettinini per i capelli, quelli che indossava la domenica con l’abito tradizionale, e una serie infinita di forcine e mollette e sul ripiano più basso, quello per noi più facile da raggiungere, tutto quello che di nostro ci eravamo scordati la volta prima. Ben custodito e riposto… dai soliti elfi?

Il grande libro degli oggetti magici, P. Baccalario, J. Olivieri, M. Somà, Editrice Il Castoro, Milano 2016

Il grande libro degli oggetti magici, P. Baccalario, J. Olivieri, M. Somà, Editrice Il Castoro, Milano 2016

…conteneva cappotti e pellicce… entrò nel vano e si divertì ad accarezzarle con la mano, ci strofinò il viso e trovò che avessero un buonissimo odore… dietro la prima fila di pellicce ce n’era un’altra. […] fece qualche passo, tenendo le braccia tese in avanti: non voleva sbattere improvvisamente contro la parete dell’armadio. Un passo, due, un altro. All’interno era buio, […] non vedeva niente, e per quanto annaspasse con le mani non incontrava che il vuoto. “Questo armadione è semplicemente enorme”. (da Le cronache di Narnia, Il leone, la strega e l’armadio, C.S. Lewis, Mondadori, Milano 2001)

Era un armadio molto austero e per me allora anche molto alto, per guardarlo tutto dovevo alzare la testa e… non finiva più! Ma ogni volta lo salutavo con rinnovata gioia proprio per quel suo modo di essere anche magico – e di giorno lo era spesso, magico, dico – con il suo profumo, gli elfi laboriosi, i dolci, le nuove e le vecchie cose il cui ritrovamento provocava urla di gioia. Ogni volta succedeva nello stesso modo, era quasi un rito. Ogni volta succedeva nello stesso modo, credo lo sapesse e mi aspettasse…

Ma nonostante tutto, quell’armadio, e non altri per me, i miei fratelli e i miei cugini, era diventato un’immagine appartenente alla nostra intimità: il luogo dove sono tornata più volte anche da adulta e dove, soprattutto da grande, ho riposto, nascondendoli, i miei segreti, mantenendo vivo l’amato rito anche se solo nella mia immaginazione. Apparteneva sicuramente a quelle che Bachelard più tardi mi insegnò essere le immagini positive del segreto.

Dopo questo momento di reciproco ritrovamento dove sembrava che anche l’armadio fosse felice di ritrovare noi bambini, la sua grande anta si richiudeva, la chiave riposta in uno stipo a parte. Le vacanze cominciavano e l’armadio perdeva di interesse se non qua e là nel corso dei giorni per un premio, un fazzoletto pulito o un filzuolino di tessuto visto nella scatola da lavoro della nonna e assolutamente indispensabile al gioco del momento, quando seduti sul grande letto vestito di bianco, si riviveva l’incredibile emozione di riaprirlo, di poter assistere ancora una volta allo spettacolo del suo immutato contenuto e del suo indimenticabile profumo.

Poi la sera però se ne stava quatto quatto, nell’ombra prima, allo scuro e al buio-buio poi, e… sempre gli stessi figuri. Apparivano a un tratto. L’armadio cessava di essere amico, luogo felice. Nello specchio dell’anta grande sul davanti, ombre vibranti e dispettose, riflesso di qualcosa che forse si svolgeva al suo interno, tornavano ogni sera. Di giorno sgattaiolavo nella camera della nonna e ripercorrevo con la mano quelle strane marezzature, macchie puntiformi color rame, di cui lo specchio antico sull’anta dell’armadio era ricoperto. Cercavo quegli esseri come in un gioco dove devi unire i puntini per scoprire la figura nascosta. Ma non tornava, non era quella la chiave, i figuri non erano lì in quel momento, quelle erano solo macchie del tempo.

Insomma l’armadio, con mio grande sconcerto, e senza vergogna, paura, non era quello che appariva.

…fino a quando egli si fermò davanti al vecchio, imponente guardaroba nel corridoio della casa. […] notò con stupore che le ante di questo armadio, di solito ben chiuse, erano spalancate tanto che lei vide distintamente la pelliccia di volpe del padre appesa proprio davanti. […] si arrampicò con agilità su per le cornici e gli intagli, e riuscì ad afferrare la grossa nappa fissata ad uno spesso cordone che pendeva dalla parte posteriore della pelliccia. Non appena […] prese a tirare forte la nappa, una graziosa scaletta di legno di cedro scese lungo la manica della pelliccia… ma era appena salita attraverso la manica e aveva solo sbirciato fuori attraverso il bavero, quando una luce accecante la abbagliò… (da Schiaccianoci, E.T.A. Hoffmann, Roberto Innocenti, La Margherita, Milano 2008)

Schiaccianoci, E.T.A. Hoffmann, Roberto Innocenti, La Margherita, Milano 2008

Schiaccianoci, E.T.A. Hoffmann, Roberto Innocenti, La Margherita, Milano 2008

Lo spazio interno di un armadio è uno spazio profondo.

Archer entrò nell’armadio, accese la luce e spinse da parte gli appendini: dietro c’era uno scaffale traboccante di pacchi. Venivano tutti dai suoi nonni e lui li teneva segreti perché glielo aveva suggerito il nonno in una lettera, ma anche perché avere un segreto gli piaceva…

(da The Doldrums, N. Gannon, Mondadori, Milano 2016)

Può contenere la biancheria di una famiglia numerosa, indumenti assortiti, piccoli e grandi oggetti segreti, lettere, che appartengono al nostro presente ma ancor di più al nostro passato. È il deposito della nostra parte emotiva più sensibile. L’armadio e i suoi ripiani sono veri e propri organi della nostra vita psicologica segreta. Ma non c’è serratura che tenga per lo scassinatore esperto, per il losco figuro, per un mostro bitorzoluto e non c’è quindi paura più grande dell’immaginare il nostro segreto violato. È così che turbati cominciamo a produrre immagini spaventose dalle quali neppure noi, i loro creatori, siamo al sicuro.

Tom svegliò il padre e gli domandò: “ Hai sentito quel rumore?”. “Che rumore?” domandò a sua volta il padre. “ Sembrava il rumore di un mostro senza gambe e senza braccia, ma che cerca di muoversi lo stesso” rispose Tom.

“Come può muoversi, senza braccia e senza gambe?” domandò il padre. “Si spinge avanti con i denti” disse Tom. “Ha anche i denti!” esclamò il padre. “Ti ho detto che è un mostro!” disse Tom. “Ma com’era esattamente il rumore che ti ha svegliato?”

“ Era come se nell’armadio uno dei vestiti della mamma avesse preso vita e stesse cercando di scendere dalla gruccia” rispose Tom.

(da Un rumore come di uno che cerca di non fare rumore, J. Irving, T. Hauptmann, Fabbri editore, Milano 2003.)

Un rumore come di uno che cerca di non fare rumore, John Irving e Tatjana Hauptmann, Fabbri editori, Milano 2003

Un rumore come di uno che cerca di non fare rumore, John Irving e Tatjana Hauptmann, Fabbri editori, Milano 2003

Capita così di trovare illustrata questa legittima paura negli albi dedicati all’infanzia. La paura che qualcosa capiti proprio nel proprio armadio è adulta come bambina. L’armadio che è una rappresentazione altra dell’abitare, con il suo ordine, con i suoi cassetti come camere dove ogni cosa è divisa e al posto giusto, con la funzione intrinseca di custodire ogni cosa, predispone al sentirsi custoditi. Il buio della notte anima paure inconsce, loschi figuri o mostri mostruosi di differente taglia e foggia, esseri immaginari, nascono dal segreto custodito nell’armadio. Le ante assicurate, ben chiuse, alimentano allora l’inquietudine: l’orecchio teso a ogni singolo scricchiolio, l’occhio che fruga nel buio ombre inesistenti, l’attenzione vigile attiva tutti i sensi. Strane cose avvengono nell’armadio: feste clandestine, intrighi complicati.

Una strana creatura nel mio armadio, Mercer Mayer, Kalandraka, Firenze 2015

Una strana creatura nel mio armadio, Mercer Mayer, Kalandraka, Firenze 2015

E la situazione là fuori, fuori dall’armadio nella camera, si capovolge e tu, bambino, ti ritrovi con le lenzuola tirate sin sulla testa – a volte mi facevo coraggio e sbirciavo – ti ritrovi da essere che nasconde a essere che si nasconde. Non bastano fucile e cannone, esercito e elmetto, assicurarsi che la porta di quell’armadio sia ben chiusa… la veglia notturna si fa lunga.

BIBLIOGRAFIA
La poetica dello spazio, Gaston Bachelard, Edizioni Dedalo, Bari 2006
Asterusher autobiografia per feticci, M. Mari, F. Pernigo, Corraini Edizioni, Mantova 2015
Le cronache di Narnia, C.S. Lewis, Mondadori, Milano 2001
The Doldrums, Nicholas Gannon, Mondadori, Milano 2015
Un rumore come di uno che non voleva fare rumore, John Irving, T. Hauptmann, Fabbri Editori, Milano 2003
Una strana creatura nel mio armadio, Mercer Mayer, Kalandraka, Firenze 2014
Schiaccianoci, E. T. A. Hoffmann, R. Innocenti, La Margherita Edizioni, Milano 2008
Il grande libro degli oggetti magici di Raimondo Zenobio Malacruna, P. Baccalario, J. Olivieri, Editrice Il Castoro, Milano 2014

sull'autore

Marina Petruzio

Fondatrice di Leggere insieme sul webmagazine Luukmagazine.com, una rubrica di recensioni di albi illustrati e libri rivolti all'infanzia e co-fondatrice del blog comeunacipolla.it, un luogo di confronto dialogico rivolto alla letteratura dei bambini e delle bambine

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